NON CHIAMATELI SCARABOCCHI! La comunicazione grafo-pittorica nella prima infanzia

Pubblicato il da Nuccio Salis

La prima forma di scrittura dell’uomo è il disegno. Attraverso le immagini possiamo comunicare concetti complessi in modo immediato, ricorrendo cioè alla rappresentazione simbolica, oppure facendo semplicemente uso del disegno come strumento rielaboratore e riorganizzatore della nostra esperienza psichica interna.

È proprio quello che fanno anche i bambini. Fin dal primo incontro con un qualunque oggetto tracciante, il bambino si diverte a lasciare segni su una superficie, costruendo i primi importanti rapporti topologici, in relazione a sé come individuo dotato di schema corporeo e in riferimento all’ambiente dentro cui agisce. Questa competenza è importante perché da modo al bambino di organizzare il rapporto fra sé e ciò che è esterno da sé. Tracciando segni in un campo (sia esso vuoto o concreto), il bambino ha l’occasione di sviluppare l’orientamento grafo-cinetico e spaziale, facoltà direttamente collegata all’uso e alla progressiva conquista della direzione finalizzata del gesto. Questa abilità motoria, suddivisa in tappe che riguardano il controllo sempre più efficiente del bambino nei confronti dei propri segmenti corporei, fonda anche le premesse per i successivi apprendimenti legati alle competenze della letto-scrittura.

L’implicazione pedagogica del disegno, dunque, non è certamente sottovalutabile.

Questo non significa che il bambino che disegna bene sarà anche un bravo futuro scrivente. In primo luogo, questa relazione è inesistente proprio perché l’adulto non può disporre di criteri validanti oggettivi che assegnano l’aggettivo ‘bello’ piuttosto che ‘brutto’ ad un disegno piuttosto che ad un altro.

Eppure, molto spesso, gli adulti si prodigano in commenti e consigli, improvvisandosi esperti critici d’arte, in riferimento proprio ai disegni eseguiti dai bambini, e tendono comunque a correggerli, a modificare il loro prodotto, obbligando a revisionarlo e perfezionarlo, sulla base di schemi preconcetti che identificherebbero una creazione ritenuta ‘giusta’ da una che invece non lo è.

In questa circostanza è molto facile che un bambino vi legga un messaggio implicito di non accettazione, e che ponga facilmente sullo stesso piano l’aver commesso errori con la sensazione di essere incompetente e di aver deluso l’adulto. Ciò che invece dovremmo imparare a fare è gestire l’attitudine ad esprimere sia giudizi morali che estetici, in riferimento ai disegni realizzati dai bambini. Nel senso che dovremmo accettare incondizionatamente ciò che il bambino ha rappresentato, anche nel caso in cui abbia riprodotto una scena che disturba le nostre aspettative o la personale visione di mondo che ci appartiene. Per esempio, se il bambino ha disegnato una scena di violenza, di morte o di sesso, se ne prende atto, e semmai si rimanda l’approfondimento clinico o la ricerca di un vissuto esperienziale che emerge con tutti i suoi contenuti eventualmente incresciosi. L’importante è non essere mai prematuri con i giudizi, ed essere cauti con le valutazioni affrettate, evitando sentenze senza appello.

Stesso criterio nel caso in cui si constatino le naturali imperfezioni dovuti ad una mano ancora inesperta, o che non ha ancora raggiunto le prassie motorie finalizzate ad un efficace controllo del gesto e ad un'accurata gestione della presa e della pressione sullo strumento tracciante.

Eppure, spesso gli adulti sono soliti evidenziare le mancanze, i difetti, i confronti al ribasso con modelli precostituiti e considerati universali. Forse, molti di loro non sanno che sono proprio certi grandi nomi e personalità dell’arte pittorica ad aver trovato ispirazione proprio in alcune caratteristiche tipicamente ‘infantili’ riscontrate per l’appunto nei disegni dei bambini.

Questa è anche la ragione per cui da qualche anno si cerca di attribuire effettivo valore sia artistico che simbolico alle produzioni grafo-pittoriche dei bambini, affrancandole prima di tutto dalla stessa definizione di “scarabocchio”, espressione mediante cui l’adulto designa i tracciati elementari del bambino con tale accezione che può essere avvertita come dispregiativa. Scarabocchio è infatti il termine che si usa per definire qualcosa che si presenta come un pasticcio, come un guazzabuglio confuso di elementi che non formano una struttura di significato.

Pertanto, la prima cosa da fare consiste nel procedere a ridimensionare la semantica dispregiativa legata a questo termine. Ma allora che termine utilizzare? Si possono usare espressioni che includano comunque la parola ‘disegno’, e che non riecheggino termini quali ‘infantile’, ‘immaturo’, ‘impreciso’. È generalmente accettata ed usata l’espressione ‘disegno prefigurativo’, che allude ad una composizione ancora incompleta e che si avvia verso una struttura in grado di esprimere una rappresentazione figurale più complessa.

E allora… non chiamiamoli soltanto scarabocchi! Nemmeno più eufemisticamente ghirigori, o secondo la versione anglosassone ‘scribble’, poiché tutto fa supporre a qualcosa che non sembra degno di essere apprezzato e studiato con metodo. Invece, tali tracciati prefigurativi, possono essere assunti ad interessante oggetto di studio da parte degli interessati.

Quella che infatti è nota come ‘fase dello scarabocchio’ (e nella spiegazione faremo uso del termine considerato improprio ed obsoleto), apre la strada ad una ghiotta occasione di approfondimento e rivalutazione in positivo del disegno infantile.

Quando un bambino, in genere verso i 2 anni di età, e in funzione delle sollecitazioni che riceve, si appresta a compiere le sue prime opere figurative, si addentra all’interno del periodo prefigurale, che evidentemente non è più soltanto uniforme, statico e lineare dal punto di vista cronologico, ma vi sono invece dei sottostadi che caratterizzano questa finestra temporale che si estende fino a i 3 / 3 anni e mezzo.

In un primo periodo, infatti, il bambino si prodiga in gesti che paiono come movimenti casuali, volti in più direzioni, con linee disordinate e aggrovigliate alla rinfusa. Compaiono comunque anche cerchi, ellissi o prime composizioni elementari. In un momento successivo, la direzionalità dei tratti comincia ad essere condotta con maggiore controllo, in associazione con i progressi delle abilità prensili della mano del bambino, che a partire dai 9/10 mesi di età comincerà a sviluppare la presa a pinza superiore (radio-digitale). Durante il periodo temporale suddetto, il bambino battezza i propri tracciati rudimentali, dando loro un nome e indicandoli come soggetti o cose, facenti di solito parte del mondo a lui più quotidiano e famigliare.

Ma è nel terzo ed ultimo sottostadio che il disegno comincia a far parte della capacità simbolica del bambino, ed è a tutti gli effetti un primo approccio al mondo dei codici, anche se autoprodotto dalla soggettività del bambino stesso e non condivisa da un osservatore esterno che non può trasdurla. Si tratta cioè di un linguaggio grafo-segnico criptato, e che soltanto l’autore può riferire. Per questa ragione, sarebbe bene chiedere al bambino di soddisfare le nostre curiosità sui suoi prodotti grafo-pittorici, piuttosto che lanciarci in trafelate interpretazioni le quali, di fronte a “pasticci” non raffiguranti qualcosa di chiaro, possono rivelarsi soltanto delle mere proiezioni personali, lontane dal reale significato circa i contenuti tematici che il bambino ha voluto (più o meno consapevolmente) riprodurre.

L’invito, dunque, rimane sempre quello di non far più ricadere questa importante ed intelligente forma comunicativa sotto il nome inappropriato che corrisponde a ‘scarabocchio’, e che non riconosce al disegno del bambino una piena legittimità e funzionalità espressiva.

Non è sufficiente, dunque, organizzare strutturalmente uno spazio in cui il bambino possa manifestarsi liberamente attraverso il disegno, così come non basta sostituire un termine con un altro per promuovere un percorso di apprendimento efficace e ad alto valore educativo.

Occorre sentire e sperimentare come sia in fondo più utile, ed anche più valido e rigoroso, attribuire valore di complessità e di completezza ai disegni del bambino, e di intravederne un senso compiuto, per restituire allo stesso la percezione di sé come soggetto dotato di valore e di capacità che dobbiamo saper apprezzare, accogliere e sviluppare così come si presentano.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

 

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