“CON TE NON CI GIOCO PIU’!” Come comportarsi coi bambini che ‘la vogliono sempre vinta’?

Pubblicato il da Nuccio Salis

Sarà capitato alla maggior parte di noi cimentarsi in un gioco strutturato con un bambino piccolo. Impegnarsi cioè in un’attività con finalità ludiche, per realizzare la quale occorre accettare e aderire volontariamente a un corpus di regole condivise. Avremmo certamente vissuto la difficoltà di procedere secondo quanto previsto dalle norme che costituiscono il gioco, soprattutto con bambini di età inferiore ai 7 anni. Ci sarà toccato constatare, con tutta probabilità, che il bambino gioca sempre per vincere, e che non ammette la sconfitta, e che per questa ragione è pronto eventualmente a imbrogliare, dissuadere, travisare o re-inventare le regole del gioco, fino a disfarlo a proprio piacimento o interromperlo ritirandosi, adducendo le scuse più fantasiose o incolpando magari l’adulto di barare. Succede quando il terreno di confronto fra adulto e bambino richiede competenze non ancora maturate in quest’ultimo, e che sollecitano lo stesso a fronteggiare una sfida impari, da cui emerge inevitabile l’esperienza e l’abilità collaudata del primo.

Il progresso morale del bambino segna un importante punto di svolta intorno agli 8 anni di età, quando, forte di un apparato cognitivo-emotivo che comincia a filtrare ed interpretare la realtà con più accuratezza, egli comincia a decentrarsi rispetto alla rigidità schematica delle proprie convinzioni e dei punti di vista consolidati. Oltre ad allargare il repertorio dei propri interessi (sempre considerando l’eventualità di un ambiente stimolante e ricco di opportunità esperienziali), egli esplora e verifica la complessità dei processi di mediazione, nei rapporti interpersonali, cominciando così a poter accettare il concetto dell’eccezione e di un’idea di giustizia che tiene conto di variabili contestuali mai prima considerate, e in cui anche le esigenze degli altri, oltre che le proprie, cominciano ad avere il loro peso e valore. Ora, nulla cade sotto l’accezione di ‘giusto’ o ‘sbagliato’ in funzione di un dualismo rigido e sicuro, e dipendente dal livello di autorità della fonte che eroga il comando (es: “lo ha detto la mamma quindi non si deve fare”). Raggiunto il momento evolutivo appropriato, il bambino prova a ricavare da se ragionamenti e riflessioni, preparandosi così ad accomodare tutte le sue conoscenze su una piattaforma esperienziale che gli darà modo di costruire e gestire relazioni amicali costruttive, basate sul riconoscimento dell’altro come persona diversa da sé, con bisogni e temperamento differenti. Egli procede così a conquistare quelle qualità processuali insite nei rapporti interpersonali, quali la solidarietà, l’aiuto, il conforto e la protezione. Si tratta di una fase delicata in cui si possono per l’appunto attivare anche percorsi educativi mirati ad insegnare le competenze relative alla convivenza nel gruppo.

Specificate queste caratteristiche, si potrà meglio intendere cosa divide sostanzialmente il bambino dall’adulto nel tentativo di stabilire un’adeguata reciprocità nel gioco, nel momento stesso in cui il primo si trova al di fuori delle caratteristiche evolutive di cui sopra sintetizzate. Nel mentre può accadere spesso che l’adulto che si trovi all’interno di una dinamica di gioco con un bambino, risulti anch’egli un partner che difficilmente riesce a decentrarsi rispetto all’ordine dei suoi bisogni ed istanze. L’adulto sembra annullare la consapevolezza di una disparità fra sé stesso e il bambino, e si comporta come se il piccolo fosse al pari livello del rivale più esperto. Richiede che il bambino abbia tempi di attenzione idonei alla continuazione del gioco, e pretende che le prestazioni richiamino le strategie e le tecniche previste.

Ma il terreno di non comprensione fra l’adulto e il bambino diventa soprattutto lo spirito con cui le parti entrano distintamente nella modalità del gioco. Il bambino ricerca contatto, il gioco è anche una grande “carezza” (nel senso transazionale del termine) da cui il bambino riceve la prova che l’adulto si interessa a lui e gli concede il suo tempo e la sua attenzione. È vitale che il bambino faccia un carico quotidiano di questa sensazione, che deve essere anche un’autentica certezza, altrimenti può ricercare l’attenzione dell’adulto con metodologie certamente meno accattivanti o poco gradite.

E in ciascun caso, entrambi i soggetti già citati, purché accomunati dal desiderio comunque di vincere e prevalere sulla controparte, entrano nel gioco con strutture di significazione ben diverse. Nello specifico, l’adulto ha una visione di tipo “Agon”, e nel gioco ricerca soprattutto di misurare e testare le sue capacità, cercando magari avversari all’altezza, spinto dalla volontà di migliorare dal punto di vista tattico e strategico. Il gioco è per lui una modalità per collaudare o aggiornare le proprie abilità. Di contro, il bambino assume una lettura esperienziale che richiama la tipologia “Paidia”, associata cioè al gioco spontaneo, dove a farla da padrone è l’elemento dell’estemporaneità, congiunto alla naturale tendenza alla destrutturazione impulsiva delle regole costituite. In questo frangente è l’intuito a governare in modo irrequieto, e ad esprimere comunque un’energia vitale e ri-generatrice.

Finisce così che adulto e bambino non si comprendono, e che ciascuno rifiuti e non riconosca le modalità di azione dell’altro.

Ma come comportarsi, allora, con un bambino che, come si suol dire ‘la vuole sempre vinta lui’? Come sempre, anche stavolta la saggia misura sembra risiedere nella classica “via di mezzo”, i cui estremi, in questa circostanza sono rispettivamente: da una parte un atteggiamento di schiacciante e voluta superiorità sul bambino, dall’altra una modalità remissiva nei confronti dello stesso.

Questi due accorgimenti non sembrano proprio essere efficaci, e mostriamo perché. L’adulto che sovrasta il bambino, crea in quest’ultimo un forte sentimento di soggezione, e non è così raro che il soggetto più forte aggiunga all’esperienza di sconfitta sul gioco, anche il dileggio e l’umiliazione. Se inoltre, la figura adulta è perfino altamente significativa dal punto di vista formativo, il bambino è costretto ad assumerla come modello, e si troverà di fronte all’ambivalenza compiuta fra un riferimento che include allo stesso tempo funzioni affettivo-protettive con suggestioni di tipo imponente e terrificante. I doppi messaggi non sono mai salutari!

All’altro lato si può invece decidere di lasciar vincere il bambino. È una modalità di sottomissione verso il bambino, che si esprime con l’evitamento di un eventuale dissapore o conflitto. L’adulto soggiace al bambino, by-passando eventuali disappunti da parte dello stesso, o piagnistei e frustrazioni dovute alla sconfitta. È necessario specificare perché tutto questo non sia proprio edificante dal punto di vista educativo?

Il bambino ha comunque bisogno di misurarsi e mettersi alla prova, e non vuole percepire debolezza nell’altro, soprattutto se è una persona in cui crede e verso cui rimette la sua stima. Se è ancora troppo piccolo, magari non scegliamo giochi che richiedono facoltà non ancora possedute dal bambino. Eviteremo di inviargli richieste incomprensibili. Scegliamo giochi appropriati alla fase evolutiva nella quale si trovano, e considerate le notevoli differenze individuali, ritagliamo spazi di gioco sulla base delle attitudini e delle caratteristiche personali del bambino: abilità, aree di interesse, tempi di attenzione e faticabilità; dovrebbero essere i parametri da considerare per poter strutturare col bambino un’attività ludica, sia essa più o meno improvvisata. Ma soprattutto, aspetto forse più importante, lasciamoci andare al gioco. Possiamo restare adulti ed avere insostituibili ed essenziali funzioni educative anche se ci diamo il permesso di giocare, di lasciarci stupire, di farci un pò guidare dall’estro del momento, re-inventandoci, re-imparando soprattutto dai bambini il piacere di scoprire, di esplorare, di scomporre e ricomporre, facendo fluire il piacere del gioco e della creatività.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

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