"QUANTO HAI PRESO? QUANTI GOAL HAI SEGNATO?" Il “prestazionismo” diseducativo degli adulti

Pubblicato il da Nuccio Salis

Avete vinto? Quanti goal avete fatto? E tu hai segnato? Sono le domande che può sentirsi rivolgere un bambino dopo aver partecipato ad un confronto sportivo. Stessa musica quando rientra da scuola od ha affrontato un’interrogazione: “quanto hai preso?”, e se il bambino risponde, per esempio 8, non è raro che l’adulto risponda “però potevi prendere 9!”

Per i grandi non è mai abbastanza, peraltro anche loro guadagnano sempre “poco”, ritirano la busta paga e dichiarano che potevano darli di più, prendono un rimborso, un’indennità o la tredicesima, e la lamentela inflazionata non esita a ripetersi: “non è sufficiente”, “non basta” ecc.

La cultura materialista del “di più” e della sovrabbondanza, della ricerca affannosa di un traguardo da tagliare e di un avversario da battere e superare, ha inchiodato chi non si sottrae a questa spinta ad un malessere noto come ansia da prestazione.

Questa impostazione ha sottratto alle dinamiche del gioco, solo per fare un esempio, la dimensione della gratuità, e del divertimento fine a se stesso. Giocare per vincere a tutti i costi, rincorrendo i modelli malati e deviati del campionismo promosso dai vip dello sport, ha finito per creare una forte identificazione adesiva fra il bambino ed il suo beniamino appartenente a una qualche disciplina sportiva, che di solito è il calcio. Un tale approccio risulta del tutto diseducativo, in quanto fuorviante rispetto agli obiettivi formativi insiti in ciascuna attività sportiva. E ciò risulta deleterio specialmente per un periodo che ricopre anche tutta la terza infanzia e la preadolescenza, dal momento che risulta molto facile che un bambino associ la qualità della sua prestazione sportiva al suo valore di essere persona. È l’adulto la figura responsabile nel rimandargli questa esperienza. Un genitore deluso ed amareggiato per una partita persa, che incalza e sgrida il figlio durante l’attività, disturbando non di rado il regolare corso del gioco, dimostra un fanatismo orientato suo malgrado a sospingere il figlio ad aderire a un modello di perfezione. Dal momento che tale modello non può essere raggiunto, il bambino sperimenta la frustrazione di aver deluso il proprio genitore, sviluppando una visione catastrofica dell’errore e, quel che è peggio, ponendo sullo stesso piano il fatto di aver sbagliato con la sensazione di essere sbagliato. Lo sbaglio dell’atleta diventa cioè una pecca nella struttura identitaria della persona, e il bambino percepisce così di non valere come soggetto umano, di essere incapace, fallito, privo di potenziali abilità.

In modo magari del tutto inconsapevole, il genitore che non riesce a disidentificarsi dal figlio, e sul quale vi proietta se stesso, senza aver fatto prima i conti con i suoi vissuti di successo ed insuccesso, può gettare il bambino in uno spiraglio di vissuti angosciosi e di profondo sconforto.

Ci si può domandare se sia il caso di provocare tali ferite in un essere non compiutamente maturo e nel pieno della sua vulnerabilità, quindi facile da strumentalizzare e far soggiacere alla propria volontà.

Il fatto è che gli adulti, molto spesso incapaci di mettersi in discussione e revisionare i loro preconcetti e rigidi schemi, sono del tutto avulsi dentro una cornice sociale che impartisce determinati canoni, di cui a farne le spese sono come sempre i più deboli, bambini inclusi, naturalmente. Se continuiamo a vivere in un contesto dove ciò che conta è il numero, dove il valore dell’altro è misurato soltanto sulla base di parametri di quantità: quanti goal si fanno, quanto si guadagna, quanti amanti si portano a letto, viene sminuito ciò che si è vissuto, e le emozioni vengono deprivate del loro valore anche in riferimento al contributo che offrono come co-costruttrici della nostra visione di mondo. Relegati nel silenzio i sentimenti, i vissuti, le sensazioni, non rimane che crescere senza divenire capaci di leggersi dentro, asettici di un linguaggio emozionale e di un registro espressivo che ci connetta agli altri in termini di corrispondenza e di riconoscimento reciproci. In fondo, se un bambino cresce accompagnato dal messaggio implicito che le emozioni non servono, e che conta soltanto prendersi un trofeo e soddisfare l’esibizionismo narcisista dei suoi genitori, perché poi dovremmo chiederci, senza venirne a capo, come mai i giovani crescano sempre più alienati dentro un disagio esistenziale senza precedenti?

Ed allora, quando i bimbi concludono una gara sportiva, comunque sia andata, hanno bisogno di sentire che esiste una piena ed incondizionata accettazione da parte delle sue figure affettive di maggiore riferimento. La domanda “ti sei divertito?”, sarà molto meglio di un’accusa, di un giudizio o di una sottolineatura critica all’errore, magari poco o per nulla costruttiva.

E allo stesso modo, quando un bambino rientra da scuola, è sufficiente la generica domanda aperta “Com’è andata?” Si potrà sostituire così quei quesiti pressanti che focalizzano l’attenzione del bambino sulla prestazione, sul numero, sul voto, sulla quantità.

L’adulto ha il dovere di conoscere la potenza dei suoi messaggi impliciti ed espliciti, connessi alle eventuali conseguenze sui complicati processi di crescita e strutturazione dell’identità dei bambini. Mettendosi in discussione potrà essere un valido punto di riferimento, ed anche se perennemente soggetto all’errore, potrà mostrarsi capace di riparare e ri-organizzare la sua preziosa opera educativa.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

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