C’ERA UNA VOLTA L’INFANZIA. Precocismo e adultizzazione nei modelli educativi contemporanei

Pubblicato il da Nuccio Salis

Con “la scoperta del bambino”, la celebre educatrice e medico Maria Montessori ci spiegava come sia necessario, prima di rivolgere attenzioni ai bisogni del bambino, distinguere la peculiarità dell’infanzia, come periodo evolutivo caratterizzato da dinamiche dello sviluppo differenti rispetto a quelle di un soggetto adulto. Diverse ricostruzioni storiche (sono note in letteratura quelle dell’Ariès), rendono conto su come sia stato possibile “pensare l’educazione” soltanto a partire dalla constatazione della diversità fra la natura del bambino e il mondo esperienziale degli adulti.

L’ipotesi di educabilità, che da avvio a un possibile luogo progettuale rivolto alla persona ed al suo ambiente, è pensabile soltanto se si è capaci di individuare bisogni, caratteristiche e risorse in seno al soggetto verso cui orientiamo intenzionalmente la nostra opera educativa.

Fino a che questa distinzione, che deve essere corretta ed approfondita sul piano antropologico ed espressivo, non può essere accolta e considerata, non potrà emergere un concetto di psichismo infantile, e tantomeno potranno così giustificarsi percorsi di ricerca inerenti verso questa direzione.

In assenza di una distinzione così accurata, la storia dimostra come gli adulti si siano affidati ai miti, per poter inglobare i bambini all’interno delle strutture sociali. La conseguenza più frequente fu quella di poter attribuire a un qualunque bambino, anche molto piccolo, ruoli prescritti dalle necessità organizzative della comunità degli adulti. Bambini braccianti agricoli e allevatori di bestiame, bambine allevatrici di sorelline o cugine più piccole, e perfino bambini re o con titoli nobiliari, nel caso dei potenti altolocati, sono fra le figure più edificanti che denotano la mancanza anche concettuale della specie “bambino”.

Questo fenomeno, che definisco come una mistica dell’eguaglianza, fa perdere di vista l’importante differenza fra un bambino ed un adulto, omologando il primo ai bisogni esclusivi del secondo, e bloccando di fatto il potenziale innovatore insito negli appartenenti alle nuovissime generazioni.

Com’è la situazione oggi, lasciatici dietro i secoli trascorsi? Noi educatori, uomini e donne del terzo millennio, riusciamo ad ammettere fino in fondo la diversità fra adulti e bambini, quali espedienti utilizziamo per resistere ancora a riconoscere la diversità strutturale e processuale di un bambino rispetto ad un adulto?

Su questo punto, credo sia il caso di metterci parecchio in discussione, visto che dopo la scoperta dell’infanzia, sembriamo nuovamente ritornati ad una generale uniformità fra i due fenotipi bambino ed adulto. Una possibile domanda da formularci potrebbe essere: stiamo perdendo nuovamente la percezione di diversità fra bambino e adulto? E se sì, perché ciò sta accadendo?

Vorrei partire da un concetto chiave che può riassumersi in una sola espressione: successo!

Si assiste, in questa civiltà contemporanea, ad una possibilità crescente di affermazione e divulgazione di sé, mediante le più sofisticate tecnologie informatiche e multimediali. L’utilità di una tale ingegneria è fuori discussione, e così anche le potenzialità di contatto, conoscenza, comunicazione, miglioramento sulla propria qualità del lavoro. È grazie a queste invenzioni se esistono attualmente opportunità dapprima impensabili. Abbiamo aperto universi di cui ignoravamo l’esistenza, e ci siamo offerti una rete sociale molto più agevole e facilitata per organizzare le nostre attività e pervenire ad un maggiore arricchimento sul campo dell’informazione, della ricerca e del libero scambio. Naturalmente, questo discorso vale nei casi in cui se ne faccia un uso appropriato ed efficace, in grado cioè di considerarne e gestirne i rischi ivi connessi.

L’ausilio di tali efficienti dispositivi ha prodotto un espansione di tutto ciò che era già manifesto come fenomeno umano, nel bene e nel male.

La possibilità di infrangere i limiti spaziali e di raggiungere in tempo reale ogni luogo, manifestandosi apertamente e mostrando qualcosa di sé, ha fortemente contribuito ad ampliare a dismisura la tendenza egoica ad affermarsi, spinti dal principio della notorietà e del successo, già abbondantemente promosso anche prima che fosse data a tutti la possibilità di conquistarsi il proprio angolino di gloria.

Diversi genitori sono fra quelli che non hanno potuto godere di tali opportunità quando erano molto piccoli, ed oggi proiettano loro stessi dentro i loro figli, percependoli come contenitori-corpo il cui unico scopo è quello di soddisfare i loro desideri inespressi e riscattarli degli insuccessi sperimentati del passato.

Ed ecco che ciascuna famiglia, a casa propria, ospita le reincarnazioni di Einstein, Leonardo da Vinci, Giotto o Galileo, a seconda del talento che in quel momento si vuole ostinatamente attribuire al proprio figlio. Da sempre, ogni genitore tende a sopravvalutare le doti dei propri figli, e da sempre i bambini sono in qualche misura esibiti di fronte anche ad un limitato pubblico di parenti o amici. L’estensione illimitata sulle performance dei propri bambini, a mezzo informatico, e la conseguente registrazione di visualizzazioni e commenti, può magari distorcere il senso circa la reale dimensione delle capacità mostrate dai bambini. Ma il desiderio di fama spesso annulla tale sobrietà, e i bambini finiscono per diventare loro malgrado piccoli divi in miniatura, caricature spesso irriconoscibili di modelli adulti. Un dominante e imperativo principio di estimità spoglia i bambini del diritto alla spontaneità, a quella tendenza innata e naturale raccontata in termini puristi da L’Emilio del Rousseau. Ciò che conta diventa il fine, il risultato, non la qualità del processo attraverso cui si apprende ma la quantità delle nozioni conosciute. È facile, dentro questo sconsolante quadro pressappochista, confondere un bambino capace di processare dati ed interconnetterli, con un altro che magari sa perché ricorda di più. Saranno le teorie ingenue dei genitori a ritagliare su misura le caratteristiche dell’immaginario bambino-genio, partorito dalle loro personali fantasie, contaminate dalle aspettative e richieste più diffuse, ovvero ai valori di: efficienza, prestazione, rendimento, rapidità e… popolarità. In pratica, l’idea di bambino diventa quella di un prodotto seriale, e di conseguenza l’agire educativo somiglierà a quella di un management promozionale. Educare un bambino e costruire una saponetta, sembra che comincino a divenire due processi speculari e con diverse analogie.

Peraltro, la distinzione fra stereotipi legati ai modelli adulti, ripropone il più marcato e retrivo sessismo, da sempre conosciuto. Si vedano in particolare i bambini culturisti e palestrati, e le bambine esibite nella passerelle della moda.

In questa situazione, il divismo è interfacciabile con la precocità ricercata, in quanto entrambi costituiscono l’idea del bambino perfetto. Nella letteratura dell’approccio transazionale sono noti alcuni comandi genitoriali che il bambino interiorizza, delineando così un’immagine di sé. Fra questi è annoverata la spinta ‘Sii perfetto’, che consiste appunto nel far aderire il bambino ad uno stereotipo impersonale, distaccato dalle sue reali esigenze e realistiche possibilità.

Per questa ragione il bambino precocizzato, che legge a 3 anni, che a 5 scrive un romanzo, che a 6 compone una sinfonia e che a 7 insegna matematica ad Harvard, a 8 ha inevitabilmente l’esaurimento nervoso.

Sostengo che sia un delitto sottrarre di proposito l’infanzia, a un individuo. Il rischio è che egli assuma una visione della vita “intellettualizzata”, castrando tutte le altre dimensioni dello sviluppo, cioè divenendo un soggetto incompleto, con gravi menomazioni nell’ area emozionale, socio-affettiva, interpersonale ecc. La sua vita, mentalizzata come se egli fosse un software da caricare di dati, lo esporrebbe ad una serie di inevitabili frustrazioni ed insuccessi, dovuti soprattutto al fatto di non aver maturato secondo la legge naturale dello sviluppo, che prevede integralità, globalità ed armonia fra le singole parti interdipendenti. Precocizzare significa dunque addestrare a scomparti, ovvero l’esatto contrario di ogni sano processo educativo. Ciò che inizialmente, sotto protezione del mondo adulto, rende apparenti e temporanei vantaggi al bambino, si possono rivelare in futuro eventi altamente problematici sotto l’aspetto esistenziale. Una conferma di ciò è data dal caso di William James Sidis, noto nella letteratura sulla precocità dell’apprendimento.

Le pressioni esterne, le incalzanti richieste a tenere elevati i ritmi della prestazione, l’inevitabile iperstimolazione nozionistica, hanno l’effetto di generare ansia, insicurezza e disistima, proprio in un’età in cui la leggerezza dovrebbe essere il proprio esclusivo interesse, e la gratuità del vivere il proprio unico motto.

Purtroppo, affermati professionisti del settore, individuando tale debolezza umana nel legame affettivo parentale che lega un genitore ad un figlio, hanno trovato il modo di promuovere una straordinaria operazione di marketing, persuadendo gli stessi, e perfino certi addetti ai lavori, nel settore educativo dell’infanzia, ad approvare ed implementare programmi per accelerare gli apprendimenti nei bambini, salvo poi rendersi conto di quanto era molto facile far perdere i contenuti e le competenze acquisite, sperimentando cioè un mancato consolidamento delle nozioni e dei loro trasferimenti, a scapito fra l’altro di tutte le altre abilità da esercitare.

Per questa ragione affermo che ogni processo di precocizzazione è a tutti gli effetti un abuso sul minore, in quanto significa privarlo circa il diritto a formarsi una propria identità, anche affrontando rischi, scelte azzardate, errori o pericoli ponderati. In questa situazione, il bambino è spogliato della sua personale attività di esplorazione e ricerca del Sé, poiché gliene viene impressa una struttura già preconfezionata, la quale riduce i suoi spazi espressivi e di autonomia. Ciò è lesivo di ogni principio basilare del benessere del bambino, il quale per potersi sviluppare in modo equilibrato deve avere la possibilità di godere di spazi potenziali per il contatto e la conoscenza di sé e del mondo, in conformità con le proprie attitudini e le reali possibilità legate alla sua persona e al momento evolutivo che sta attraversando.

Vale a dire che qualunque attività proposta al bambino deve necessariamente sposarsi con quanto è di più autentico nel bambino stesso. Deve cioè appartenere alle sue caratteristiche, e deve altresì essere adatta alla sue reali esigenze ed interessi naturali. Se tali criteri vengono lesi da un approccio basato esclusivamente sulla prestazione, allora quel pezzo di infanzia è destinato di nuovo a tramontare, e l’umanità che disconosce e sconfessa la trasparente ingenuità dell’infanzia, è un’umanità che ha già fallito.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

 

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maria teresa callini 12/03/2014 11:23

Condivido pienamente!! Bellissimo articolo, completo e chiarissimo!!!

Nuccio Salis 12/22/2015 14:30

grazie ;)

Nuccio Salis 07/24/2015 15:13

grazie