TUO FIGLIO E’ UN SECCHIONE? Quelli che “Oddio! Ho preso solo ‘più che buono!’ “

Pubblicato il da Nuccio Salis

Molte attenzioni, nel campo educativo e didattico sono rivolte a studenti con difficoltà dell’apprendimento. La letteratura prodotta in merito a tale tematica risulta piuttosto vasta: manuali, testi di approfondimento e guide con suggerimenti strategico-operativi, sono pubblicati a ritmi piuttosto incalzanti. Così come sono organizzati altrettanti eventi di divulgazione e di formazione, intorno a un tema sempre più dibattuto, oramai caldamente considerato anche al di fuori di un contesto meramente scolastico. Per via delle accertate ricadute sociali nella vita pubblica, nonché della particolare tipologia dei vissuti personali a carico dei soggetti direttamente interessati, sul fenomeno legato alle disfunzioni nei processi dell’apprendimento si è creato un terreno di ricerca e di dibattimento ampiamente frequentato, nel cui spazio si incontra e si confronta una pluralità di figure professionali, e si incrociano e si intessono le vite di diversi soggetti, costruendo storie ed esperienze che corroborano la ricerca scientifica con una importante aneddotica, la quale molto spesso assume perfino una sorta di linea guida per indicare possibili strumenti e percorsi, a vantaggio dei soggetti con difficoltà.

Insomma, quando il problema si manifesta con tutta la sua portata, ne consegue in modo abbastanza naturale l’interesse a comprenderlo e fronteggiarlo. Si cerca di codificarne il meccanismo, si tenta di acquisire validi paradigmi di lettura, di reperire le modalità più appropriate per poter anche sviluppare possibili tecniche nel poterlo affrontare. Questo impegno, sembra venire meno quando i problemi, almeno apparentemente, sembrano proprio non sussistere.

Ciò si verifica quando si guarda a coloro che si pongono esattamente all’estremo opposto dei soggetti con difficoltà nell’apprendimento, e nonché anche a coloro che si esprimono come studenti demotivati. Ci si riferisce, in sintesi, ai ‘supermotivati’, e dunque a quelli che non solo si impegnano con lo studio e con i compiti, ma fanno anche di più, dedicando più tempo di quanto li occorrerebbe, in modo da eccellere, da superare se stessi, da soddisfare la richiesta della prestazione.

Questa particolare categoria di studenti, sembra abbia acquisito l’abitudine di legare la percezione di valore di sé al successo scolastico. La riuscita del compito, e l’associata quantità del rendimento ottenuta e valutata dallo stesso, costituiscono i parametri di misura della propria sicurezza ed immagine di sé. In sintesi, la propria autostima e senso di autoefficacia risultano affidati al soddisfacente raggiungimento del risultato. In altre parole ancora, ci si può sentire sicuri di sé, apprezzati e competenti, solo a patto che la propria prestazione sul compito sia stata ineccepibile. In pratica, tutto va bene fino a che non si commette nessun errore, fino a che si può contare di poter prevedere, prevenire e controllare ogni possibile fattore di rischio legato all’insuccesso.

Il prezzo energetico di un tale impegno è facilmente immaginabile. Esso richiede un tale investimento di risorse emotive e cognitive, da poter essere considerato uno sfiaccante e pressante sovraccarico di componenti ansiogene, di fobie legate al pericolo del fallimento, nell'eventualità del quale, tutto potrebbe essere vissuto con intense reazioni catastrofiche.

Il soggetto caratterizzato da tale profilo non può considerare pensabile, e di conseguenza accettabile, l’ipotesi di un insuccesso, e pertanto potrebbe avere serie difficoltà nel gestire gli effetti di una simile ferita alla propria identità. In vero, tale prototipo di studente ‘modello’, ha finito per disinvestire sulla costruzione di un Sé autentico, e ne ha prodotto uno falso e succedaneo, il quale non può mettere in discussione, salvo provare una traumatica sensazione di perdita, di vuoto e di disorientamento.

In tale circostanza, si verificano almeno due curiosi paradossi, i quali vorrei mettere in evidenza. Il primo richiama un aspetto personologico, e consiste nel constatare che proprio il soggetto che esibisce decisione e forza, in virtù delle sue abilità di studio, è in realtà molto più esposto al manifestare debolezza e fragilità, in seguito a un possibile errore. L’illusione di essere perfetto ed impeccabile, peraltro, non potrà che essere scalfita dall’esperienza della vita stessa, prima o poi, obbligando ciascuno a ridimensionare l’idea di sé all’interno di un orizzonte identitario più autentico e credibile.

Ragion per cui, spingere per esempio un bambino a dare sempre il massimo, ad ottenere più di tutti, a mostrarsi il migliore, a pensarsi superiore, non fa che aumentarne la condizione di vulnerabilità, per via degli inevitabili episodi di “insuccesso”, molto spesso necessari anche a maturare sotto il profilo umano, prima ancora che come ruolo di studente.

Il secondo paradosso che vorrei sottolineare, riguarda invece proprio la qualità processuale dell’esperienza dell’apprendimento. Mi spiego: forse vi sono genitori che incalzano i loro figli a raggiungere il massimo del punteggio, perché questo è vissuto come una sorta di biglietto da visita con la società e anche perché sembra costituire la prova di intelligenza che comprova al tempo stesso l’immagine stucchevole di “bravo bambino”, che molto spesso come adulti appiccichiamo ai più piccoli, a nostra discrezione. Questa situazione, però, ha lo svantaggio di far focalizzare lo studente ‘modello’, esclusivamente sul numero, sulla quantità del risultato, sul voto ottenuto, sull’entità del premio elargito. Privilegiare l’approccio quantitativo, deprezzando il valore del processo attraverso il quale si possono validare i propri risultati, finisce proprio a discapito del soggetto stesso che compie l’esperienza dell’apprendimento. È presto detto il motivo: l’apprendimento è un processo che può non richiedere solo l’applicazione rigida di procedure e abilità ormai consolidate ed acquisite. Vi sono occasioni e circostanze in cui ciò che si è imparato potrebbe essere rivisitato in funzione delle nuove richieste adattive dell’ambiente. È in quel caso che la vera intelligenza si esprime, poiché la capacità di progettare risposte originali, creative, facendo capo alla plasticità dinamica di un procedimento intellettivo, può essere la chiave risolutiva per risolvere problemi mediante soluzioni non prima considerate.

Invece, l’attenzione esclusiva sul guadagno quantitativo del rendimento, oltre a promuovere un’esperienza di apprendimento demotivante (mentre vorrebbe essere il contrario), degenera nella povertà strategico-processuale, annichilendo le potenzialità dell’intelligenza, proprio mentre si è convinti di volerla sostenere e sollecitare!

Ovvero, il bambino avvinto dall’affanno della prestazione e del traguardo, è più soggetto a una forma mentis di tipo entitario, a cui invece si contrappone il modello incrementale, che riguarda una visione più attiva dell’esperienza di apprendimento, vissuta come maggiormente esplorativa e tendente verso la ricerca.

Infine, quello che si potrebbe sviluppare nel bambino la cui vita ruota intorno alla pagella, è appunto un atteggiamento ad impostazione mentalistica e meccanicista. La conoscenza è trattata ed elaborata a mero vantaggio del risultato, disconnessa da ogni ulteriore processo di ricerca e di interconnessione con tutte le sue parti. In debita conclusione: il bambino “secchione” non impara ad imparare.

Tutto ciò rende anche il bambino dipendente dal giudizio dell’adulto, ricattabile, compiacente e corruttibile… proprio come l’adulto!

È importante, invece, considerare la possibilità di sbagliare, nella propria vita, a partire anche dai compiti e dalla carriera scolastica. L’illuso perfezionista, che non riceve mai aiuti, si strutturerà come persona incapace di chiedere aiuto, se non addirittura come individuo non propriamente in grado di riconoscere i propri bisogni e i propri eventuali limiti o difficoltà. Irrigidito dalla gabbia dorata di un’immagine di sé che non ammette di sbagliare, egli potrebbe vivere con la costante sensazione di circolare con la mitica spada di Damocle sulla testa. Potenziale di disfatta estremamente spiacevole.

Ed allora credo sia importante, come possibile contromisura, educare a sapersi rapportare con l’errore, a metterlo in conto come evenienza possibile; il che significa offrire una visione realistica degli eventi, un’immagine umile su di sé e proiettata al miglioramento.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

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