I BAMBINI? FACCIAMOLI DIVERTIRE E IMPARARE COL DISEGNO. Importanti implicazioni educative e nelle dinamiche dell’apprendimento legate alle attività grafo-pittoriche -PARTE SECONDA-

Pubblicato il da Nuccio Salis

Una delle attività più accattivanti, che viene in genere accolta favorevolmente dai bambini, riguarda il disegno. Nel corso della mia esperienza di pedagogista, ho attivato diversi laboratori sul tema, che mi hanno dato modo di occuparmi di una vasta e molteplice tipologia di soggetti partecipanti. Numerose variabili, quali età, sesso di genere, caratteristiche personologiche, provenienze etniche e difficoltà oggettive inerenti allo sviluppo o alle abilità, si sono potute accomunare, pur tenendo conto della pluralità di bisogni ed espressioni, in una attività che da sempre garantisce la liberazione di potenzialità espressive, perfino nei soggetti maggiormente inibiti nella relazione. Il disegno, oltre a proporsi come mezzo espressivo in grado di estrinsecare i propri vissuti interiori, si presta anche come strumento adeguato per affinare in modo preliminare quella abilità grafo-segniche che costituiscono la base dei processi della scrittura vera e propria, intendendo con quest’ultima la capacità di riprodurre in tracciato le corrispondenze grafo-fonemiche proprie del codice alfabetico della cultura di appartenenza.

Del resto, lo stretto rapporto fra disegno e scrittura è stato individuato da diversi pedagogisti, già dalla seconda metà dell’Ottocento. Illustri insegnanti e studiosi di didattica avevano già avuto modo di sperimentare metodi che prevedevano l’ausilio del disegno come strumento preparatorio ai processi della scrittura, avvalorandolo come un prezioso aiuto e un naturale sostegno verso chi dovrà essere preparato all’apprendimento dello scrivere. Esistono puntuali disamine storiche che mettono in evidenza questo aspetto, e di come fosse chiamata in causa anche l’immaginazione, la cui forza rappresentativa è dichiarata come la condizione necessaria ai fini della riproduzione delle forme. Appurato che il tracciato guidato attraverso l’esercizio del disegno può costituire il fondamento di successive competenze segniche, non resta che mettere in evidenza la valenza pedagogica di tale attività, finalizzandola verso il raggiungimento e lo sviluppo delle abilità grafiche destinate alla scrittura.

Il carattere motivante dell’attività legata al disegno, corrisponde alla tendenza naturale di ciascuno a “lasciare un segno”. La traccia testimonia la propria presenza, suggella in modo visibile la volontà di partecipare. L’atto del far permanere un’impronta di sé è un bisogno tipico ed ancestrale, al di la dello strumento tracciante offerto dall’epoca alla quale si appartiene. Che sia una parete rocciosa da scavare con pietra oppure una superficie più compatta da incidere con puntelli o altri arnesi, l’attitudine di imprimere un segno si estende per tutto l’orizzonte temporale della storia umana. È questa propensione, peraltro, a coinvolgere processi maturativi ulteriori nell’ambito cognitivo e motorio, in quanto richiama capacità quali l’astrazione e la significazione simbolica e, dal punto di vista motorio, tutte le abilità dirette ad un adeguato controllo tonematico e cinestesico, atto proprio ad esercitare correttamente i dinamismi gestuali che consentono la buona funzionalità del tracciato. L’esercizio del disegno, dunque, è un’attività complessa che merita uno studio approfondito, per via dell’insieme degli elementi che riesce a citare in causa. E non soltanto aspetti di natura cognitiva e cinestetica sono chiamati a farne parte, ma anche fattori emozionali, in quanto il prodotto tematico relativo al proprio tracciamento è considerato il risultato di una proiezione, quindi suscettibile di analisi.

L’attività del disegno, inoltre, seppur impiegata intenzionalmente per modellare l’armonia gestuale che accompagna il segno, ha il pregio di non attendere la prestazione da parte del bambino. Nel senso che, diversamente dalla scrittura propriamente detta, all’atto del disegnare può essere lasciato ampio margine di libera espressività o tollerato lo spontaneismo nel modificare eventuali consegne a tema. A differenza della scrittura, quindi, che si personalizza con tempi decisamente più protratti, nel segno e nella figura sono impresse tutte la peculiarità dell’esecutore. In particolare, nel segno sono compresi l’intenzionalità, la casualità o il tentativo di rappresentazione; nella traccia sono inclusi il controllo, la fluidità, la stentatezza, l’occupazione dello spazio, la prevalenza della tipologia delle linee (spigolose, curve, uncinate) ecc. In pratica, il paradigma cardine si incentra sull’importanza da attribuire al gesto, al segno ed al tracciato, mettendone in evidenza i rispettivi caratteri relativi alla dimensione, marcatura pressoria, direzione (centrifuga o centripeta), spazialità occupata e vigore ergico impresso nel dinamismo dell’atto.

La portata non trascurabile di questi enunciati, rimanda ad un agire pedagogico che riconosce la centralità della persona, come identità in potenza che costruisce un sé narrante, per mezzo di una spinta esplorativa. È questo tipo di sollecitazione che favorisce un apprendimento contrassegnato da una motivazione interna, condivisa e ricercata. Uno degli scopi apicali della pedagogia clinica, consiste proprio nel ricorrere a metodi che privilegino la spinta motivazionale, favorendo la tenuta del livello attenzionale e della funzione di veglia. Appellarsi all’attività del disegno, finalizzata agli scopi strutturati in atelièr pedagogico, può costituire una pratica e valida scelta per raggiungere il soddisfacimento di tali principi e l’annessa realizzazione degli obiettivi preposti. Ricapitolando, il disegno è la scrittura del bambino, specie se ci si riferisce a un soggetto prescolare, che potrà esercitare l’abilità segnica su superficie, soprattutto mediante l’atto del disegnare.

Attraverso il disegno, per riassumere, ciascun bambino può allenarsi a collaudare tutte quelle capacità propedeutiche all’atto dello scrivere: comprendere e organizzare il senso della direzione, gestire l’uso dello strumento tracciante, regolare equilibri e tonicità corporei al fine di impostare correttamente il segno, accompagnare il processo di coordinazione oculo-manuale, consolidare insomma tutte quelle funzioni utili e necessarie al compimento della capacità di scrivere. La scrittura, interconnessa col processo di lettura, necessita naturalmente di un grado di controllo maggiormente elevato, riferito alle complesse procedure del “buon gesto”. L’attività dello scrivere richiede l’affinamento di abilità molto sofisticate, sviluppate in assenza di specifiche anomalie o atipicità nei procedimenti dell’apprendimento. Queste capacità, potenzialmente pronte a manifestarsi, devono anche ricevere adeguate sollecitazioni, affinché possano avviare e completare il loro processo. Le stimolazioni adatte a mobilitare e portare in evoluzione tali capacità, non soltanto devono essere regolate in modo quantitativo, decidendo cioè sull’intensità degli stimoli stessi, ma occorre anche e soprattutto strutturarle in senso qualitativo, offrendo cioè un corredo di esperienze che provochino nel soggetto disponibilità e apertura. Questo è un punto imprescindibile della pedagogia, che si distingue per la sua proposta articolata di metodi, volti a catturare l’attenzione della persona, arricchendola di esperienze innovative. L’orientamento olistico, congiunto all’impegno di far esperire il nuovo, punta ad offrire risposte più qualificate verso coloro che si trovano in situazioni di inadeguatezze o impacci di ordine psicomotorio. Questo modello di lettura della persona, favorisce anche percorsi di ricerca e di metodologia più efficaci e completi, scevri per esempio da impostazioni basate su logiche e sequenze addestrative, fondate sulla ripetizione rigida e pedissequa di procedure standard.

Nello specifico, e cioè in riferimento al disegno inteso come processo prescritturale, un’attività che impieghi l’atto del disegnare, e che decida di abbracciare il corpus teorico della pedagogia clinica, non si limiterà all’ammaestramento della mano affinché esegua lineari e fluenti tracciati, ma allargherà il focus di osservazione verso tutte le componenti facenti parte del dinamismo motorio in atto. A scrivere, cioè, non è soltanto la mano, ma è partecipe tutto il corpo. Lo studio sui processi in merito alla costituzione dello schema corporeo nel bambino, diventa essenziale nell’attività grafo-motoria.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista clinico, Counselor socio-educativo, Educatore professionale, Formatore analitico-transazionale)

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