DISAGIO FAMIGLIARE E MALESSERE NUTRIZIONALE: l'irriducibile connubio a danno dei bambini

Pubblicato il da Nuccio Salis

DISAGIO FAMIGLIARE E MALESSERE NUTRIZIONALE: l'irriducibile connubio a danno dei bambini

La dimensione corporea riferisce della nostra vita. La conoscenza e l’uso adeguato delle dinamiche corporee influisce sul funzionamento mentale e dei processi cognitivi. Il corpo è difatti il corrispettivo della nostra casa, esso rappresenta il contenitore di tutte le nostre esperienze, e ad esso è importante dedicarvi tutte quelle attenzioni che possono favorire il mantenimento di abilità importanti quali l’attenzione, la memoria, la prontezza dei riflessi, la ricettività sensoriale; nonché la conservazione di tali capacità, destinate all’inevitabile e progressivo decadimento in ragione del processo di invecchiamento. Le cadute delle prestazioni cognitive, infatti, possono essere contenute e in parte anche risvegliate, qualora si prestasse maggiore cura alle esigenze ed alle risposte attivate dal sistema corpo.

È risaputo come l’alimentazione costituisca il principale carburante per attivare in modo sano le funzioni legate agli apparati corporei (sistemi digestivo, endocrino, circolatorio ecc.) Tale risorsa non è da considerare limitatamente alla quantità o alla presenza di cibo bio-disponibile, poiché tale processo, all’interno di un’ottica pedagogica, assume importanti valenze che riflettono lo stile di vita e le caratteristiche della persona. I connotati simbolici che vi sono legati, inoltre, e i contenuti che si rifanno a temi quali la crescita o la relazione affettiva, per esempio, obbligano a considerare il processo dell’alimentazione su un piano di lettura che lo pone oltre la semplice necessità fisiologica, collocandolo su un orizzonte di ricerca che abbraccia variabili fondamentali che investono l’intero universo psichico e comportamentale della persona.

Assumere cibo, dunque, non riguarda riduttivamente la risposta di sopravvivenza necessaria al rifornimento della “macchina” corpo, ma concerne ed ingloba anche un discorso sulla manifestazione totale della persona, caratterizzata dalle molteplici connotazioni di una natura soggettiva complessa, che merita e richiede di essere continuamente studiata e approfondita. Il focus che inquadra l’oggetto di studio, dunque, si estende dal tema della nutrizione a quello del nutrimento, ascrivendo a quest’ultimo tutti i fenomeni dell’esperienza umana che sono in rapporto col cibo. Il richiamo delle tematiche legate all’alimentazione si sviluppa dunque sull’interesse per l’unicità di ciascun individuo, che nel consumare il cibo produce un’attività connessa anche alla sua dimensione affettiva, culturale e antropologica in toto.

La portata del tema impone una visione aperta, sistemica e globale del fenomeno, che maturi importanti riflessioni anche a carattere economico e geo-politico, in quanto l’argomento della nutrizione investe questioni di importanza planetaria. Esso infatti rende conto anche sulla qualità dei rapporti macro-sociali, sollecitando ad ampliare la piattaforma di studio e di ricerca, anche per eventualmente reperire modelli ed opzioni di risposta a colossali problemi legati per esempio alla malnutrizione di alcuni Paesi del mondo.

Viene posto al centro l’importanza di un modello di comportamento consapevole nei confronti del rapporto col cibo, col proposito di mettere in evidenza come la salute di ciascun individuo consista in buona parte dall’assunzione di un atteggiamento responsabile e cosciente dal momento in cui provvediamo a sostenerci attraverso l’alimentazione.

Le nostre tavole possono essere considerate dei veri e propri terreni di conquista della propria salute e, per tale ragione, allo stesso tempo, luoghi in cui la salute può essere perduta o non sufficientemente considerata. È già ampiamente noto come il nutrimento, nella relazione diadica madre/figlio, non riguarda soltanto l’alimentazione organica, ma è un processo che esprime uno stile di accudimento, da parte del soggetto adulto, che comprende i propri comportamenti, abitudini di vita, emozioni, sentimenti, affetti, pensieri, idee, immagini, ideali e valori. In proposito, si evince come sia importante divulgare corrette informazioni scientifiche sul piano dell’alimentazione, proponendo un ampio panorama di offerte educative, con la finalità di fomentare una costante attenzione sul tema. Risulta di fondamentale importanza organizzare dibattiti ed eventi allo scopo di diffondere le conoscenze più aggiornate, ai fini di sensibilizzare la collettività a valutare con maggiore interesse quanto sia rilevante occuparsi della propria alimentazione, rivedendo eventualmente quegli stili di vita che risultano invece nocivi ed improntati a ogni forma di eccesso. Bisogna promuovere una cultura maggiormente attenta a ritenere essenziale la portata di questo tema, invitando ad attribuirne l’importanza che merita. Si dimostra infatti sempre più necessario agire secondo i criteri di una profilassi che miri ad arginare gli effetti più spiacevoli e preoccupanti del diffondersi di cattive abitudini in merito al rapporto col cibo.

Si deve constatare, di fatto, che il cibo è usato in modo frequente per compensare carenze affettive, e in molti casi i pasti sono consumati in situazioni dove imperano la fretta, la tensione e la velocità nel concludere, sottovalutando la qualità del cibo stesso e allontanando dall’esperienza del piacere sensoriale. Ulteriori dati allarmanti provengono dalle ricerche del CCM, Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie, il quale, secondo una ricerca finanziata e promossa dal Ministero Italiano della Sanità, e pubblicata sul web dal quotidiano Il Messaggero, riporta che un bambino di 8/9 anni su 3 risulta in sovrappeso. L’inchiesta, che colloca l’Italia ai primi posti della statistica europea sul problema dell’eccesso ponderale infantile, ha identificato la scorretta gestione dei pasti come una delle principali concause del precoce aumento di peso nei bambini. Nello specifico, si rende conto della diffusa abitudine di saltare la prima colazione per poi concedersi un abbondante spuntino di mezza mattina, consumando in modo ricorrente bibite zuccherate ed evitando frutta e verdura. Proprio in riferimento all’attività psicomotoria, la cui cura è da considerare come efficace ipotesi per preservare la salute del proprio corpo, solo poco più della metà dei 46mila bambini intervistati ha dichiarato di svolgere attività fisica o sportiva, mentre il 36% del medesimo campione riferisce di trascorrere oltre 2 ore al giorno davanti alla TV o con i videogiochi. Tenendo anche conto delle variabili del sesso e dell’altezza, l’obesità viene descritta come una patologia cronica ad eziologia multifattoriale. Nella definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, tale disagio è descritto come una condizione caratterizzata da eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute. Causata da eccessivo apporto calorico, mancanza di attività motoria e disagi psicologici, risulta peculiare delle cosiddette “società del benessere”, ovvero quelle comunità mondiali in cui è diffusa l’opulenza materiale, e di conseguenza l’eccesso diventa uno stile di vita e un’abitudine sociale condivisa ed accettata. L’ereditarietà genetica e la predisposizione famigliare rappresentano di fatto dei seri fattori di rischio di origine organica. Associata a tali variabili viene anche riscontrata l’esistenza di legami genitoriali marcatamente iperprotettivi, soprattutto la presenza della classica figura della “mamma chioccia”, che nutre il suo piccolo in modo smisurato. Da non disgiungere le abitudini alimentari scorrette, sia nella quantità del cibo che nella qualità dello stesso. In genere si constatano comportamenti alimentari che consistono nella consumazione frequente e frettolosa di snack e merendine ipercaloriche, o troppo salate o troppo zuccherate. A rafforzare tutto questo, uno stile di vita pigro e sedentario, che prevede di trascorrere una consistente parte di tempo immobili e seduti davanti a TV o videogames. Altra importante variabile socio-ambientale è rappresentata dal livello culturale della famiglia, che più è basso e più favorisce la comparsa di queste dannose consuetudini alimentari. Ad aggravare la compromissione del quadro generale, si registrano anche difficoltà di inserimento lavorativo per i soggetti in regime di obesità. Essi risultano infatti soggetti potenzialmente esposti a un numero maggiore di incidenti, e sono naturalmente individui poco produttivi. Provvedere alle cure di questo tipo di malessere implica elevati costi medici e sociali. Tale condizione presenta complicazioni non di poco conto, fra le quali sono state elencate il diabete mellito di tipo II, ipertensione arteriosa, patologie a carico del sistema osteo-articolare, ictus, sindrome da apnea notturna, riduzione dell’aspettativa di vita. Queste evidenze cliniche sono riscontrabili in tutti i soggetti obesi, siano essi bambini che adulti. In aggiunta, un bambino che diventa già obeso entro i primi 5 anni, diventerà con tutta probabilità un adulto obeso! L’argomento deve presentarsi sottolineando l’urgenza nel comprendere il fenomeno, così da sviluppare di conseguenza efficaci strategie possibili di intervento.

La questione diventa notevolmente complessa soprattutto se si fa riferimento alla straordinaria contraddizione fra una parte di mondo ipernutrita, connotata dall’eccesso e dall’abbondanza, e d’altra parte un’ampia fetta di popolazione mondiale che versa in estreme condizioni di penuria alimentare e povertà di risorse. Oltre ad un possibile quanto complicato dibattimento di natura politica e socio-economica, quel che si cerca di inquadrare e capire sono soprattutto le motivazioni che hanno condotto ad una tale emergenza sanitaria, in riferimento alla crescita dell’obesità nei Paesi occidentali. Un’analisi molto accurata è stata condotta dal pediatra statunitense David Kessler, membro della Food and Drug Administration, il quale ha battezzato il crescente fenomeno delle abbuffate compulsive, con l’espressione ‘iperfagia condizionata’, attribuendo a tale oggetto di ricerca l’influenza delle molteplici variabili socio-culturali. Egli sostiene che la stimolazione al controllo e alla regolazione dell’appetito, sia notevolmente suggestionata da fattori ambientali, di cui lo stesso autore riconosce ed elenca i seguenti:

a) Estrema disponibilità di cibo negli ambienti di vita

b) Capacità del cibo di far parte del campo attenzionale e percettivo del soggetto

c) Iperappetibilità degli alimenti, ottenuta artificialmente dall’industria alimentare.

Una generale situazione socio-economica che prevede il privilegio dell’abbondanza e della disponibilità all’eccesso, si congiungerebbe ad una strategica persuasiva campagna di promozione pubblicitaria da parte dell’industria alimentare, inducendo in tal modo al consumo di cibi inappropriati dal punto di vista nutritivo. Gli elementi annoverati come responsabili di un insano stile di vita alimentare, sono comunque da considerare congiuntamente ad una mancanza di attività fisica e di motto, che si allea nel generare una condizione descritta sempre più come allarmante. Fronteggiare questa difficoltà di crescente portata, significa attualmente, dal punto di vista professionale, agire necessariamente in team, dal momento che l’argomento investe implicazioni non soltanto di natura medica ma anche sociale, relazionale ed affettiva. La condizione rimanda infatti anche alle difficoltà esistenziali nel rapporto con sé e con la propria immagine, specie in riferimento al fenomeno della stigmatizzazione. Si evince da tutto ciò l’urgenza di rendere le persone sempre più informate e consapevoli circa l’importanza del sapersi correttamente alimentare. L’impegno che ci si assume è di ricercare essenziali linee guida per un comportamento alimentare volto alla promozione e alla tutela della salute umana.

Verso questo tipo di approccio sono chiamate a dialogare insieme sia le figure mediche che i profili professionali a taglio umanistico, con l’intento di confrontarsi ed integrare i loro interventi secondo un’ottica collaborativa, per offrire maggiori vantaggi possibili alla persona. L’interdisciplinarietà è riconosciuta come il punto focale per arricchire tale approccio di una moltitudine di metodologie e proposte operative, dirette a realizzare e raggiungere il medesimo scopo. Si sviluppa dunque l’esigenza scientifica di disporre di una lettura più ampia e completa della persona vista come un sistema, in continuo e perpetuo scambio dinamico con il suo ambiente culturale di riferimento, da cui ricava attivamente tutte le sue personali coordinate che ne definiscono i suoi confini identitari, le attitudini, gli orientamenti di valore e le caratteristiche personologiche. È essenziale, quindi, ai fini di una maggiore trattazione e comprensione delle dinamiche del rapporto fra la persona ed il cibo, accludervi tutti i fattori che motivano e guidano il comportamento della persona.

Nutrizione e nutrimento

(“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” - Gesù Cristo - ) [Mt 4,1 -11]

Ciascuno di noi ha bisogno dell’indispensabile quantità e qualità di nutrimento, che nell’ambito del vissuto dei legami interpersonali diventa la necessità di approvvigionarsi delle attenzioni che l’altro invia al nostro stesso indirizzo. Nella reciprocità, questa facoltà diventa anche la possibilità di dispensare cure ed attenzioni verso il prossimo, attivando quella parte di noi che è deputata ad attivare il processo di cura verso l’altro, allo scopo di favorirne il nutrimento e la crescita, in modo sano ed appropriato, ovvero tenendo conto sia dei bisogni e delle istanze affettive che della necessità di regolare ed auto-regolare il nostro comportamento tenendo conto della relazione, e altresì del feedback che si invia all’interlocutore, il cui termine, non a caso, rimanda letteralmente a un’espressione che ha a fare proprio con il nutrimento, come a riaffermare la forza nutritiva inscritta dentro ogni relazione umana, specie se vissuta come significativa e pregnante dal punto di vista formativo ed emozionale. In capo alla struttura di tali rapporti, meritano un’accurata considerazione i legami interpersonali a carattere primario.

La famiglia è la prima agenzia sociale che insegna e stabilisce, mediante i suoi modelli ed i suoi esempi, l’interconnessione fra il cibo e la relazione umana. Legami caratterizzati da processi disfunzionali, all’interno del nucleo famigliare, conducono a vissuti di colpa, sentimenti di negazione, sensazioni di solitudine, di instabilità e di vulnerabilità. È oramai riscontrato, anche da studi più remoti, che relazioni insufficienti, potremo dire non appaganti o povere di proprietà nutritiva, se non addirittura anaffettive, possono condurre i bambini a sentirsi privati di un elemento indispensabile ed essenziale alla vita e allo sviluppo completo. La carenza affettiva è da considerarsi in analogia alla scarsità vitaminica per quanto riguarda il nutrimento fisiologico. Entrambe queste condizioni sfociano in quadri clinici caratterizzati dal disagio emotivo e comportamentale.

La famiglia ed i suoi componenti, dunque, restano ad impersonare il luogo privilegiato dentro cui si instaurano i rapporti che ristorano le esigenze affettive più profonde di ogni individuo. Il riferimento è alla capacità di stabilire una misura di sobrietà nell’ambito dei rapporti umani, consolidando l’importanza dei propri spazi di espressione e ricercando al contempo la solidità e la reciproca alleanza in quei rapporti che prevedono la piena accettazione e l’amore incondizionato, in un clima di aperto confronto e di condivisione di spazi finalizzati anche al divertimento. Gestire efficacemente le relazioni interpersonali è una competenza che va maturata, per ricavarne i considerevoli vantaggi che ne seguono. L’obiettivo consiste nel produrre risvegli di ordine sensoriale e propriocettivo, che espandono nel soggetto la possibilità di ri-organizzare se stesso prendendo pieno possesso di sé; favorendo cioè quell’importante legame fra autonomia e coscienza di sé, che rappresenta una decisiva opportunità di riscatto per la persona. Il soggetto richiamato a ricevere sollecitazioni che lo aiutano a raggiungere una maggiore scoperta di sé, ad essere partecipe e presente a se stesso, ed a finalizzare l’unità fra identità psicologica e dimensione somatica. Quest’ultimo assunto di base, infatti, costituisce un’essenziale piattaforma su cui costruire il benessere della persona, soprattutto in riferimento al tema della nutrizione, dal momento che tale fenomeno coinvolge per l’appunto il legame fra le dinamiche corporee ed i rispettivi correlati somatici, dentro un continuo ed ininterrotto processo dialogico fra entrambe le parti.

Attivare la responsabilità famigliare

È importante promuovere interventi educativi diretti soprattutto alla famiglia, per formare una genitorialità consapevole, che ricerchi soprattutto le risorse da mobilitare per generare rapporti soddisfacenti all’interno del gruppo famigliare, affinché lo stesso evolva come una struttura di rapporti coesa ed in grado di rigenerarsi, di attivare risposte resilienti in forza delle sollecitazioni offerte da un complesso contesto socio-culturale continuamente soggetto a trasformazioni. La famiglia infatti fa fronte anche a tutti i cambiamenti sociali in atto, che la vedono coinvolta ed attivamente partecipe e protagonista, e pertanto si trova dinnanzi il compito di seguire e gestire tali mutazioni. I percorsi di sostegno alla genitorialità efficace possono includere anche percorsi di rilettura di sé, ovvero itinerari autobiografici dentro cui è possibile incentivare la riflessione e il dialogo interiore. L’attenzione viene canalizzata anche all’aspetto emozionale, che invece viene spesso bandito o messo da parte. L’impegno consiste nel ricreare un linguaggio delle emozioni che aiuti ciascun genitore a comprendere che è proprio su questo piano che si impernia la qualità della relazione, dal momento che i bambini codificano la realtà specialmente secondo griglie interpretative di natura affettiva. Il genitore che volesse entrare in sintonia emozionale con il bambino, è chiamato a compiere questo sforzo nel dare precedenza e ampia priorità alle emozioni. Comprenderne i processi equivale ad essere genitori più responsabili e più consapevoli.

Gli atteggiamenti, gli stili e le condotte genitoriali definiscono il “modello nutritivo” del genitore. La consapevolezza principale da sviluppare consiste nel prendere atto che il cibo è un modo per costruire e consolidare relazioni all’interno della compagine famigliare. All’interno di una costellazione famigliare, esso rappresenta molto spesso e volentieri un vettore interpersonale che regola i rapporti fra i membri dello stesso nucleo, sostituendo l’affetto, l’interesse e la cura dell’altro. Si interpone cioè come un surrogato che compensa carenze, disordini o mancanze affettive.

Fra le variabili di rischio che compromettono l’armonia dei rapporti famigliari, inducendo quindi comportamenti alimentari dannosi e scorretti, è osservabile una situazione di disordine e stravolgimento dei ruoli fra i diversi componenti di un nucleo familiare. Si constatata cioè un modello di relazione intra-familiare in cui dominano principalmente la confusione e l’invischiamento. I genitori assecondano tutti i capricci e le richieste dei bambini, manifestando comportamenti incongruenti del tipo “ti compro lo snack che mi hai ordinato di comprare ma ti dico che fa male”. Mediante l’invio di questi doppi messaggi, i genitori mostrano tutta la loro inadeguatezza accampando scuse e giustificazioni sulla loro fallacia educativa, dimostrando un nullo potere contrattuale in rapporto ai loro figli. Si tratta anche di famiglie note come “a doppio stile”, dentro le quali confliggono il modello educativo di un genitore con quello dell’altro, risultando vicendevolmente incompatibili ed in palese contrasto. Un genitore boicotta l’altro e viceversa, denotando uno stile generale vulnerabile e inaffidabile agli occhi dei bambini. Queste falle aprono la possibilità di intromissione esterne, da parte di componenti della famiglia allargata, quali per esempio, i nonni, che non mancano di disconfermare la validità dei ruoli genitoriali, proprio di fronte ai figli di questi ultimi. Altro elemento che esacerba tale confusione, consiste nella nascita di ritualità famigliari che ne rispecchiano la disgregazione e il disordine, in quanto si possono osservare comportamenti “alternativi”, associati all’atto del mangiare. Es: mentre si mangia si chatta col cellulare, ci si lacca le unghie ecc. La tavola perde il suo valore simbolico di unione e cessa di significare il territorio comune dove ci si scambiano confidenze, impressioni, ci si confronta e si condividono momenti importanti, dal momento che viene invece elusa ed evitata, poiché è permesso a ciascuno di consumare il proprio pasto isolatamente, in genere sul classico divano davanti alla TV. Ciascuno gestisce il proprio tempo in discrepanza rispetto alla possibilità di incontrarsi tutti e consumare insieme lo stesso pasto. Accresce fortemente un senso di solitudine, come vissuto dominante che caratterizza ciascun membro della famiglia che instaura questo regime di disordine. Tale percezione interna di vuoto, viene per l’appunto compensata dal cibo, come mezzo impiegato per riempire questo profondo senso di solitudine e di annichilimento. Di fronte a questi marcati segnali espressivi di disagio, soprattutto nei ragazzi, fra i genitori che si rendono conto della gravità della situazione, vi sono coloro che tentano seppur maldestramente di correre ai ripari, rivelando però tutta la loro impreparazione e inadempienza, poiché privi di strumenti. Fra l’altro, intervenendo in una fase cronicizzata di abitudini ormai consolidate, i risultati per un cambiamento si mostrano timidamente scarsi, o nulli, e l’andamento generale riprende e continua senza intercessioni. Difficile, infatti, da parte dei genitori, spezzare una ritualità ripetuta che all’improvviso subisce un seppur debole tentativo di cambiamento. Essi infatti hanno permesso ed approvato l’andamento generale delle cose, ed ogni accenno diretto a modificare la situazione provoca un inevitabile conflitto genitori/figli. I primi, nel cercare di intervenire con la forza e con la rabbia, subiscono la reazione di chi si sente inspiegabilmente ed improvvisamente tradito per ciò che fino a quel momento gli è stato concesso. A seguito di conflitti che gli stessi componenti non riescono a mediare, e che conducono gli uni contro gli altri in modo distruttivo, sperimentando così un vissuto di intensa sofferenza, vi sono quei genitori che prendendo atto di aver bisogno di aiuto, contattano gli specialisti che possono guidarli a formare da sé gli strumenti per ottemperare al loro ruolo, nel modo più idoneo possibile e realisticamente più vicino alle loro possibilità.

Come possiamo, dunque, realisticamente, aiutare i genitori a costruire un’alleanza parentale che consente loro di affrontare, ma ancora meglio a prevenire, situazioni in cui si esprime il disagio comportamentale dei loro figli? Le diverse proposte che possono essere attivate, non escludono la possibilità di intrecciarsi e procedere parallelamente. Se da una parte, i figli sono guidati ad apprendere modalità funzionali nel rapporto col cibo, e quindi a limitare e saper controllare il comportamento compulsivo inerente allo stile alimentare, d’altra parte debbono essere potenziate le capacità genitoriali nell’osservare e condurre tale processo, acquisendo strumenti idonei per esercitare la funzione educativa. Gli interventi possono essere implementati sulla base delle strategie di un approccio pedagogico globale e trasversale.

È necessario tenere conto come la ricerca compulsiva del cibo, ed una associata fruizione scadente dello stesso, dal punto di vista qualitativo, sono comportamenti indicatori di malessere, ed il corpo è la struttura complessa che viene in questo caso subordinata ad una condizione di sofferenza. Disordini sotto l’aspetto tonico, cinetico, posturale e della capacità ricettivo-sensoriale, risultano associati al comportamento disfunzionale nel rapporto col cibo. L’attenzione viene dunque focalizzata sul corpo, affinché la riconquista dei propri equilibri conferisca una più armoniosa espressione di sé. Può dunque essere programmato un set di intervento che immette le tecniche dialogico-corporee, perseguendo lo scopo di risvegliare la propriocezione, ripristinare la coscienza del proprio schema corporeo, regolare e conoscere le funzioni neurovegetative. Il fine consiste nel sostenere la persona a riconoscere le parti di se e saper cogliere il rapporto fra i segmenti e l’unità, distinguere i propri contorni e definire la propria identità corporea. Il corpo che accetta e vive la stimolazione tattile, sta permettendosi di ripristinare il contatto e l’apertura con il mondo esterno, accrescendo la disponibilità alle relazioni. Il corpo che accoglie l’esperienza sensoriale si sta nutrendo. Ancora sul versante di un parent training efficace, la diade genitoriale è supportata nel tentativo di concordare regole chiare e definite col fine di riprendersi la rispettiva autorevolezza da esercitare mediante il ruolo che spetta a ciascun genitore nella trama dei rapporti famigliari. Lo sforzo principale che la coppia genitoriale si propone di fare, coinvolge inevitabilmente l’intera costellazione, dando pieno fondamento all’obiettivo, faticoso ma necessario, di sostituire gli abituali modelli di relazione famigliari, caratterizzati dalla disattenzione e dall’incuria fra i membri, a nuove modalità di vicinanza e di comunicazione, finalizzate alla coesione del gruppo e alla rinascita dello stesso, in termini di vissuti finalmente appaganti nella costruzione dei rapporti all’interno della famiglia. Istituendo inediti modelli di relazione, dapprima non noti, i genitori e i figli hanno la possibilità di creare un’armonia di rapporti finalmente affrancata dal cibo come esclusivo mezzo mediatore. Il vantaggio che si ricava si estende all’intera costellazione, nel senso che la coppia genitoriale si ricolloca nel ruolo e nelle funzioni che le spetta, mentre i figli possono ora percepire dai loro genitori un vero interesse, perché non usano più il cibo come espediente per somministrare premi, punizioni, o sostituire incapacità affettive, o supplire a deficit comunicativi e relazionali, ma hanno invece imparato ad offrire esempi di disponibilità all’ascolto e di mediazione, in un clima di serenità, per via della quale i figli possono sviluppare sentimenti di fiducia e di stima, verso i genitori e loro stessi.

In prima battuta, si vuole provocare nel genitore la precisa volontà di mettersi sempre in discussione. Un primo criterio da adottare consiste nel costruire anzitutto l’attitudine a concepirsi dentro un divenire storico. A partire da questa condizione di base, egli può essere invitato a porsi alcune significative domande. Dal momento che assume il ruolo nutritivo nei confronti del bambino, dovrà maturare quella competenza definita col termine “responsività”, ovvero l’efficacia nell’offrire risposte ai bisogni del bambino. Ovvero di programmare un’azione di vicinanza che attende alle richieste naturali del bambino, e che includono sia i bisogni fisiologici di base che le necessità legate al ricevere premurose attenzioni e calore affettivo. Tale importante capacità procede di pari passo con l’interesse nel porre anche limiti e prevenire oggettive situazioni di pericolo. Un modello di parenting efficace misura entrambe queste istanze, coniugando la capacità di erogare affetto ed ascolto comprensivo con una adeguata funzione di controllo normativo. Sulla base di questi imprescindibili presupposti, i genitori possono formularsi una serie di domande relative all’organizzazione spaziale dell’ambiente dentro cui agiranno i loro figli. Es: “Qual’è lo spazio fisico che prepariamo ai nostri figli?”, “Come strutturiamo il luogo in cui dovranno studiare, mangiare, giocare?” Dalle risposte e soprattutto dalle conseguenze pragmatiche di tali quesiti, si definiscono precisi modelli e vissuti negli scambi sociali all’interno della famiglia, in relazione all’intimità e alle distanze consentite dai parametri dello spazio. In pratica, ciò che è fisico assume una connotazione psichica e sociale. Esattamente come il cibo, che nell’essere umano, a differenza delle specie animali, si carica di significati simbolici, ritualistici, e ne trascende la sua semplice e naturale funzione di conservazione della macchina-corpo, per essere invece investito di proprietà emotivo-affettive. Come non poter fare riferimento, a questo proposito, al cibo utilizzato (anche del tutto inconsapevolmente) come surrogato compensativo di carenze d’affetto, che lenisce ferite sentimentali ed offre un rimedio palliativo alla mancanza d’amore e alle richieste d’attenzione non soddisfatte. Non è dunque la sola istanza legata al bisogno fisiologico, che permette di tendere al consumo del cibo; ne è un esempio la stessa funzione consolatoria dell’atto di ingerire alimenti. Se ne deduce che l’impegno genitoriale, in fatto di educazione alimentare, deve tradursi in un modello rigoroso che tiene conto anche dell’individualità del figlio, conciliando i principi generali con le caratteristiche peculiari della prole. Per citare un esempio, si ricordi che il processo metabolico di assimilazione e digestione è certamente variabile di soggetto in soggetto, e varia inoltre in funzione della tipologia del cibo ingerito. Disponendo di tale conoscenza, ciascun genitore è chiamato ad impegnarsi nel riuscire a regolare tempi e orari di vita di un bambino nella sua quotidianità, tenendo conto anche dei ritmi e dei bisogni del bambino stesso. Ragion per cui, il compito nutritivo del genitore abbraccia sia la componente fisiologica che quella affettiva, ed egli ha il compito di contemplare l’intima e vicendevole connessione esistente fra queste due dimensioni.

L’atto pratico del fornire il nutrimento attraverso il cibo, genera importanti modalità relazionali fra il caregiver genitoriale che provvede alla somministrazione del pasto ed il bambino che lo riceve. Fin dalle prime fasi della nascita, l’oralità del bambino ha sempre avuto una funzione di raccolta dei dati di senso. La bocca è da sempre il centro esplorativo primario dell’individuo umano, ed è grazie al complesso apparato buccale che si possono espletare essenziali funzioni sensoriali legate al gusto, all’introiezione del cibo ed al piacere eventuale di gustarlo o contrariamente espellerlo e rifiutarlo. Lo stesso movimento meccanico della masticazione volontaria è il risultato più evoluto del precedente riflesso di suzione (rooting), attraverso cui il neonato può accogliere il capezzolo del seno materno ed ingerirne il latte. Il suddetto movimento, dunque, non è soltanto un semplice atto contrattivo e decontrattivo di un insieme di muscoli, ma rappresenta una funzione complessa diretta al soddisfacimento di bisogni sia fisiologici che affettivi. Nella totalità della meccanica cinestetica, esso coinvolge muscoli facciali, lingua, labbra, denti, ghiandole salivari, apparati respiratorio e digestivo, faringe, laringe ed epiglottide. L’esperienza gustativo-olfattiva è volta a sperimentare la sensazione del piacere ed a soddisfare l’appetito recuperando e ristabilendo l’equilibrio biodinamico. L’atto del nutrire, dunque, è un insieme di fattori fisiologici ed emotivi, ed il genitore che provvede a fornire il nutrimento, deve essere consapevole della notevole implicazione psichica ed affettiva di ogni suo gesto, parola ed atteggiamento prodotto all’interno di questa cornice di comunicazione e di scambio genitore/bambino. Il processo circolare che si struttura durante la relazione genitore/bambino, durante l’attività nutrizionale, definisce la qualità del funzionamento e degli equilibri del soggetto in fase di maturazione.

È all’interno di questo pattern che si delinea una tipologia relazionale che incide notevolmente sul prosieguo dello sviluppo emotivo, affettivo e relazionale del bambino. Il discorso assume perciò una portata piuttosto notevole, a partire anche da tutte quelle domande che ciascun genitore si rivolge dal momento che si prodiga mediante l’attività del nutrimento. Egli ha il diritto di accedere ad una corretta ed aggiornata documentazione scientifica, e d’altra parte anche di assumersi l’impegno di sviluppare e conservare il proprio spirito di ricerca.

Dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

Bibliografia:

_ SOLDERA G., Le emozioni della vita prenatale, Diegaro di Cesena, Macro Edizioni, 2000

_ SPITZ R. A., Il primo anno di vita del bambino, Firenze, Giunti, 1962

Riviste e periodici:

_ PELLAI A., Fare l’amore con il cibo, in “Psicologia Contemporanea”, Anno XXXVIII, 224, (2010), pp. 24-29.

Sitografia:

_ PERRA G., Italia, allarme obesità infantile: a rischio uno su tre, in http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/italia_allarme_obesit_infantile_a_rischio_un_bambino_su_tre/notizie/253683.shtml, “Il Messaggero”, (2013)

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