“CHE FATICA LO STUDIO!” Aiutare nelle difficoltà dell’apprendimento e guidare verso l’autonomia strategica

Pubblicato il da Nuccio Salis

“CHE FATICA LO STUDIO!” Aiutare nelle difficoltà dell’apprendimento e guidare verso l’autonomia strategica

Numerose difficoltà nello studio, da parte soprattutto di giovani allievi in ambito scolastico, sono notoriamente ascrivibili alla mancanza di efficaci strategie che aiutino ad assolvere con successo le prestazioni sul compito.

Occupandoci anche di studenti con generali difficoltà nell’affrontare gli studi, emerge con elevata frequenza come questi riportino di non possedere un “metodo”, intendendo con tale dichiarazione di non essere capaci di eseguire e portare correttamente a termine un compito richiesto. Può anche capitare che tale problema si estenda non soltanto a quelle attività di problem-solving di natura sequenziale, caratterizzate da automatismi procedurali (come per esempio la matematica), ma che includa anche la fatica di processare su dati ed informazioni legati alla produzione letteraria (testi, cronache, racconti ecc.). Ciò significa che spesso ci troviamo a constatare la povertà analitico-concettuale dei ragazzi, che si verifica in una larga popolazione di studenti, come spesso ci tocca verificare.

Non sono pochi coloro nei quali si rileva, a fronte di un potenziale intellettivo integro e sufficientemente equipaggiato, una serie di globali difficoltà che possono pregiudicare l’attività dell’apprendimento. È comune esperienza da parte di insegnanti e altre figure educative, osservare come soggetti pur dotati di tutti gli elementi atti a favorire l’esperienza di imparare senza eccessivi errori ed ostacoli, trovino comunque complicazioni di varie forme e strutture, nel loro personale cammino di apprendimento.

Spesso sono gli stessi studenti ad ammettere, o in alcuni casi chi per loro, a mancare di una valida strategia che li aiuti a finalizzare le attività prescritte.

In pratica, come è già noto, non basta sapere, occorre conoscere ‘come fare a sapere’, ovvero individuare un corretto approccio allo studio che favorisca il successo nell’apprendimento, e di conseguenza faciliti anche l’esperienza della valutazione positiva in ambito scolastico. E se quest’ultimo aspetto non è certo di poco conto, la finalità principale rimane indirizzata alla maturazione di una importante competenza che ci rende autonomi e consapevoli nel nostro percorso di apprendimento: si tratta della metacognizione. Il principio implicito in questo meccanismo, ed a cui bisognerebbe educare gli studenti fin da giovanissimi, consiste nel sperimentare la necessità di conoscere e monitorare i processi della nostra attività cognitiva, cogliendone l’importanza ai fini della conoscenza e dello sviluppo di un proprio stile di apprendimento. E quando si fa ricorso a questa espressione, ci si sta riferendo ad una compiuta e consolidata struttura dinamica che ci rappresenta anche nel nostro modo di essere e nella nostra identità. Lo stile di apprendimento racchiude la nostra storia, il nostro personale repertorio di conoscenza e interpretazione del mondo, il nostro individuale modo di scegliere e di orientarci fra un ventaglio opzionale di varie strategie e risorse, e che dunque ci connotano come portatori di una precisa area di bisogni, interessi e modalità di azione.

Il primo approccio, a mio avviso, consiste proprio nell’accettare anzitutto, e peraltro con favore, il privilegio di godere di una propria configurazione personologica assolutamente unica e irripetibile. Tempi di acquisizione ed elaborazione, modalità procedurali, stili di attribuzione causale, soglie di attenzione e di eccitabilità, ci rendono soggetti unici, e solo accogliendo questa unicità è possibile mettersi alla ricerca di un proprio modello maggiormente idoneo e ricalcato sulle nostre caratteristiche.

Certo, le difficoltà avvertite, a questo punto, sarebbero con molta probabilità da imputare anche a un’organizzazione didattica connotata dalla rigidità algoritmica e sequenziale, che prevede un percorso di task-analysis strutturato ed omologato su tempi e contenuti. La scuola si occupa d’altra parte di inviare nozioni e di far memorizzare informazioni senza tener conto della difformità temporale da allievo ad allievo, stabilendo parametri prestazionali standard fissati su una media generica. In merito a tale ordine di insegnamenti, inoltre, manca spesso il transfer come possibilità di applicare e mettere in pratica ciò che si impara, cioè di implementare la teoria scoprendone attivamente il senso, l’utilità pratica ed il suo fondamento, accrescendo così la motivazione e il desiderio di esportare la nozione in altri contesti e accomodarla su ulteriori substrati di abilità. Inversamente, però, si deve tristemente registrare come bambini e ragazzi scolari siano di fatto in posizione di continua assorbenza passiva su contenuti disciplinari che devono semplicemente memorizzare e ripetere, spesso senza essere stimolati a rielaborarli in modo critico. Lo sviluppo di un non-senso dell’esperienza di istruzione scolare è più che naturale. Ciascuno avverte legittimamente una discontinuità fra scuola e vita quotidiana. L’istituzione, in virtù del suo statuto a carattere conservatore, non riesce a delineare un modello educativo adeguato al cambiamento perpetrato dalla nuova cornice storica, e finisce così per generare una frattura che fa percepire il distacco dimensionale fra questi due mondi paralleli: la scuola da una parte e la vita dall’altra. L’inevitabile senso di alienazione e non-senso che colpisce gli studenti, servirà agli stessi per poter affrontare con altrettanto annichilimento un’esistenza legata all’eseguire compiti che altri li richiedono, sottraendoli il tempo della vita, all’interno di uno schema ritualistico ancora una volta scandito da sveglie, campanelli e orologi.

Ciò fa si che la scuola tradizionale, refrattaria alle innovazioni, perpetui tale modello, obbligando e spingendo ad uniformarsi su risultati previsti, mediante modalità e strumenti altrettanto uguali. Questo sottrae agli studenti il bene più prezioso che ciascuno di loro possiede, ovvero la propria diversità. E questa andrebbe rivendicata anche in merito al discorso sulla tempistica e sul percorso strategico dell’apprendimento.

Per questo ordine di motivi, giovani studenti e loro rispettive famiglie arrivano a chiederci di contribuire a fare ciò che la scuola non è stata in grado di ottenere. Preso atto di questo, rimane in ciascun caso il dovere di formularsi domande di maggiore capacità analitica, per approfondire il legame concausale dei diversi fattori che eventualmente ostacolano l’efficienza dell’apprendimento.

Ed allora mi pare lecito chiedersi: quali sono i nuclei portanti di un efficace approccio allo studio? Quali linee guida potrei offrire ad uno studente raggiunto dall’inflazionatissima diagnosi ingenua “è intelligente ma non si applica”?

Facendoci anche aiutare da ciò che in parte è già riportato nella letteratura scientifica, un metodo di studio sembra essere composto da due grandi aree che devono combaciare: l’una relativa al reperimento del senso, associato cioè al significato per cui studiare o sviluppare una determinata competenza debba essere utile. L’altra più squisitamente tecnica, inerente dunque all’organizzazione strategica di metodi e strumenti coi quali poter fronteggiare le difficoltà.

Le domande a cui dovrebbe riuscire a rispondere uno studente potrebbero essere le seguenti:

_ A cosa mi serve studiare questa unità disciplinare?

_ Questa tematica mi interessa/appassiona/coinvolge?

_ Quali sono i vantaggi di cui potrei beneficiare a seguito di imparare questa conoscenza o questa competenza?

_ Quali sono gli svantaggi che possono succedersi dal mancare di apprendere questa abilità?

_ Quali sono le mie aspettative, ipotesi e riflessioni in merito a questo bilancio di costi/benefici?

In pratica, ciò che diventa utilissimo in prima battuta è anzitutto saggiare l’interesse da parte dello studente. È raro non apprendere qualcosa che spinge e motiva all’acquisizione ulteriore di conoscenze. Anche soggetti con a carico un quadro di compromissioni cliniche, perfino a carattere pervasivo, possono ricercare e trovare un interesse che impegna il loro tempo e la loro attività quotidiana, anche se stereotipato a tal punto da costituire spesso un’area di eccellenza pratica. Questo rende anche in grado di prendere l’iniziativa, avanzare richieste ed avere un potenziale ponte di interazione, di scambio, apertura e confronto con l’altro da sé.

Sarà dunque importante identificare un focus di interesse molto preciso, utile ed edificante, e che si sposi al tempo stesso con la possibilità di espandere e rafforzare l’area delle abilità sia scolastiche di base che secondarie e supplementari.

Per giunta, ciò che va messo in forte evidenza è soprattutto la mancanza dell’abitudine allo studio. Occorre tener conto che uno studente che arriva a chiedere sostegno da una figura extra-scolastica, a causa delle difficoltà dello studio incontrate a scuola, ha probabilmente cronicizzato un atteggiamento di chiusura e di demotivazione rispetto al tentativo di svolgere o portare a termine le attività somministrate. Sentimenti di disistima e percezioni di non autoefficacia potrebbero risultare dominanti, anche a seguito di una perenne rassegnazione e conseguente evitamento che portano lo studente ad esasperarsi e sentirsi avvinto e smarrito.

A questo punto, un’altra serie di puntualizzazioni e riflessioni a cui lo studente può essere guidato, può annoverarsi sulle seguenti domande:

_ Quanto tempo dedico allo studio?

_ Quali condizioni favoriscono o sfavoriscono il mio impegno verso i compiti?

_ Cosa potrei fare per rafforzare le cause che mi aiutano a dedicarmi ai compiti, e quali cause ostacolanti devo invece rimuovere?

_ Se misuro il mio livello di faticabilità e di attenzione, a quali particolari eventi distraenti potrei correlarlo?

_ Come posso aiutarmi per elevare il mio impegno e la mia concentrazione?

Il principio guida di partenza è che ciascun studente dovrebbe essere sostenuto nel comprendere l’importanza dell’autonomia organizzativa e dell’acquisire l’abitudine allo studio, prima che si solidifichi un atteggiamento di rifiuto, dovuto anche al fatto di non riuscire a gestire e tollerare la fatica che implica il doversi impegnare in un compito.

Lo studente può essere aiutato a comprendere che se non riesce a studiare egli è in grado di individuare la causa (o la molteplicità causale) e fronteggiarla con le sue capacità, e che quindi non può crearsi giustificazioni pretestuose e invalidate, come per esempio auto-attribuire poca capacità a se stesso o percepire il compito come troppo elevato rispetto alle sue possibilità di cominciarlo e portarlo a termine.

Ciascun allievo dovrebbe essere aiutato a sviluppare la propria autonomia gestionale, su questi importanti aspetti, perché così facendo acquisisce maturità personale, efficienza, capacità di assumersi responsabilità, fiducia nel finalizzare l’attività e nel ricorrere a percorsi eventualmente alternativi. Ecco perché va sollecitato soprattutto il pensiero divergente, e la capacità di avanzare, contemplare e contenere più soluzioni ad un medesimo problema, esercitando la propria mente ad essere ricettiva, aperta ed a connotarsi secondo un’attitudine esplorativa.

Sono tutti questi gli ingredienti essenziali per affrontare il proprio ruolo di studente, investendo su di sé in termini positivi e di efficienza.

Quel che invece dobbiamo sovente riscontrare in ambito scolastico è una diffusa e generale idea di sé con termini auto-attributivi decisamente invalidanti e svalutanti. Di fronte a un compito che richiede uno sforzo di ideazione, di concettualizzazione, di analisi e di sintesi, le affermazioni più ricorrenti di bambini e ragazzi sono: “è difficile”, “tanto non ci riesco”, “non sono capace” e via su questo tono.

Certo, da una parte, per poter modellare uno studente che ha su di se un’idea realistica in termini di limiti e risorse, e che dunque sviluppi una direzione incrementale dell’esperienza di apprendimento, si dovrà anche fare in modo che l’introduzione di un nuovo metodo dia anche seguito a dei successi, che facciano in qualche modo da rinforzo per rilanciare l’impegno. Si dovrà anche rivedere il rapporto con l’errore, che nella nostra cultura fatica ad essere considerato a tutti gli effetti un’esperienza che apre l’apprendimento, e non che lo interrompe. Gli studenti invece hanno sempre paura di sbagliare, in qualunque contesto, abituati come sono a prendere voti, ad essere giudicati, a dare solo la risposta giusta scritta sul manuale e che si aspetta l’insegnante.

Lo studente capace, però, non è solo colui che emette vocalmente le risposte chiuse indicate nel libro di testo, ma è soprattutto colui che ha “imparato ad imparare”; e ciò non vuole essere riproposto come un vezzo legato ad uno slogan desueto. Questo motto è piuttosto legato alla straordinaria necessità di sapersi auto-direzionare nel proprio percorso di apprendimento. Sapersi auto-valutare in merito al proprio stile di apprendimento, aiuta a scegliere con consapevolezza le strategie più adeguate, a riadattarle ai propri tempi e modalità. Si diventa flessibili, autonomi, coscienti di sé; in pratica si effettua un’esperienza educativa globale.

Se aiutiamo a ‘come studiare’, possiamo esentare i ragazzi dalla pigrizia mentale, dalla passività, da quel continuo malessere associato a svogliatezza, al rifiuto di apprendere e di sapere, che è poi quanto di più contro-natura possa essersi sviluppato nel corso della storia delle generazioni umane, dal momento che il cervello nasce ghiotto ed insaziabile di conoscenza.

Dunque, l’apprendimento ed i contenuti che vi sono legati, non vanno soltanto accuratamente appresi allo scopo di una mera valutazione quantitativa. Ciò che bisognerebbe incoraggiare è invece un apprendimento scolastico di qualità, dal cui processo ciascun studente ricavi competenze importanti per monitorare il proprio personale stile cognitivo.

Aiutiamo dunque i ragazzi a riflettere sui contenuti che introiettano, guidandoli ad una visione critica, a misurarsi anche nel rapporto con quegli stessi contenuti e argomenti, di modo da sollecitare questioni e soprattutto rispecchiarsi nei significati. Senza questi accorgimenti, l’apprendimento si riduce ad una mera esperienza mnemonica, destinata all’oblio, al non-senso.

È mia personale convinzione che agli studenti bisogna anche offrire un’esperienza di apprendimento che sia concepita opportunamente come formativa in toto. Quando cioè uno studente, arriva a comprendere di possedere una propria struttura di credenze e convinzioni in merito a ciò che ha osservato di se stesso nel rapporto con l’attività di apprendimento, allora egli abbia anche raggiunto un piano di auto-monitoraggio realmente maturo, e che può favorirlo per realizzare con successo ciò che si propone di fare.

Egli ha cioè a disposizione un contenitore che racchiude l’idea di sé come studente efficace e consapevole. Una struttura che chiamerò “Self-Operator Beliefe System” (S.O.B.S.), e che include tutte quelle conquiste che riguardano lo studente che si è messo in gioco, e che ha delineato un proprio profilo che gli da la certezza di essere competente, e di essere pronto a re-imparare e adattare pro-attivamente le sue strutture, in funzione di nuovi compiti richiesti dall’ambiente.

Questo traguardo lo salva dall’illusione di conoscere, dalla convinzione di aver studiato bene, fino a quando si ritrova inspiegabilmente impreparato, e quindi ad affrontare la cocente delusione, con conseguente perdita del senso di autoefficacia.

Uno studente che ha successo, e che lo ottiene mediante la sua volontà, scoprendo le sue capacità e sviluppando il suo potenziale, è al tempo stesso uno studente meno problematico, con tutte le conseguenze più favorevoli che possono essere auspicate, soprattutto quando poi siamo chiamati a ricordarci che in ciascun allievo c’è anche un individuo che ha diritto ad un’esistenza il più possibile serena, non pressata continuamente dalle richieste di un mondo adulto che molto spesso celebra se stesso senza chiedersi quanto stia sottraendo alle nuove generazioni in termini di benessere, di rispetto, di qualità della vita.

Avremo la risposta in un futuro, dal momento che un giorno saranno loro a restituirci il voto sulla nostra prestazione educativa e sui suoi risultati.

Non staremo mica per caso già sperimentando l’ansia da pagella?

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Formatore Analitico-Transazionale, Educatore Professionale ADH)

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