“DA GRANDE VOGLIO FARE IL BULLO”. La società del dominio e della sopraffazione

Pubblicato il da Nuccio Salis

“DA GRANDE VOGLIO FARE IL BULLO”. La società del dominio e della sopraffazione

Deve forse sorprendere, in una società come la nostra, che presso gli istituti scolastici abbiano corso numerosi episodi di bullismo? Il fenomeno lascia molto spesso basiti e getta nello sconforto gli adulti preposti ad occuparsi dei ragazzi. Insegnanti e genitori, sono costretti frequentemente a prendere atto di sconcertanti eventi che interessano il modo con cui i giovani si relazionano fra di loro.

Eppure, i nostri modelli interpersonali, sono di fatto basati prevalentemente sul rapporto di forza fra le parti e su processi disfunzionali sotto l’aspetto delle dinamiche del confronto e della comunicazione in generale.

Insomma, siamo noi che legittimiamo i bulli a manifestare la loro prepotenza, e le vittime ad entrare nel dramma di uno scenario interpersonale che completi il copione narrativo fra le parti. Produciamo l’uno e l’altra, per poi istigare entrambe le parti ad assolvere un ruolo ed una funzione che rispondono agli indirizzi di valore a cui noi le abbiamo educate, esponendole ai nostri modelli di gestione dei rapporti umani.

Troppo volentieri, a nostro ed altrui discapito, dimentichiamo che i nostri esempi e le nostre azioni, ancor più che quello che diciamo, riscuotono sui giovani una valenza formativa ben superiore alle nostre prediche o ai nostri propositi annunciati soltanto a parole.

È perciò una conseguenza più che naturale, il fatto che il micro-mondo sociale ‘scuola’, riproduca nel suo contesto le strutture e le dinamiche presenti nella comunità di cui fa parte. Sarebbe decisamente sorprendente se accadesse il contrario.

E se trovo più che giusto andare alla ricerca dei fattori responsabili dell’origine e dello sviluppo del fenomeno, auspico anche l’assunzione di responsabilità da parte degli adulti, diretta soprattutto a dibattere sui ruoli, sui valori, sugli obiettivi, sugli stili di vita e sui modelli educativi che questi propongono alle nuove generazioni. Nel mio piccolo, credo che se non si adotti questo tipo di impegno, la ricerca sull’eziologia del bullismo rischia di essere rappresentata dall’immagine dello scienziato che cerca il bacillo nel microscopio, mentre il batterio ce l’ha sulla spalla e lo guarda pure stupito, chiedendosi cosa vada cercando quel bizzarro tizio in camice bianco.

Il preoccupante ed allarmante fenomeno del bullismo, avrebbe dunque bisogno, in prima battuta, di una coraggiosa ricognizione da parte della società adulta che interroga se stessa. Perché continuiamo ad essere i principali produttori di bullismo? Perché, molto spesso, l’affermazione personale o di piccoli gruppi deve passare per il dominio di un altro singolo o di altre parti sociali? La nostra architettura collettiva è costituita da una stratificazione complessa di cellule sociali, troppo spesso impegnate in conflitti distruttivi che indeboliscono tutti gli anelli del sistema, avvantaggiando i soggetti più forti e prevaricanti. E noi conduciamo le nostre esistenze aderendo molto spesso e volentieri al principio del ‘mors tua vita mea’, motto latino che suggella l’esigenza della difesa della propria vita, attentando per necessità a quella altrui. A nome di tale legittima protezione di sé, l’organizzazione sociale ha sposato questo assunto e lo ha riportato nelle varie forme del vivere sociale. L’essere umano viene così a delineare il suo orientamento identitario secondo l’accezione hobbesiana dell’ ‘homo homini lupus’. Magari non lo insegniamo direttamente, e dunque siamo poco propensi ad ammetterlo, ma i nostri concetti ed i nostri pregnanti esempi coi quali modelliamo i giovani, sono decisamente intrisi di questa cultura della sopraffazione.

Il buon Danilo Dolci, pedagogista e sociologo ad honorem del Novecento, coniava l’espressione ‘virus del dominio’, per riferirsi ad un modello sociale portatore di violenza, centrato su rapporti umani sempre più istituzionalizzati secondo la modalità del rapporto del più forte sul più debole.

Si pensi alla sempre più diffusa peste del “campionismo”, giusto per fare un esempio, e quindi a come fin da bambini si viene sempre più spinti a competere e superare gli altri in qualcosa, ad esibire un talento o una propria qualità, ad affermarsi per ottenere successo, visibilità, guadagni facili. Istigati naturalmente da genitori assetati di applausi, di "like”, di medaglie e di riconoscimenti, di un palcoscenico con dei riflettori; più dei loro figli, che magari vorrebbero soltanto giocare arrampicandosi sugli alberi, senza che qualche telecamera li riprenda.

Il successo ad ogni costo diventa sempre più la finalità che sembra definire il senso del proprio posto nel mondo e dello scorrere del tempo. L’efficientismo e la competizione sono continuamente propinati dai media, per tutte le fasce d’età e verso ogni attività che poteva anche essere semplicemente un dilettoso passatempo. Ed ecco così vedere in TV madri plastificate come manichini che si sfidano attraverso le loro figlie, per chi fra queste verrà eletta baby reginetta del nido d’infanzia. Chi sarà la più bella? Le mamme incitano al voto, con grande foga, degenerando in squallidi e poco edificanti alterchi fra di loro. Le bambine verranno assillate a coincidere con l’ideale di perfezione più in voga al momento. Eppure ci chiediamo il perché del bullismo. Nei luoghi del lavoro cresce il fenomeno più o meno sommerso del mobbing, che altro non è che bullismo contestualizzato sul posto in cui si è impiegati.

E così anche questo elemento caratterizza la scuola come la palestra che prepara ai meccanismi automatizzati del lavoro. Bulli da piccoli, e bulli da grandi.

Tale fenomeno andrebbe dunque letto nelle sue dinamiche profonde, legato indissolubilmente ai paradigmi di una società fondata su rapporti di potere, su pressioni dei gruppi dominanti verso quelli dominati, e sul conseguente e inevitabile sviluppo di conflitti e disordini.

BULLISMO: NON BASTA PARLARNE

Del bullismo non basta parlarne. È indispensabile progettare piani di intervento che rimettano in discussione il clima sociale ed i valori che fondano l’organizzazione politica della scuola stessa. Il tutto rivisitato dentro una chiave di lettura ecologica, impegnata nel connettere la scuola con la realtà territoriale. Costituire la scuola come comunità dialogante sarebbe auspicabile come efficace opzione di intervento. Questo approccio potrebbe costituire la strategia principale per sollecitare un largo coinvolgimento fra le parti che creano gli eventi educativi più o meno strutturati. Si tratta dunque di promuovere l’azione sinergica fra tutte le agenzie e gli attori che partecipano attivamente ai processi formativi proposti dalla scuola e dall’intera rete socio-educativa.

Le esperienze in proposito, infatti, ci dicono che se ci si limita a discutere sull’oggetto, senza prevedere e dare attuazione ad un concreto intervento educativo diretto all’intera comunità scolastica, si registra comunque una lieve flessione del fenomeno entro un breve orizzonte temporale, riprendendo poi a crescere e ristabilizzarsi.

Inoltre, per ottenere un successo stabile nel decremento degli episodi di bullismo, all’interno della scuola, sarebbe caldamente indicato formare il corpo docente ad acquisire competenze al riguardo. Ovvero, riuscire ad includere nel repertorio delle teaching skills la capacità di osservare, raccogliere dati, rendere conto del fenomeno secondo precisi parametri quantitativi e, soprattutto, saper formare ad apprendere precisi comportamenti efficaci per affrontare concretamente il tema in oggetto, e realizzare il più possibile lo scopo ultimo di promuovere relazioni di gruppo che sviluppino processi cooperativi e strutturino atteggiamenti pro-sociali, finalizzati al benessere del singolo e della comunità globale.

L’intervento in grado di produrre risultati, quindi, dovrà basarsi sui principi dell’intervento sistemico, allargato all’intero tessuto sociale e ad individuare nello stesso le risorse a favore del fine che ci si propone.

Bisogna altresì tenere conto che un altro importante fattore di consolidamento del decremento del fenomeno, nei fatti, è associato proprio a questo rilevante aspetto circa la formazione dei docenti interni. Se sono loro che in prima istanza intervengono sul problema, operando direttamente insieme agli studenti, è anche più facile che ciò venga avvertito come più importante, da parte degli stessi allievi, e quindi siano più propensi a predisporsi con maggiore attenzione verso questa tematica.

Non è dunque sufficiente delegare ad esperti esterni la discussione su tale questione in oggetto. Dovranno essere gli stessi insegnanti a prendere successivamente le redini per assumere decisioni ed impegni progettuali in merito, da condividere con l’intera comunità scolastica e non solo, in virtù dei principi dapprima descritti. Risulterà parecchio determinante anche la presenza progettuale dei genitori dei ragazzi che frequentano la scuola.

Allora sarà possibile produrre un’azione efficace e verificare i risultati dei propri sforzi. A questo proposito, è d’obbligo anche sottolineare che uno dei criteri secondo cui si può misurare l’efficienza del proprio operato, consiste proprio nel registrare un aumento delle persone che denunceranno di essere la parte lesa di un rapporto di sottomissione nei confronti di un bullo. Questo, dal punto di vista prettamente statistico, significherebbe un aumento del bullismo, anche se la lettura approfondita del fenomeno ci comunica il superamento e la rottura di un muro di gomma fatto di omertà e di paura di ritorsioni da parte dei bulli. Questo elemento, se correlato positivamente, rende conto di come la scuola possa essere riuscita in quel frangente a ricostruire un clima di fiducia e di senso di protezione nella vittima, e di totale condanna e disapprovazione del comportamento da parte del bullo.

UNO SGUARDO SCIENTIFICO

Il primo passo da compiere, nel riconoscimento del bullismo, consiste nel conoscere quali sono i criteri di riferimento secondo i quali ci sarà possibile accertare o meno che si tratti proprio del fenomeno in oggetto.

Vi sono essenzialmente tre nuclei fondanti che costituiscono l’ossatura della dinamica in esame. Questi sono identificati in: a) Intenzionalità; b) Persistenza; c) Asimmetria. In pratica, il rapporto bullo/vittima si caratterizza come tale se soddisfa tali elementi in elenco. La presenza contemporanea di tali variabili è indispensabile per validare che si tratti appunto di ciò che siamo interessati a studiare.

Il bullo ha innanzitutto l’intenzione di ferire la propria vittima prescelta. Egli pianifica e dirige la sua opera a cagione del malcapitato, con la volontà di procurare un danno, sia esso fisico, psicologico o nella forma combinata come in ciascun caso sarebbe comunque da considerare. Il bullo può agire mediante percosse per affermare una supremazia fisica o territoriale, può scegliere di spaventare la propria vittima, ricattarla, estorcerle dei beni materiali o del denaro. In ciascun caso punterà a generare nella stessa una condizione di sottomissione, per la quale non è escluso che imponga alla vittima dei rituali mortificanti che suggellino la superiorità del bullo. Questa intenzione, che viene quasi sempre condotta con sadismo, si associa pertanto al piacere di infliggere dolore e umiliazione alla vittima. Così facendo, il bullo afferma se stesso come soggetto dominante, e soddisfa il proprio ego soprattutto se condivide questi episodi con a seguito alcuni seguaci, che per paura e per scarsa capacità di sviluppare una propria personalità, sostengono il bullo nelle sue malefatte, a volte perfino aiutandolo, se necessario, ricevendo in cambio dal bullo protezione, soprattutto se il protagonista che mette in atto le sue prepotenze è popolare per queste sue abitudini, ed è comunque temuto in generale. Gli accoliti gregari si ingraziano così i favori del capo branco, assecondando vigliaccamente l’oppressore. Si tratta di primitivi meccanismi che devono essere svelati ed affrontati.

Il bullo e la vittima hanno due ruoli distinti e al tempo stesso complementari al mettere in atto lo scenario che si ripete. Quindi, debbono ricadere all’interno del bullismo, soltanto episodi ripetuti in cui le parti non si sono mai invertite. Perciò, i punti b) e c) sono fortemente intrecciati vicendevolmente.

Se non vi fossero infatti tali criteri nel definire la presenza o meno del bullismo, rientrerebbe dentro la casistica praticamente la quasi totalità dei ragazzi, frequentemente impegnati nel farsi scherzi, prendersi in giro, spintonarsi, offendersi, urtarsi, sottrarsi o rovinarsi le cose a vicenda. Quando gli episodi che hanno interessato le parti sono effimeri, si autoregolano e si risolvono da sé, e soprattutto non si cronicizza una fissità dei ruoli, secondo cui in modo unilaterale si stabilisce automaticamente che uno soggioga l’altro che invece subisce, allora non possiamo parlare di bullismo. È bullismo soltanto quando un soggetto dimostra a un altro che può avere del potere su di lui, e intimidirlo quando e come meglio crede.

Risulta dunque essenziale la capacità di radiografare con esattezza le determinanti rispetto a ciò che accade ed a come si manifesta. L’insegnante esperto eviterà di incasellare il fenomeno del bullismo all’interno di rappresentazioni pittoresche e romanzate, secondo cui emerge lo stereotipo del bullo come una sorta di ragazzino ‘ brutto, sporco e cattivo ’. Altrettanto, non è assolutamente detto che la vittima sia gracilina, o un secchione con gli occhiali un po’ imbranato. Per fronteggiare al meglio questo tema così impegnativo e complesso, la conoscenza scientifica dovrà prendere il posto delle suggestioni romanzate e delle aspettative personali che ridimensionano il fenomeno restituendolo alle proprie euristiche.

L’adulto è chiamato ad assumersi precise responsabilità che mostrino all’intera comunità degli studenti che tale ordine di problemi non sono affatto sottostimati, e che si vuole sviluppare la volontà di affrontarli tutti insieme.

Un esempio pertinente, in riguardo alle possibili letture ingenue e semplificate del fenomeno, riguarda la percezione comune secondo cui si pensa generalmente al bullismo come un fatto che implicato soltanto il genere maschile. Niente di più errato. Esiste un bullismo tutto al femminile, che si esprime secondo modalità decisamente differenti rispetto a quello maschile, ma non è per questo meno preoccupante. La persecuzione nei confronti di una ragazzina, agita da parte delle sue coetanee, può riguardare vicende di umiliazioni in cui al posto delle percosse, che non sono comunque affatto da escludere, si procede colpendo la vittima soprattutto nella reputazione e nell’immagine di sé. Un clima di irrisione, di esclusione, soprannomi e dicerie sul conto della malcapitata, voci che girano e che feriscono la vittima, sono le strategie utilizzate dalle ragazzine bulle che si auto-eleggono e si impongono come dominanti.

Attualmente è sufficiente davvero molto poco per far parte degli esclusi e dei reietti. Per esempio quando non si corrisponde ai canoni comuni secondo cui l’accettabilità sociale, il successo e la popolarità sono conferiti dalla prestanza fisica e dalla forza per quanto riguarda il genere maschile, e dalla bellezza e dalla prorompenza erotica e seduttiva da parte del genere femminile. Senza dimenticare tutto ciò che crea un senso di appartenenza mediante le mode: gli accessori e i loghi: quindi gli zaini devono essere griffati, le scarpe devono essere alla moda, così come i capelli; il telefonino deve essere tecnologicamente aggiornato e via fino ad includere lo stile di vita che deve essere irrimediabilmente omologato.

Potenzialmente, chi non aderisce a tutti questi parametri, può esporsi e scivolare verso l’essere inquadrato fra i soggetti perseguibili ed impopolari.

È importante il sostegno educativo di un adulto valido che insegna il valore dell’essere unici e autentici, il valore dell’amicizia vera e profonda, da preferire ad una falsa compagnia a tutti i costi, solo per l’immatura fobia della solitudine.

BULLI E VITTIME: SIMILITUDINI E DIFFERENZE

Bulli e vittime hanno rispettivamente notevoli differenze, questo può essere anche evidente. Ad esempio, si riscontrano approssimativamente caratteristiche personologiche che li distinguono senza soluzione di continuità. Il bullo ha un profilo dentro cui si sono sviluppati impulsi aggressivo-distruttivi, atteggiamenti sfidanti verso le regole, smisurato e ipertrofico egocentrismo, ricerca del potere e del controllo sugli altri. Insomma una decisa tendenza estrovertita, che determina come risultante comportamenti oppositivi e provocatori, anche verso adulti e soprattutto verso coloro che rappresentano l’autorità e il senso del limite. Di contro, la vittima si palesa come persona connotata da forti insicurezze, fobie, ansietà, disistima, umore basso, tendenza alla fuga e al ripiego. Si tratta pertanto di una connotazione di tipo introvertita.

Ma bullo e vittima condividono anche aspetti in comune, e bisogna debitamente tenerne conto, soprattutto quando si indirizza loro sul piano personale un training dettagliato che prevede un percorso formativo di miglioramento e ristrutturazione del Sé. Ambedue, difatti, possono manifestare difficoltà nella lettura di sé e delle proprie dinamiche interne dal punto di vista emozionale. Catturare e definire uno stato affettivo-emozionale in loro stessi, li riesce difficile. Entrambi dovranno godere di un programma di arricchimento della capacità di riconoscere uno stato emotivo, dargli un nome e farne risorsa preziosa per definire i propri bisogni e progettare le proprie azioni in senso efficace.

Ancora entrambi non risultano spesso in grado di prevenire e gestire i conflitti. Se il bullo li cerca per misurarsi contro una realtà che paventa come ostile, la vittima li può provocare senza rendersi conto, eccitando il bullo ad infierire, semplicemente perché a volte non comprende come sottrarsi alle minacce e come evitare con intelligenza strategica di imbattersi nelle cattive intenzioni del bullo.

Inoltre, sia dal bullo che dalla vittima, emergono troppo spesso vissuti di solitudine e con sostanziali tendenze all’isolamento. Bullo e vittima sono due incompresi che non si comprendono. I loro stili comportamentali e i loro linguaggi confliggono, eppure entrambi sembrano provenire da due realtà ambientali che seppur distinte non risultano facili.

Per entrambe le parti, infatti, si configurano due diversi modelli famigliari a carattere disfunzionale, e che in buona parte (anche se non del tutto completamente) spiegano lo spessore e l’importanza del contesto relativo alla famiglia. Le ricerche hanno rafforzato l’ipotesi eziologica del fenomeno verso l’attribuzione delle influenze da parte dei nuclei famigliari d’origine.

La struttura identitaria e comportamentale sia del bullo che della vittima sono fortemente marcate dalle impronte primarie dei modelli famigliari. Non si disdegnano studi retrospettivi che si spingono fino a risalire all'indagine anamnestica sui modelli di attaccamento.

I bulli si formano in contesti molto spesso anaffettivi, disaffettivi o nella forma combinata, in cui cioè la misura dell’affetto può essere scarsa dal punto di vista quantitativo o comunicata mediante modalità obiettivamente inadeguate. Per esempio, il bullo può aver assimilato molto probabilmente un modello di vita maschile basato sulla forza, sulla supremazia e sul controllo verso una probabile madre sottomessa.

La vittima può aver facilmente interiorizzato ed acquisito la sua rappresentazione interna di sé dentro un contesto di una famiglia iperprotettiva, chiusa verso l’esterno, generatrice di fobie, tendente a sottolineare rischi e pericoli insiti nella vita e dei compiti a cui ci mette davanti; una famiglia impegnata ad allarmare nel caso si pensi a prendere l’iniziativa di emanciparsi o di sperimentare ciò che non ricade dentro i prevedibili e sicuri rituali famigliari.

CONCLUSIONI

È dunque molto importante ricoprire la propria parte ed assumersi l’arduo compito di compiere una delle imprese educative più difficili. Famiglie ed insegnanti, se riuscissero a comunicare condividendo l’intento di giovare alla vita dei giovani di cui sono chiamati ad occuparsi, potrebbero procedere sostenendosi in questo impegnativo e al tempo stesso avvincente percorso di opera educativa.

Le famiglie potrebbero rivedere le loro dinamiche e cercare di proporne di nuove, potendosi affidare a dei seri progetti di parent training, mentre la scuola, con il suo specifico equipaggiamento di strumenti, risorse e strategie, assolverà questo compito promuovendo soprattutto momenti che possono unire l’esigenza didattica con il soddisfacimento di bisogni formativi più estesi. Penso per esempio alle occasioni create dall’apprendimento cooperativo, soprattutto se lo si indirizza verso un fine tendente a mobilitare le abilità pro-sociali, visto che sono queste che costituiranno successivamente i mattoni di un vivere sociale contrassegnato da comportamenti di alleanza, amicalità, fiducia, solidarietà, empatia, cordialità, rispetto, sostegno, aiuto ed accoglienza.

D’altra parte, se desideriamo una società rinnovata, rispetto a tutto ciò che invece domina come modello sociale più diffuso, siamo noi adulti a dover dimostrare prima a noi stessi che abbiamo seriamente intenzione di investire in una trasformazione radicale dei rapporti umani, affinché si declinino verso forme mature ed evolute, in mancanza delle quali nessun progresso, nemmeno quello più tecnologicamente avanzato, potrà veramente essere considerato degno di tale accezione.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista, Counselor Socio-Educativo, Formatore Analitico-Transazionale)

Brevi riferimenti bibliografici:

_ Fonzi A., Il bullismo in Italia, Firenze, Giunti, 1997.

_ Maggiolini A., Counseling a scuola, Milano, Franco Angeli, 1997.

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