I BAMBINI AVEVANO RAGIONE! Criticità pedagogiche e ‘bambino-pensiero’

Pubblicato il da Nuccio Salis

I BAMBINI AVEVANO RAGIONE! Criticità pedagogiche e ‘bambino-pensiero’

«Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio» (Mc 10, 14)

Se è vero quanto abbiamo appreso, riguardo al fatto che l’espressione ‘educare’ derivi dalla radice latina ‘ex-ducere’, secondo cui si descrive il movimento del tirare fuori dal di dentro, allora la generale impostazione scolastica, didattica e pedagogica è essenzialmente anti-educativa. E di fatto, nessun docente e nessun genitore avrebbero mai educato un bambino.

È già noto, infatti, come nell’ambito educativo sia sempre stata presente una immancabile discrepanza fra, da una parte, le teorie e le credenze sul complesso processo formativo di ciascuno, e dall’altra il corrispettivo agire pratico che ne caratterizza le formule e le modalità di intervento in vivo. Precisamente, a fronte di una ricca e produttiva filosofia dell’educazione, legata allo studio e alla divulgazione di importanti conoscenze in grado di offrire preziose coordinate antropologiche e pedagogiche sul funzionamento umano, non sembra allinearsi un’altrettanta congruente opera a sostegno della reale conoscenza di sé, nella prospettiva cioè di perseguire il fine di riconoscere e soddisfare i propri distinti e profondi bisogni.

Che il piano di realtà presenti condizioni diverse e certamente più complicate, rispetto a quanto suggerito da un corpus di riflessioni e congetture, è facilmente verificabile nei momenti in cui si è impegnati a sviluppare l’azione educativa. Questo però non ci solleva dal prendere atto che le pratiche pedagogiche continuino ad essere, soprattutto nell’ambito istituzionale, delle sequenze di azioni combinate da una miscellanea di elementi che racchiudono insieme una paccottiglia teoretica di credenze e retaggi ideologici sul rapporto adulto/bambino/società con modalità di agire legate a un misto di improvvisazione, tradizione, nodi personali irrisolti e qualche scampolo intermittente di residue nozioni recuperate fra gli appunti.

Questo è ancora oggi, di fatto, il fare pedagogia, ovvero un perpetuo processo di programmazione mentale dall’esterno verso l’interno. Il discente scatola vuota assorbe acriticamente i modelli e i paradigmi degli adulti a loro volta programmati, in un loop inarrestabile dove ogni manifestazione di pensiero critico o atto di disobbedienza viene represso da un richiamo al rientro nella sicura cornice di un dogma confortante e non troppo impegnativo per la ricerca di sé.

Eppure, illustri ed autorevoli filosofi e studiosi che si sono succeduti nel corso della storia, ci hanno indicato le rotte fondamentali per realizzare i princìpi di una sana educazione. Nonostante questo, noi confiniamo queste importanti personalità scientifiche nell’ambito di un sapere che collochiamo in un non meglio precisato luogo dell’astrazione e del non realizzabile. Ciò ci autoassolve dall’impegno nel compiere opere profonde e necessarie di trasformazione di se stessi e del rapporto con la società e l’ambiente in cui viviamo, nelle sue più sfumate e varie sfaccettature. In questo modo, arrestiamo di fatto il confronto e l’analisi con il nostro divenire storico, ignorandone le istanze ed i messaggi necessari al cambiamento. In pratica, proprio quel potenziale strumento di trasformazione che è l’educazione, viene di fatto rovesciato nella sua funzione e reso del tutto improprio, usato cioè a favore della conservazione dello status-quo, del non-pensiero e dell’immobilismo sociale e spirituale.

Il compito di ciascuna figura educativa realmente impegnata alla causa della libertà, consiste invece nel restituire alla sua opera la sua originaria funzione del sollecitare processi maturativi che conducano all’autonomia, e che riservino a ciascuna persona il potere di comprendere se stessa e di realizzare l’autentica natura del proprio progetto esistenziale, nel rispetto della sua verità animica più intima e profonda.

Se non si compie questo, nella pratica quotidiana dell’educazione, allora non si farà che far coincidere la scienza pedagogica con un incongruente rapporto fra ispirazione teorica e progettualità reale; una discrepanza che non giova certamente a chi si impegna nel tentativo di rendere il più coerente possibile l’idea con l’azione. Ed a farne le spese, in questo quadro, sono soprattutto i giovani discenti e i bambini, che inerti e passivi subiscono una continua programmazione che atrofizza nel tempo i loro brillanti cervelli, motivati di base all’apprendimento e portati alla curiosità.

In altre parole, se non si assume e non si costruisce una prospettiva di continuità feconda fra teorie dell’educazione e pratiche pedagogiche, noi continueremo ancora a fare parte di una riservata comunità scientifica considerata minore, tristemente additata per ridurre a mera retorica parasociale una serie di suggestive considerazioni sulla realtà contemporanea, che non trovano però corrispondenza nella dimensione dell’agire e del misurabile e tangibile cambiamento.

Da dove poter partire, allora, per tentare di ripristinare nella professione educativa un ruolo emerito di guida e sostegno per l’autonomia e l’emancipazione della persona?

Forse, come ci suggerisce per esempio il noto filosofo Jean Jacques Rousseau, occorre anzitutto saper osservare e rendersi conto che esiste un processo di crescita che conserva delle istanze universali in ciascun bambino, e che vi sono al tempo stesso anche delle tensioni specie-specifiche che caratterizzano il piccolo umano, in grado di connotarlo all’interno di una legge dello sviluppo che attende di essere esaminata e conosciuta per arricchire di qualità la propria opera educativa. L’approccio che ne consegue ci obbligherà piacevolmente a rispettare i tempi sequenziali di evoluzione di un bambino, devoto a seguire il programma di crescita che la natura ha stabilito per lui, senza ovviamente perdere di vista la complessa interconnessione fra le numerose variabili contestuali che influiscono sullo sviluppo e sull’apprendimento.

Ragion per cui, dopo questa esposizione che mette in risalto la criticità dei modelli adulti, provo ad aderire alle indicazioni donateci dal Rousseau, scoprendo in pratica come certi evidenti aspetti del ‘pensiero bambino’, nonché del suo conseguente comportamento e atteggiamento verso il mondo, non sembrino altro che istanze originarie di una solida e preformata struttura umana concepita per funzionare secondo una modalità orientata ad esaltare la vita, e che porta dentro una innata consapevolezza primigenia che soltanto adulti programmati e contaminati possono a loro volta traviare in questi piccoli individui, nati invece per conoscere, per esplorare, per gioire di ogni traguardo e conquista legati alle tappe dello sviluppo e del progresso individuale e sociale.

Insomma il bambino porta in nuce, dentro sé, quelle qualità dell’origine che definiscono il senso del nostro vero orizzonte esistenziale, che noi adulti abbiamo disimparato ad apprezzare, e da cui anzi rifuggiamo e ne abbiamo paura.

Il bambino ci riporta a quell’Eden perduto, comunicandoci la nostra vera missione su questo piano del mondo, obbligandoci a metterci in discussione, a fare autocritica, a distruggere il panorama dei nostri falsi valori od obsolete rappresentazioni circa la vita, la natura dei rapporti umani e gli obiettivi che ci poniamo.

E non tutti possono essere in grado di reggere questo confronto. Anzi, forse molti di noi ne sono spaventati, visto che la dimensione dionisiaca proposta spontaneamente dal bambino urta la nostra percezione del mondo e la nostra idea di realtà consolidata dall’esperienza.

Ogni bambino è di per sé un rivoluzionario, senza saperlo, perché destruttura con la sua presenza quei limiti e quei confini che la nostra ristretta visione di mondo ci riserva, per continuare i nostri giochi e perpetuare i nostri drammi, molto spesso sfruttando proprio i bambini pur di conservare le nostre malsane abitudini e false dottrine.

La verità, invece, è forse già presente e depositata dentro il bambino, ed a noi non resta che coglierla, preservarla, mettendoci in ascolto desiderosi di imparare, proprio come fa il bambino, il quale ci da continuamente l’esempio di come si deve vivere.

I bambini sanno già come si deve vivere, ma sulla loro strada incontrano noi, esimi maestri del nulla, che invece di organizzare un piano di esistenza secondo le autentiche e profonde istanze di un essere umano, traviamo tutto con la nostra superbia, la nostra distrazione, la nostra fretta, il nostro attribuire priorità a qualcosa che non potrebbe mai averne, di fronte a quell’esplosione di vita pura che solo un bambino ci sa mostrare, in quanto egli è come una piccola finestra da cui filtra la luce dell’infinito.

Cerchiamo allora di mettere in evidenza alcuni comportamenti osservabili che configurano l’essere umano nella sua primordiale essenza.

Il sole ha gli occhi e la bocca

Abbiamo studiato tutti l’animismo infantile, ed a tutti ci è stato insegnato che si tratta di un elemento che fa parte della tendenza egocentrica del bambino. Insomma, ci è stata presentata e descritta come una caratteristica immatura che attende di essere superata, per tramontare definitivamente ed aprirsi alla logica e alla razionalità dell’adulto, quella razionalità che infatti dimentica che tutto ciò che pulsa è vita. Anche per il bambino è ‘logico’: il sole pulsa, brilla, irradia luce, offre la vita, scalda, fa parte di un impianto cosmogonico di cui ne costituisce un elemento di indubbia preziosità, ergo il sole è un essere vivente. Mentre gli scienziati si azzuffano intorno a un concetto così semplice, il bambino semplicemente vede, sente e ne prende atto. Il sole pensa, sente, si esprime dentro un ciclo di vita con il suo corrispettivo livello di coscienza, proprio come fa ogni cosa vivente.

Tolleriamo che il bambino disegni il sole con gli occhi e la bocca, solo perché in fondo secondo i nostri rigidi parametri interpretativi, egli non fa che antropomorfizzare tutto quanto trovi intorno a sé o ricada nei suoi intensi rapporti oggettuali.

Egli invece non fa che affermare il principio della vita nel Tutto e in ciascuna creatura vivente, ma il rifiuto che si automatizza in noi di fronte a questo concetto è frutto di una programmazione che non ci permette di capire cosa sia davvero un bambino.

Gli animali sono tutti da accarezzare

Un bambino sano, che ha conosciuto solo l’amore, la cura e la dedizione, non farà che maturare il principio del rispetto della vita. Ed egli non lo utilizzerà a scompartimenti separati, come facciamo noi adulti, ma lo estenderà indiscriminatamente a ciascuna creatura. Non solo cani e gatti, ma anche galline, maiali, cavalli, mucche, insetti; tutto ricadrà dentro la sua curiosità ed il suo abbraccio totale e totalizzante, mettendo in crisi la nostra cultura specista, che divide surrettiziamente il mondo animale in mangiabili e non mangiabili.

Fidati solo di chi conosci

Non nasciamo per stare con tutti, per socializzare in modo indiscriminato, come si crede. Ciascun bambino sente se quell’essenza che ha incontrato è consona alle sue stesse vibrazioni, se fa parte della sua famiglia. Se non ne fa parte, egli giustamente si ritrae e rifiuta il contatto. Noi invece abbiamo inventato i rituali, per stringere mani che non vorremo stringere, per tirare i muscoli del volto ed abbozzare maldestramente un sorriso tirato. Noi siamo i cultori delle cerimonie ipocrite, consumate in quei luoghi di drammi da cui infatti ciascun bambino ci chiede e ci raccomanda di scappare finchè siamo in tempo. In quelle circostanze piangono, si annoiano, si dimenano, cadono in un sonno che li annulla o diventano recalcitranti e intrattabili, e noi nemmeno ci domandiamo il vero perché.

Quando non è il caso di stare coi terrestri, loro lo segnalano subito, e noi tacitiamo l’allarme.

Io voglio

Il bambino è capace di dire ‘io voglio’. Anche questa espressione è per noi frutto della posizione egocentrica, detta poi da una razza che si sente sola e superiore al centro dell’universo!

Il bambino è in grado affermare la sua volontà, e lo fa perché è stato costruito per creare. L’atto volitivo mette in moto l’immagine (imago) e l’azione (agere), cioè l’immaginazione, ovvero l’attitudine ad usare la mente come agente costruttore di piani di realtà. ‘Lo voglio’, dice il bambino, e non perché sta ripetendo a pappagallo una formula rituale di cui dopo potrà pentirsi, ma perché sta inviando all’universo la sua richiesta, il suo imprescindibile bisogno ancora inappagato.

Perché? Come funziona?

L’adulto è convinto che esista un’età dei perché. Questa convinzione gli serve per sopravvivere in un mondo dove se ti fai delle domande puoi restare fuori dai circuiti dell’aggregazione sociale, in tutte le sue forme. Se esiste un’età dei perché, questo fatto ci dispensa dal costoso compito di ricercare e di domandarci il senso delle cose, perché non ci riguarda, è una cosa da bambini. Loro sono curiosi, hanno diritto ad esserlo, sono piccoli e devono imparare ancora tante cose, noi adulti siamo cresciuti ed ormai sappiamo tutto.

Il bambino chiede ‘perché’ in quanto ha scelto di imparare, ed avvia la sua missione di acquisire conoscenze da trasportare in altri lidi, nel suo eterno ed infinito viaggio. Il bambino chiede anche ‘come’, non pago di sapere l’effetto, desidera conoscere anche la causa di tutto ciò che muove ogni fenomeno che osserva. Insomma, egli è in embrione ciò che dovrebbe essere ciascuno di noi, uno scienziato e ricercatore curioso che ama esplorare e scoprire. Ciò che in analisi transazionale sarebbe chiamato il ‘piccolo professore’, cioè quella parte di noi che già nei suoi tessuti archeopsichici profondi si dedica allo sperimentare e alla scoperta attiva.

Voglio solo giocare

È una delle affermazioni preferite e ricorrenti nel bambino. L’adulto non può permetterselo, non sarebbe serio, non sarebbe responsabile. L’anima però è nata per quello, e ricava proprio dalla gioia del gioco la sua sostanza vitale. Il bambino ci insegna cosa sia davvero importante per la parte più profonda e verace di ciascuno di noi. E noi spesso ignoriamo o addirittura censuriamo questo richiamo, limitandogliene l’espressione, perché dovrà prepararsi ad essere un futuro adulto che non sa giocare.

Se mi lasci sento la tua mancanza

Il bambino esprime il suo disappunto quando coloro che ha scelto come le sue guide e i suoi tutori lo lasciano da loro stessi incustodito, mancando a questo fondamentale ruolo. Il bambino non è orgoglioso, da sempre la precedenza a ciò che conta davvero. L’interesse e la cura che riceve da parte di chi lo ama è il carburante indispensabile per vivere, e non gli si può sottrarre questa carica primaria ed essenziale. Ma l’adulto lo addestra in modo spartano, come è stato fatto a lui, insegnandogli che il mondo è un posto pericoloso e che per affrontarlo bisogna essere duri. Ed è così che effettivamente accadrà e che continuerà ad essere, fino a quando in tutte le famiglie si continuerà ad insegnare che gli altri sono pericolosi e che bisogna prepararsi alla lotta.

Ma il bambino non vuole il distacco, perché l’anima si nutre di contatto e non sta scritto da nessuna parte che deve esercitarsi a gestire e preconizzare l’abbandono nel nome della forza interiore. Un vuoto di conoscenza che genera mostri.

Se voglio piangere piango

Prima che l’addestramento sessista completi la sua funzione di separazione, scindendo l’energia maschile da quella femminile, e cominciando così quella disintegrazione interna che crea i nostri drammi, i neonati piangono quando ne hanno voglia e quando è necessario, e non si scusano per averlo fatto. Non si giustificano per le loro emozioni. Prima che il cervello venga inquinato dalla mistificazione e dall’inganno pervenuto dal mondo degli adulti, non esistono emozioni proibite ed emozioni permesse, esistono solo emozioni. Poi noi le classifichiamo in positive e negative, addirittura ahimè ci tocca leggere questa distinzione perfino in una parte di letteratura scientifica.

Se non mi stai simpatico ti allontano

Il gioco è bello finchè dura. Se poi stufa, può essere interrotto con un bel ‘non ti voglio più’, che tradotto dal bambinese equivale a ‘non ne ho più voglia’, ‘voglio essere lasciato in pace’. I bambini sanno distinguere molto bene il momento della condivisione da quello della meditazione e del soliloquio, altro tabù che l’adulto da branco non può tollerare. La spontaneità e la trasparenza con cui i bambini comunicano i loro stati d’animo verso gli altri, se trasportati nel mondo degli adulti potrebbero creare soltanto due cose: la cessazione di ogni ipocrisia legata alla formalità e alle convenzioni, oppure una super-rissa a livello planetario in cui ci estinguiamo tutti a vicenda. I bambini questo non lo fanno, ecco perché dopo aver litigato fra loro si ricongiungono: la solidarietà dei rapporti umani è più importante dell’orgoglio personale. Loro lo fanno, e noi che ne siamo incapaci glielo spieghiamo pure!

Credo per provare e non provo per credere

Secondo la dicotomia prelogico/logico, veniamo istruiti a pensare che l’intuito dovrà cedere il passo ad un processo maturativo che condurrà al ragionamento matematico fondato sul principio di non contraddizione. Illusione! Mera illusione. L’adulto forse dimentica che numerose scoperte scientifiche ed invenzioni tecnologiche sono frutto dell’intuito e non della logica, sono frutto dell’immaginazione e non delle formulette, sono nate nei sogni e non nei laboratori sperimentali. E questa è storia, non è prosa suggestiva.

Ma l’adulto corruttore è riuscito a sovvertire perfino questa elementare regola della natura e della creazione. Per semplificazione si potrà dire che ha deliberatamente ucciso il suo emisfero destro, quello della creatività e del pensiero divergente. In pratica tutto ciò che di fatto è rappresentato dal bambino. L’illusione illuminista ha visibilmente fallito davanti alla storia, che invece ha rivelato che l’essere umano è spirito, è sentimento, è una realtà cangiante e principalmente extra-materiale. Sono dati tangibili e verificabili, oramai, e la ragione critica, proprio secondo i suoi stessi parametri, dovrebbe almeno chiedere scusa.

La magia esiste

Il bambino è ciò che ciascun essere umano in realtà si prepara ad essere: un mago che agisce (radice etimologica di immaginazione). Nella mente del bambino non c’è distinzione fra vero e falso, poiché tutto è possibile, tutto convive in una giustapposizione degli opposti. Ed è proprio questo magma a dare fermento alle idee innovative e creative chi ci aiutano ad esperire ed apprezzare la vita, a non avere paura del cambiamento e della verità, a sviluppare lo sguardo dell’oltre. L’adulto non può permettersi di dare credito a ciò che non conosce e che non gli hanno insegnato, anche perché altrimenti potrebbe sentirsi un essere libero, e ciò implicherebbe vedersela con l’abitudine ad abiurare la propria vita ed a delegarla sempre a qualcuno che decida al posto nostro. Sarebbe proprio un peso insostenibile!

Insomma, non dovrebbe essere per retorica quando affermiamo che abbiamo tanto da imparare dai bambini. Ciò va preso sul serio, come fece del resto la dottoressa Maria Montessori, che col suo inestimabile spessore umano e scientifico riuscì a produrre questa congiunzione fra teoria e pratica dell’educazione, dal momento che si tratta di una frattura da ricomporre con estrema urgenza, perché è proprio da questo scollamento che nascono tutti i nostri drammi, e dunque soltanto agendo col massimo della coerenza, pur negli inevitabili limiti e imperfezioni, si potrà mettere a disposizione dell’umanità una scienza pedagogica finalmente matura e olistica come dice di essere, e quindi realmente votata ad accogliere, intercettare e soddisfare le istanze più profonde e rigorose della nostra anima, che fremendo dall’origine di vibrante vita, attende solo di essere appagata e saziata.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista a indirizzo clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale adh, Formatore Analitico-Transazionale)

Commenta il post