“IN CASA SI E’ SEMPRE FATTO COSI’!” I motti epicopionali del romanzo famigliare

Pubblicato il da Nuccio Salis

“IN CASA SI E’ SEMPRE FATTO COSI’!” I motti epicopionali del romanzo famigliare

L’essere umano è governato dai simboli, sosteneva lo psicanalista elvetico Carl Gustav Jung (1875 – 1961), e l’origine che ne spiega il percorso di sviluppo sarebbe da ricercarsi altrove rispetto ai domini della ragione e dell’intelligibile.

Forse è a questo tipo di paradigma che bisognerebbe guardare, ciascuna volta che rivolgiamo la nostra attenzione all’indirizzo di quel particolare fenomeno aggregativo conosciuto col termine “famiglia”.

Per definizione, tale particolare struttura socio-relazionale è identificata come un ‘sistema di cooperazione basato sulla convivenza. La stessa ha lo scopo di garantire sviluppo (fisico e psicologico), emancipazione socio-economica, stabilità, protezione, affetto e appartenenza’.

Ma a parte le finalità generalmente condivise, e dunque tenuto conto delle funzioni e del ruolo attribuito alla medesima da parte delle altre agenzie formative e istituzionali, un gruppo famigliare si contraddistingue e si connota nella sua specificità soprattutto a seguito di quel particolare clima interno che crea in seno a se stesso. Ciascuna famiglia, cioè, propone nel proprio menage una peculiare forma dell’esistere e dell’attivare dinamiche relazionali caratteristiche. Più semplicemente, ogni famiglia lo è a modo proprio. Ora, la domanda interessante da potersi formulare potrebbe essere: “ma da cosa nasce esattamente questo ‘modo proprio’ “?

La pluriennale osservazione della famiglia come oggetto di studio e indagine sociologica, ha meritoriamente prodotto una notevole letteratura storico-scientifica, che con il tempo è stata sempre più in grado di delineare un orizzonte dentro cui racchiudere le spiegazioni sull’origine e la funzione di questa rilevante esperienza umana.

Ricorrendo a ciò che è stato raccolto intorno al tema, soprattutto con il contributo aneddotico di chi si occupa di famiglia sia sotto l’aspetto clinico-terapeutico che propriamente educativo, si riesce ad evincere come i princìpi e i valori fondanti che motivano e sostengono l’unità di un gruppo famigliare, siano facilmente imputabili ad una risultante di credenze, teorie del mondo e rappresentazioni di realtà che abitano nel sistema personale dei costrutti e degli schemi attributivi di ciascuno. A loro volta, tali modelli, che orientano e definiscono piuttosto stabilmente i nostri significati e ipotesi di realtà, sono frutto di esperienze interiorizzate che hanno configurato l’identità personale e delineato ruoli, aspettative e obiettivi facenti parte soprattutto dei membri fondatori del gruppo-famiglia, ed in parte osservabili mediante i loro comportamenti espliciti.

Di conseguenza, ciò che rende essenzialmente un nucleo famigliare differente da un altro, pur considerando approssimativamente una parità di influenze culturali e status socio-economico, è l’atmosfera relazionale che si determina al suo interno, e che da esito alle varie forme di comportamenti e di vissuti che andranno a caratterizzare ciascun appartenente al gruppo-famiglia.

E da dove, una famiglia assume quei valori cardine che costituiranno lo sfondo della sua ragion d’essere nella sua particolare forma espressiva? Come descritto poco prima, sarà la storia interna di ciascuno, ereditata dal capitale di valori, idee e insegnamenti trasmessi in famiglia, a unirsi con quella complementare del partner con cui si decide di diventare od originare una famiglia. Esistono cioè dei valori dominanti che faranno da cornice ad un corpus di regole piuttosto stabile e definito, che in quella particolare struttura di famiglia ne comporteranno la tipologia delle dinamiche interpersonali realizzate fra i vari membri in interazione reciproca.

In pratica, ciascuna famiglia è come se possedesse un proprio araldo, uno stemma che ne esibisce e ne qualifica il valore storico ed esperienziale esteso nel tempo, in onore alla genealogia ed ai preziosi insegnamenti trasmessi dagli avi predecessori.

Questo aspetto viene considerato importante nella nostra cultura, in quanto gli si attribuisce la capacità di fortificare e suggellare una sorta di patto implicito con i parenti più remoti, intorno ai quali ruota sempre un alone di sacralità e rispetto devozionale, che ne rende a volte indiscutibili le loro personalità e le loro opere, sempre da prendere come esempio nel nome di una mistica della purezza di tutto ciò che è antico e dunque percepito come incontaminato. Pertanto, la forza della tradizione prevale spesso sulla rivalutazione di riformate contingenze storiche e su un nuovo ordine di bisogni. Per tali ragioni, ciascuna famiglia sposa anche senza rendersi conto un proprio motto. E dunque, a definire il panorama di senso e la direzione della qualità dei rapporti fra gli appartenenti al nucleo famiglia, sarà a tutti gli effetti un assunto che definisce l’impianto costitutivo di ogni decisione, percorso e stile formativo che la famiglia sceglierà di realizzare.

La varietà dei modelli famigliari, se osservata mediante quest’ottica, si coniuga esattamente con questi elementi, confermando il legame fra credenze interiori e modalità esplicite osservabili nel contesto famigliare.

Se da una parte, ciò può significare il rispetto e il rilancio di un tesoro valoriale percepito dagli insegnamenti e dagli esempi dei nostri avi, d’altra parte sarà al tempo stesso utile evitare il rischio di rifuggire e ripiegarsi in una sorta di trincea antistorica che fa la guerra ad una realtà contemporanea considerata soltanto come portatrice di degenerazione. Come è solito, ciascuna condizione a disposizione dell’umano può essere risorsa o divenire limite, a seconda del profitto che si intende ricavare dal suo uso, anche in termini di equilibrio fra costi e benefici. Sarebbe cioè utile e proficuo riuscire a prendere la parte sana, in merito agli esempi fornitici dai nostri parenti antichi, e di attribuirne la corretta valenza tenendo conto che ciascuno è figlio del suo tempo.

Un esempio per comprendere questo concetto potrebbe essere il seguente: “Faccio così perché lo faceva mio bisnonno”. Di per sé è una frase neutra, se non viene declinata in una precisa contestualizzazione narrativa. Potrebbe significare, per trovare degli esempi, che come metodo educativo verso i figli scelgo le percosse e le umiliazioni da infliggere ai più piccoli, oppure potrebbe anche voler dire che coltivo e curo gli ortaggi in modo naturale e senza sofisticazioni. L’antico, nel primo caso, ci perseguita secondo una linearità che stabilisce un rigore da cui storicamente non ci si può affrancare, perché si violerebbe l’onore e la memoria dei propri avi senza mai peccato, mentre nel secondo caso si tratta di una forma intelligente nel custodire ciò che ci è stato tramandato sottoforma di saggezza e di vitale insegnamento.

In pratica, ciò che non bisogna mai dimenticare è che ciascuno, anche quando è genitore, è al tempo stesso anche figlio, e che in parte, la sua condotta educativa nei confronti della prole è anche il risultato della sua pregressa esperienza famigliare interiorizzata nella propria biografia. Il romanzo famigliare è dunque sempre una trama epicopionale, per dirla secondo il linguaggio dell’analisi transazionale.

Ma quali possono essere i più conclamati e diffusi motti che fanno parte del grande calderone delle belief system che si sostanziano nelle vicende e nella vita famigliare?

Consideriamo questo credo: “Tutto deve per forza e sempre andare bene”. Questa rigida impostazione è facilmente associabile ad una forma restrittiva del pensiero, che non ammette cambiamenti e variazioni nell’ordine delle idee e degli eventi che caratterizzano le vicissitudini famigliari. La sembianza di questa credenza (che ricordiamo non è un’affermazione esplicita e cosciente) aderisce a certe forme di retro-pensiero tossico che lo psicologo Albert Ellis ha brillantemente spiegato nella sua teoria dei virus mentali.

In genere, questo motto è sposato in pieno in una famiglia il cui modello manifestato è quello autoritario, e dove cioè non possono essere tollerati idee e comportamenti che deviano dalle rigorose e indiscutibili indicazioni imposte dal nucleo genitoriale o anche da uno solo dei suoi membri. La trasgressione dei precetti non è accettata, e la reazione in merito è di tipo catastrofica, esagerata fino anche alla violenza, in quanto percepita come una sovversione dell’obbedienza e della disciplina necessari al mantenimento dell’ordine e della fissità di valori che non possono essere mediati ed aggiornati nonostante i pervenuti cambiamenti sociali.

Dal punto di vista transazionale, si potrebbe parlare dell’espressione di un’autorità genitoriale che manifesta la valenza negativa del Genitore critico e normativo, spesso anche anaffettivo, esigente e pieno di aspettative pretestuose nei confronti della prole. Il ruolo drammatico che ne consegue, in posizione proponente è il Persecutore.

Lo stesso motto, tuttavia, potrebbe anche essere l’epicentro motivazionale che genera un modello iperprotettivo. In questo caso, il detto fatto proprio come comandamento genitoriale interiorizzato e tramandato dagli avi, diviene l’espediente per generare un clima famigliare dove tutti sono impegnati a conservare una idilliaca atmosfera di stucchevole armonia, innaturale e poco aderente alla realtà. Si tratta di una sorta di modello evitante che rifugge dal conflitto e dalla complessità determinata inevitabilmente dalla convivenza e dalla condivisione degli stessi spazi abitativi e psicologici. In questo caso, la cura parentale assume però una forma non persecutoria ma salvifica, in quanto protegge dai pericoli e da una percepita corruzione esterna che può contaminare e destabilizzare la decantata, presunta e illusoria pace famigliare. Secondo una chiave di lettura analitico-transazionale, a farla da padrone qui sarebbe un Ego-Sé Genitore in cui domina la componente affettiva diretta a soffocare e inibire la libera iniziativa con il troppo amore, ovvero un eccesso non richiesto di attenzioni che in realtà mascherano la paura che l’equilibrio famigliare sfugga al controllo e alla predizione.

Il ruolo drammatico che ne consegue, in posizione proponente è il Salvatore.

Altra potente ipotesi di vita che da luogo a modelli non funzionali della vita famigliare, può essere invece ricondotta al motto: “Se non si decide insieme non si ottiene niente”. All’apparenza, tale teorema di vita sociale organizzata, parrebbe del tutto impeccabile e democratico. Ma è proprio qui che si nasconde la sua insidia. I processi decisionali a carattere democratico possono essere adottati e profusi in quei contesti in cui le parti in concerto sono realmente in grado di confrontarsi secondo un principio simmetrico, ovvero dove ciascuno possiede approssimativamente le stesse possibilità di aprire e gestire processi di mediazione. Ne consegue che non è sempre del tutto auspicabile coinvolgere in modalità partecipativa, specie quando un genitore deve assumere decisioni responsabili anche per i figli che magari non sono nelle condizioni di poter scegliere in autonomia, magari per via di variabili come l’età, o per certe condizioni organiche e psicologiche.

Il motto in discussione è quello che da luogo alle buone intenzioni che conducono alle cattive opere. Nel nome di un’impostazione politica a matrice paritaria, si violano proprio certe condizioni essenziali che invece definiscono la funzionalità nei rapporti famigliari proprio in virtù dello sbilanciamento asimmetrico di requisiti, abilità, esperienze e conoscenze che un genitore usa per vicariare ciò che un figlio non è ancora in grado di affrontare. Secondo gli occhiali analitico-transazionali, le convinzioni di un Adulto contaminato non possono essere così soddisfatte, in quanto non ottengono (e non possono ottenere) una pariteticità vicendevole nel rapporto coi membri famigliari ancora non sufficientemente preparati per rispondere dagli strati più superiori e maturi della loro personalità.

Altro motto-virus piuttosto interessante è basato sulla profonda e radicata convinzione che la vita abbia per sua natura un connotato sacrificale, di durezza e amaro sapore con cui inevitabilmente doverci fare i conti. Un recrudescente alone di fatalismo intride l’atmosfera famigliare intorno a un sentimento di rassegnazione e disfattismo. Ciascuno è percepito utile solo se soggetto al despotismo dell’esistenza e solo se spogliato senza soluzione di fronte alle irrimediabili avversità della vita, che è giustificata soltanto dalla privazione. Il motto “la vita è una continua rinuncia e perdita” si prospetta come l’enunciato che induce tutti a collezionare riconoscimenti e ad essere visibili e presenti agli occhi del mondo soltanto attraverso un ruolo perdente. Ancora una volta, seguendo la scuola analitico-transazionale si parlerebbe di copione amartico. La condizione dell’esistenza è vincolata da un tornaconto in cui si raccolgono esperienze più spiacevoli che piacevoli, fino all’atto di un estremo sacrificio, nell’ottica che più ci si immola e più si entra nelle grazie di una maggiore approvazione sociale e famigliare. Dal punto di vista della matrice copionale, il personaggio agito è la Vittima.

E così, nella complessa analisi delle diverse forme di espressione dei modelli famigliari, il discorso potrebbe ampliarsi nell’accertare di come i diversi personaggi di ciascun rispettivo modello entrino fra loro in relazione, dando luogo ad una serie di scambi complementari e di giochi sociali, dalla cui osservazione e presa in carico potrebbe dipendere l’equilibrio e la salute non soltanto dei singoli ma di una società intera, se non anche propriamente della civiltà stessa, dal momento che la famiglia continua ad essere l’agenzia primaria che offre all’individuo i rudimenti della socializzazione e gli strumenti attraverso cui entrare in contatto con il mondo e interagire con il tessuto comunitario di cui ciascuno di noi è appartenente.

A tutti noi operatori dell’aiuto è demandato il compito di ricercare e reperire strategie ed approcci sempre più efficaci e qualificanti, che possano rendere un servizio appropriato alla famiglia contemporanea, in un momento storico che la vede in evidente situazione di crescente sofferenza e disagio. IL fine consiste allora nel sostenere la famiglia nel ritrovarsi e ricompattarsi, affinchè si realizzi come quel luogo di formazione in grado di accogliere e soddisfare i bisogni di unità e appartenenza, necessità fondamentalmente comuni a tutti coloro che in ciascun ruolo vi appartengono.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista a indirizzo clinico, Counselor socio-educativo,

Educatore professionale adh, Formatore analitico-transazionale)

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