LA PEDAGOGIA DEL BASTONE. Perché i metodi autoritari non funzionano più.

Pubblicato il da Nuccio Salis

LA PEDAGOGIA DEL BASTONE. Perché i metodi autoritari non funzionano più.

A fronte della divulgazione di maggiori conoscenze scientifiche nell’ambito della pedagogia e di una crescente coscienza sociale circa l’importanza di relazionarsi efficacemente con i propri figli, si continua generalmente a risolvere i conflitti genitori/prole ricorrendo ad arcaici modelli educativi impostati sulla forza dell’autorità dell’adulto verso il bambino, alternandoli per giunta con modalità permissive e trascuranti.

Questa impostazione da luogo ad una ambivalenza che descrive la dilagante confusione psicologica e povertà strumentale da parte di molti genitori odierni, travagliati da vissuti interiori di frustrazione e instabilità, e che per abitudine sociale diffusamente accettata riversano sui loro figli, sfogando sovente sugli stessi le loro inquietudini disconosciute e represse.

La condizione dell’infanzia nel mondo non è per niente rosea, se pensiamo ai bambini vittime della denutrizione, dello sfruttamento lavorativo minorile, degli abusi sessuali spacciati per tradizione, delle sperimentazioni di vaccini che aggirano le leggi sulla tutela sanitaria, di bambini esposti a grandi eventi catastrofici (guerre o cataclismi naturali), o coloro che vengono radicalmente plagiati da dottrine che li portano a far parte di eserciti di combattenti. E via includendovi vari fenomeni di devianza e delinquenza minorile, nonché diffuse sacche di profondo degrado e disagio volto ala violazione dei diritti elementari della persona.

E con le dovute proporzioni, non possono certo passare inosservati tutti quei bambini soggetti a disfunzionali modelli famigliari, per la maggiore caratterizzati da comportamenti genitoriali tutt’altro che edificanti.

Sarebbe interessante chiedersi perché esista ancora un divario nettamente largo fra consapevolezza sull’importanza del ruolo genitoriale e conseguenti pratiche educative adeguate. Lo scollamento e la discontinuità fra questi due elementi è facilmente osservabile nella quotidianità e reperibile da tutto ciò che si può acquisire intorno a noi da fatti e vicende che si manifestano visibilmente nella vita.

Nessuno pretende che i genitori siano impeccabili o che non siano soggetti a cadute della loro capacità responsiva verso i bisogni dei figli. Sappiamo tutti quanto sia umano, inevitabile e naturale sbagliare ed avere distrazioni, manchevolezze, limiti e imperfezioni. Ciò non deve però costituire una giustificazione tale da sollevarsi dal tentativo encomiabile di assumersi le proprie responsabilità. È invece ciò che accade quasi sempre. Luoghi comuni e frasi fatte di circostanza sembrano ormai essere l’unico equipaggiamento a cui ricorrono molti genitori, pur di affrancarsi dalla propria fondamentale funzione educativa ed evitare che un pensiero maturo e cosciente scuota a rivalutare il livello di efficienza della propria veste genitoriale.

Insomma, si vedono nettamente genitori in fuga dal loro ruolo sociale, e che al tempo stesso, però, non intendono aiutare se stessi e i loro figli accettando un percorso di crescita e di formazione, affidandosi anche a specialisti capaci e qualificati.

Nessuna opzione viene contemplata come valida, e tutto ciò che impegna e mette in discussione viene scartato. A seguito di questo, ecco imboccare la via certamente più facile, ovvero la vecchia e conosciuta strada della rigidità educativa; eredità di un modello che aveva a suo modo una serie di ragioni dovute a precise contingenze storiche e particolari connotazioni culturali in seno all’idea di famiglia, di istruzione, di lavoro, di vita comunitaria, di impegno sociale.

Le profonde trasformazioni sviluppatesi nel corso del tempo storico, hanno reso obiettivamente anacronistici ed improponibili certi modi di essere genitori, in quanto non è più giustamente accettata e condivisa l’idea di praticare del “sadopedagogismo”, diventando cioè gli aguzzini ed i persecutori dei propri figli, potendone disporre come fossero una proprietà esclusiva. Se da una parte sono diventate desuete certe abitudini nell’ambito dei rapporti famigliari, dall’altra sembrano rientrate dalla finestra sotto altre sembianze che comunque ricalcano la medesima volontà genitoriale sull’idea di possesso dei figli, e sulla terribile convinzione che “i grandi hanno sempre ragione”, e che dunque il bambino da educare sarebbe soltanto da sottomettere alle ingiunzioni parentali, in quanto la asimmetria esperienziale del rapporto viene interpretata come abusante e dominante.

È visibilmente constatabile il grado di imponente e continua mortificazione a cui molti genitori sottomettono ancora i loro figli, con offese, umiliazioni, minacce, disconoscimento dei loro bisogni, punizioni inutili e gratuitamente invalidanti, richieste inadatte alla loro età evolutiva, forme sottili di abbandono e disinteresse. Salvo poi difenderli ad oltranza di fronte a una sottolineatura critica di una figura educativa esterna alla famiglia, rompendo cioè quel patto di fiducia e di collaborazione verso altre persone rilevanti per i propri figli, dal punto di vista formativo. Questo aspetto, oltre che rimettere in evidenza un atteggiamento di possesso esclusivo e di identificazione simbiotica nei confronti dei propri figli, sottrae al bambino l’esperienza altamente maturativa dovuta alla capacità di riflettere sulle proprie responsabilità, ricercare soluzioni alternative e migliorarsi imparando a rispettare tutti coloro che a vario titolo si occupano di lui e della sua crescita.

Insomma, passano i decenni, i secoli e le ere, ma il romanzo famigliare è ancora troppo spesso una narrativa horror, una fucina di vissuti infelici, per molti una pagina nera di insegnamenti che hanno condotto al disadattamento o alla marginalità.

È presumibile che l’impopolarità di certe scomode affermazioni provochino un rigurgito di diniego e di reattiva difesa delle proprie credenze di comodo. Va detto, in tutta correttezza, che laddove la famiglia funziona ed assolve umanamente alla propria missione formativa, ciascun membro appartenente a un gruppo famigliare non può che ricavarne agio e beneficio, acquisendo i valori cardine del vivere sociale e della propria armonia individua. È per fortuna ciò che è accaduto o che accade a molti di noi, che possono contare sul supporto immancabile della famiglia, unica piattaforma relazionale in cui i valori dell’affidabilità e della fiducia acquistano una marcata impronta che forma in modo equilibrato la nostra personalità e indirizza in maniera sana le dinamiche delle relazioni interpersonali secondarie.

Entriamo ora nel merito degli effetti deleteri e svantaggiosi di questo “ritorno al bastone”, da parte di genitori inavveduti o sprovvisti di strumenti che continuano a non voler acquisire.

È davvero tramontato il modello educativo stile “nonno con la cinghia”? Quanto resiste ancora nel tempo questa immagine stereotipa che ciascuno di noi conserva? Tutti siamo stati figli o nipoti di quei nostri avi che usavano risolvere controversie e “capricci” infantili con un bella scudisciata nel deretano con la fibia della cinghia, o in alternativa con le robuste e granitiche mani di un contadino, segnate dal duro lavoro dei campi. E chissà, infatti, quale delle due faceva più male.

Le armi di dissuasione genitoriale erano pure distinte per genere sessuale. IL padre usava ricorrere alla cinghia, alla pompa da giardino, e bisognava sperare che al momento non avesse per le mani certi attrezzi da lavoro agricolo, la cui efficacia del lancio non fu giammai la causa della mancata ufficializzazione fra le discipline olimpiche. Una madre, invece, che già poneva le basi della rivendicazione femminile per il rovesciamento del modello patriarcale, disponeva del classico battipanni o del ciabattone la cui durezza non era seconda a uno stivalone militare anti-infortunio.

Gli unici accorgimenti che dovevano rispettivamente adottare, causa la perdita della loro credibilità, consistevano sul piano pratico nel fatto che a un padre non dovevano scendere i pantaloni appena tolta la cinghia e che una madre doveva fare centro con la ciabatta e non buttare giù la candela mortuaria con la foto del bisnonno.

A parte la parentesi faceta, perché dovremmo dissuadere i genitori a riproporre e disseppellire il battipanni?

Sono stati condotti da tempo studi e ricerche che indicano chiaramente come non risulti appropriata la scelta di picchiare i propri figli per correggerli e richiamarli al comportamento desiderato dall’adulto. Esiste una ragionevole serie di motivazioni che è stata individuata ed approfondita in questo ambito, e che conduce con tutta sicurezza a dimostrare come le percosse ai bambini, anche se usate come presunto scopo educativo, si rivelino oltre che inefficaci sul piano formativo, costituiscano anche motivo potenziale di malessere psicologico a carattere permanente con conseguenti squilibri della personalità.

Un primo punto da mettere in evidenza riguarda la mancata interiorizzazione della regola. Nel processo educativo e dell’apprendimento, quando si trasmette il valore di una regola, la finalità consiste nel far acquisire al soggetto destinatario il senso e la necessità di una struttura normativa, a garanzia della tutela di ciascuno. Se non si perviene del tutto a questo scopo, ovvero se il bambino non contravviene alla regola solo perché rappresenta un’imposizione prescrittagli dall’autorità, e che dunque non può essere discussa, si rimane sostanzialmente in un livello immaturo del senso morale. Sono quei casi in cui si verifica che l’adulto affermi molto spesso il proprio potere, dichiarando verbalmente frasi del tipo “perché te lo dico io”, “l’ho deciso io e quindi si fa così”, “fa come ti dico e non discutere”, senza offrire spiegazioni o alternative. Questo non significa che non debbano esistere regole ferme e perentorie, necessarie al mantenimento di certi equilibri e fondative di espressi princìpi universali; quello che si contesta semmai è l’invalsa modalità comunicativa con cui si avanzano le proprie istanze, rimarcando un potere indiscutibile che confonde la forza con l’autorevolezza, annebbiato da quelle false convinzioni secondo cui la severità espressa con “la mano pesante” sia addirittura salutare per il bambino. Non si tratta invece che di pericolosi cascami ideologici di nostalgiche ricadute dal sapore totalitario, radicate nel mito della forza, del machismo, del vigore visto come spinta belligerante e del coraggio interpretato come atteggiamento supremo di dominanza. Dentro questa cornice di falsi valori, inoltre, un bambino non può che adattarsi passivamente a un comando, imparando quella obbedienza eteronomica passiva, già solennemente messa in dubbio da don Lorenzo Milani (1923 - 1967), in quanto produttrice di acriticità e del libero esprimersi e pensare.

Inoltre, una dottrina di regole così appresa, altro non è che un mero processo di addestramento, cioè una mera serie di procedure comportamentiste con cui nella pratica si programmano e si ottengono risposte controllate e prevedibili da una creatura animale. Eppure, ancora oggi, in tanti confondono questa semplice distinzione di base, attribuendo perfino il titolo di ‘educatore’ a coloro che addestrano animali.

In pratica, in tanti allevano, ma molto pochi educano.

Seconda questione da dibattere e sviluppare riguarda le ferite interne che si portano dentro coloro che hanno subito abitualmente percosse dai rispettivi genitori. Crescere dentro un contesto in cui un clima di sopraffazione è rinforzato da un linguaggio e dal comportamento che denota violenza, significa da un punto di vista emotivo-affettivo conoscere e contattare principalmente la rabbia e la frustrazione, che se cronicizzate all’interno di una struttura di personalità possono sfociare nell’espressione disfunzionale di comportamenti antisociali (vandalismo, rapine ecc.), aggravate per l’appunto da un generale quadro di sé in cui manca la componente empatica legata al riconoscimento dell’alterità in termini del sentire emozionale.

La rabbia lacerante e un tumultuoso inno di vendetta e rancore caratterizzano il vissuto del bambino che cresce, e che specie durante l’adolescenza, in funzione di una combinazione fra tratti temperamentali e influenze ambientali, può dare corso ad una storia connotata da episodi di gravi disturbi della condotta e di devianza.

Le percosse rappresentano una punizione dolorosa e in grado di affliggere il peggiore sentimento di colpa, rassegnazione e umiliazione, nel bambino. È un tipo di correzione la cui irruenza e continuità spezza quel legame di fiducia primario fra figlio e genitore, che costituisce la base sicura su cui ciascun bambino costruisce la forza motrice di ogni ispirazione esplorativa, cioè la disposizione ad aprirsi e al’attitudine a soddisfare le proprie istanze di contatto e ricerca relazionale esterna.

In vero, questo tipo di pratica espone il bambino ai drammi esistenziali, al mettersi di traverso al mondo nel confermare le sue rappresentazioni catastrofiche e svalutanti circa l’idea delle relazioni altrui o anche dell’immagine di sè. Può nascere così un persecutore o una vittima.

In terzo luogo, quello che si cerca di ribadire è che il bambino a cui sono inflitte sistematiche percosse, come consueto metodo di correzione, è un bambino che si prefigura un costrutto interiore da cui ricava un’immagine di sé deludente e fallace. Egli si percepisce cioè come un essere senza valore e senza dignità, un perdente a cui la sventura della vita ha consegnato un destino infelice davanti a cui rassegnarsi. Diventa cioè il ritratto dell’arrendevolezza ad una fatalità tragica e invincibile. Vissuti logoranti di depressione ne bloccano l’iniziativa e ne arginano la volontà di affermazione e di autonomia.

Questo svuotamento emotivo è altamente tossico per la psiche umana. Un individuo che vive con un grado più o meno rilevante di povertà espressiva ed emozionale è una persona sottratta alla vita, che si affida scarsamente o nulla alla ricchezza dei sentimenti e del loro potenziale di espansione esperienziale e reciprocità nel legame interpersonale.

Si può così evidenziare un ulteriore punto a svantaggio del sistema punitivo corporale, ovvero quello del rischio di crescere come analfabeti delle emozioni, ovvero incapaci di decifrare il codice di stati d’animo e sentimenti vissuti ed esperiti sia da se stessi che dall’altro da noi. È questa forma di incomunicabilità, peraltro, che risulta sempre più coinvolta nella spiegazione di quei fatti e quegli episodi legati a comportamenti giovanili che creano sempre sconcerto e clamore presso noi adulti.

Uno stile educativo improntato all’ideologia autoritaria è associato alla comparsa di un disturbo affettivo-cognitivo che può essere identificato dall’adolescenza in poi, e che prende il nome di ‘alessitimia’, ovvero come suggerita dalla stessa radice della parola una consistente difficoltà a riconoscere e quindi nominare le proprie ed altrui emozioni. Il rischio più elevato resta nell’ipotesi spaventosa di veder crescere un mero intellettualista puro, incapace di valutare il mondo secondo una chiave umana e profonda.

Un quinto aspetto, forse non ancora sufficientemente discusso, mette invece in relazione l’assiduo ricorso all’intervento correttivo corporale con un compromesso grado di espressione intellettiva. Ovvero, sono emerse anche indagini che hanno stabilito che il genitore che tende a fustigare il bambino con metodi pesanti e coercitivi, è anche responsabile di provocare nel figlio una significativa flessione del suo potenziale cognitivo, limitandone lo sviluppo delle facoltà del pensiero e del ragionamento.

Informazione preziosa per tutti quei genitori che vorrebbero avere in casa il nuovo Leonardo Da Vinci dell’umanità, o che sono tassativamente convinti di averlo già partorito.

Gli effetti letali sortiti da un siffatto modello violento, tuttavia, non sono circoscritte al solo individuo, soprattutto dal momento che l’individuo che ha interiorizzato questa categoria di comportamento genitoriale tenderà a farlo proprio e ad esportarlo nel tessuto delle sue relazioni. Coniuge, figli, colleghi di lavoro, animali, potranno essere le vittime di chi è stato ripetutamente picchiato per i suoi infantili “capricci”, di chi cioè ha sopportato e subìto l’imponenza del più forte, e che quindi per paura schiaccia prima di essere schiacciato, come reazione di rimando a un mondo che percepisce avverso e nemico. D’altro canto, per complementarietà, l’abitudine ad avere attenzioni soltanto nel modo più irriguardoso, sarà anche la chiave di lettura guida per coloro che invece faranno le vittime, all’interno del vasto e variegato panorama dei giochi sociali.

Omicidi coniugali, stupri, abusi e violenze domestiche sono quasi sempre imputabili a questo ordine di motivazioni nelle dinamiche dell’apprendimento sociale.

Inoltre, specie come pedagogisti, non dobbiamo dimenticare mai di mettere in evidenza il pericolo dell’accettabilità sociale di un modello che ritorna di moda, a causa di un generale senso di smarrimento e disorientamento dell’adulto, che quindi distrugge le sue capacità educative.

Affinchè la critica da parte di noi specialisti sia costruttiva, allora, da una parte dobbiamo avanzare proposte formative tese ad ampliare il potenziale delle risorse formative nella famiglia, d’altra parte dobbiamo anche saperci mettere in discussione e provare a riflettere su come abbiamo fino ad ora trasmesso al pubblico le nostre informazioni e alcuni contenuti delle nostre discipline e saperi.

Non mancano in effetti delle giuste critiche anche a come la conoscenza pedagogica abbia oscillato fra linguaggi inaccessibili indirizzati esclusivamente agli “addetti ai lavori”, e ipersemplificazioni eccessivamente banali che hanno contribuito a generare miti, leggende metropolitane, dubbie credenze e cattive interpretazioni massificate.

Occorre allora che la società tutta, sotto questo aspetto, da più parti, concerti con passione e continuità un argomento che rappresenta pienamente l’epicentro della società civile, e da cui dipende gran parte del benessere e della tenuta dei nostri valori sociali e dell’immenso capitale umano da tutelare. Un lavoro che può procedere con qualità soltanto se ci si affida gli uni gli altri, nel tentativo di realizzare il sogno montessoriano di una società migliore e che sia soprattutto a misura di bambino.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista a indirizzo clinico, Counselor socio-educativo, Educatore professionale adh, Formatore analitico-transazionale)

Fonti dell’argomento trattato:

.) BETTELHEIM B., Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, 1987.

.) NARDONE G. et al., Modelli di famiglia, Milano, TEA, 2006.

.) TONI A., A suon di sberle. Colpire il corpo per scolpire la mente, in “Psicologia Contemporanea”, Anno XXXIV, 201, (2007), pp. 34-39.

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