IL COUNSELING PEDAGOGICO RIVOLTO AI BAMBINI. Auspici ed accorgimenti di un intervento possibile.

Pubblicato il da Nuccio Salis

Teorie e paradigmi .

1) Una domanda che mi viene rivolta più volte durante i miei corsi sul counseling, riguarda la possibilità di estendere ed applicare l’intervento di consulenza educativa (e dunque le sue collaudate strategie) eventualmente anche ai bambini, e in caso affermativo da quale età si può partire. Personalmente mi sento sempre di affermare che il counseling, di per sé, si propone come risorsa inclusiva, tendente a potenziare le qualità di ciascuno, secondo un’ottica globale e complessiva, e aderisce a tali principi al di là della condizione sociale o anagrafica di ciascuno. Questo non significa non considerare che il counseling presenti anche dei limiti metodologici, e che un considerevole e innegabile vantaggio riguarda proprio la cosciente intenzione partecipativa da parte di chi assume la decisione di sottoporsi a un percorso di crescita e consapevolezza del Sé. In vero, se è possibile accogliere persone che magari all’inizio non sottoscrivono la necessità di riconoscere un nodo problematico e di esplicitarlo all’interno di una situazione guidata e protetta, sono comunque dotati della facoltà di decidere successivamente di impegnarsi costruttivamente in un itinerario esplorativo di sé e delle proprie difficoltà legate ai contesti di vita. Insomma, un contributo maturo e volontario è condizione necessaria affinchè si sviluppi e si strutturi un’alleanza fra soggetti consapevoli e senzienti, che stabiliscono e condividono i medesimi scopi, con la chiarezza sui propri distintivi ruoli e funzioni. In ragione di queste riflessioni, che sono anche le inevitabili conclusioni che si ispirano ai modelli ed ai paradigmi del counseling, ipotizzare l’intervento sui bambini può giustamente suscitare anche dubbi controversi e far emergere evidenti e interessanti aspetti di criticità. Tuttavia, animati da uno spirito di servizio che contraddistingue il counseling, si intende adoperarsi per implementare le tecniche di ascolto anche verso categorie di soggetti che magari metterebbero a dura prova le teorie e le pratiche di una relazione di aiuto che segue precise coordinate scientifiche e professionali. In sintesi, le risposte a queste immancabili riflessioni sono per lo più da ricercarsi nell’ambito dell’esperienza in vivo, da cui si possono ricavare numerosi elementi di arricchimento sia del proprio orientamento teorico di riferimento che della propria performance professionale. Generalmente, ritengo comunque valido ed opportuno avanzare alcune considerazioni che possono costituire una preziosa piattaforma di confronto fra diverse ispirazioni teoriche e differenti pratiche operative. Tenendo conto di un principio di personalizzazione dell’intervento, allo scopo di valorizzare e far emergere le peculiarità di ciascuno, un’attenzione ancora più focalizzata e precisa dovrà essere diretta qualora il destinatario della prestazione fosse per l’appunto un bambino.

Singolarità e alleanza

2) Dal momento che durante la conduzione delle dinamiche relazionali legate al counseling, l’interesse da parte dello specialista verte soprattutto ad intercettare i significati da codificare, che si rivelano mediante il complesso repertorio espressivo da parte del cliente, la specificità comunicativa del bambino impone di considerare come le regole del linguaggio infantile non siano ancora del tutto consolidate all’interno della struttura semantica e lessicale propria del patrimonio segnico e simbolico che accomuna noi adulti, facilitati nel far parte di una condivisa tradizione culturale. In pratica, ciò che impegna in un setting di consultazione pedagogica, declinata verso un’utenza infantile, rimane l’obiettivo di saper considerare la singolarità attraverso cui un bambino manifesta o nasconde i suoi bisogni o le sue richieste. Conosciamo già gran parte della letteratura classica che ci proviene dagli studi e dalle ricerche condotti mediante l’applicazione del colloquio clinico, da parte del suo ideatore Jean Piaget (1896 -1980), le cui esperienze di raccolta dati e informazioni, esperiti direttamente dal contatto interpersonale con i bambini, si dedicavano ad indagare circa i processi di significazione e di attribuzione rappresentazionale del mondo da parte della mente infantile. Forse è merito soprattutto di quella curiosa e interessante tipologia di approccio, se attualmente si può evincere quanto sia delicato e impegnativo il compito di inferire contenuti narrativi da un bambino, dal momento che la specificità delle sue attitudini comunicative rendono l’opera di ascolto come suscettibile di accorgimenti e riadattamenti, da attuare in vista di una tale particolarità espressiva, identitaria e personologica. I modelli comunicativi di un bambino, che peraltro rappresentano in ciascun caso una combinazione fra innato corredo genetico ed interiorizzazione di modelli socio-culturali, richiedono pertanto una raffinata capacità di analisi e di osservazione il più possibile precisa ed accurata, tale da favorire un processo di sintonia e di valida restituzione che convalidi un reciproco sentimento di alleanza e positiva predisposizione sia da parte del professionista che del bambino.

Congruenza e linguaggio

3) Entrando in un livello più approfondito nel merito di questa tematica, si sente forte la necessità di svolgere il servizio di aiuto alla persona ricorrendo ad un sapere specialistico che sa tenere conto delle differenze categoriali situate dentro l’eterogenea costellazione delle utenze trattate, e che al tempo stesso non deve rinunciare a considerare ciascuno come persona unica e irripetibile. Rivolgendo la propria attenzione all’indirizzo di un cambiamento strategico che prevede l’incontro con i bambini, viene ritenuto opportuno procedere ad una serie di ‘aggiustamenti’ per meglio rispondere alle esigenze ed alle peculiarità manifeste da soggetti molto piccoli. La propria azione dovrà dunque considerarsi suscettibile di modifiche, ovvero in grado di offrire risposte differenziate ed a misura di cliente, puntando sulla flessibilità del proprio equipaggiamento strumentale e sull’arricchimento esperienziale del proprio bagaglio storico. Rimangono invece invariati, a mio avviso, i principi e dunque anche le tecniche ivi associate, che rendono conto delle modalità sulla conduzione di un’esperienza di colloquio con un bambino in un setting di ascolto. Indichiamo prima di tutto una soglia anagrafica, dal cui limite in poi si decide di poter accettare di accogliere un bambino in un contesto protetto di consulenza centrato sulla persona. Tale soglia può essere stabilità in un’età anagrafica (ma anche evolutiva) di anni 5. Entro quel periodo, un bambino ha imparato generalmente come rivolgersi ad un adulto per farsi comprendere, possiede cioè sufficienti competenze comunicative che lo rendono abile a saper consegnare all’ambiente sociale le sue richieste, a suscitare dallo stesso l’attenzione ed immettervi le proprie note dichiarative, manifestate sia verbalmente che mediante altre modalità di espressione del Sé. Un bambino a sviluppo tipico ha già sovente raggiunto a quell’età un buon livello di padronanza linguistica, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, e dunque dispone sia di un esteso registro verbale grazie a cui può comprendere ciò che di essenziale occorre nello scambio mediato impiegando la parola, sia di una capacità sintattica e organizzativa tramite cui strutturare in modo corretto le parole in frasi e le frasi in testi e narrazioni, secondo congruenti schemi ordinati anche sotto l’aspetto delle sequenze spazio-temporali, proponendo riflessioni, ragionamenti ed una propria visione di mondo; naturalmente il tutto si mostra come un risultato combinato fra ciò che il bambino sa e ciò che crede di sapere, ovvero una curiosa miscelatura di conoscenze e credenze personali attraverso cui spiega la realtà caricandola di significati. Anche sotto l’aspetto fonologico è in grado di controllare, discriminare e riprodurre correttamente i suoni propri della lingua madre di appartenenza, e di averne assimilato anche gli aspetti endemici paralinguistici, legati per esempio al qualificatore ‘accento e inflessione vocale-dialettale’, che connota un’origine geografica ed una corrispondente collocazione comunitaria, che spesso è anche indizio antropologico di un’appartenenza identitaria, di una precisa cornice di senso magari già nota e definita in termini storico-culturali, che però un counselor attento e rigoroso non utilizzerà come elemento disturbante che può influenzare in negativo la sua modalità di conduzione. Come si evince da tutto ciò, i fattori che possono distorcere la percezione dell’altro, da parte del counselor, sono da tenere in evidente considerazione, dal momento che nemmeno verso il bambino si è liberi dal rischio di azzardare inconsapevolmente tutte quelle scorciatoie euristiche che rimandano ad errate interpretazioni e fuorvianti teorie implicite di personalità, tanto ingenue quanto naturalmente imprecise e inadeguate. Questo punto è da mantenere in modo molto chiaro, dal momento che, forse, anche se non attiviamo rischiosi preconcetti diretti sul bambino, potremmo spontaneamente attivarli di riflesso alla sua appartenenza famigliare e parentale. Pertanto, la difficoltà di uno sguardo sospeso (o del ‘pensiero marziano’ secondo una felice espressione di Eric Berne) permane come elemento cardine che caratterizza l’opera del counseling, che invece si impegna nel far emergere il più possibile un vissuto di autenticità, da accogliere con curiosità ed incondizionata accettazione.

Comunicazione e domande

4) Come primo punto di specificazione, che distingue in modo decisivo le dinamiche comunicative del bambino da quelle dell’adulto, vi è da sottolineare come i bambini ricorrano ad un uso più enfatico delle componenti non verbali della comunicazione non verbale. Forse, proprio la maggior parte dei loro messaggi sono rilevabili grazie ad una maggiore pregnanza del loro corredo espressivo. Nei bambini sono maggiormente amplificati i gesti emblematici, ostentatori, mimici e illustratori, grazie ai quali rafforzano ed evidenziano le loro parole e le loro teorie di mondo, chiarificano e spiegano le loro esperienze sensoriali e mostrano di saper entrare in reciproca risonanza con l’altro da sé, anche attribuendo un comune valore segnico alla gestualità. Il bambino può anche compiere ripetutamente dei gesti adattori, rispetto all’adulto che può invece cercare di controllare maggiormente movimenti involontari o stereotipati, o attività transazionali rivolte alla manipolazione di oggetti. Sono comunque tutte manifestazioni comportamentali mediante cui si riduce l’ansia oppure si esprime insicurezza, paura o frustrazione. Sotto l’aspetto propriamente verbale, rimane auspicabile tenere conto del rapporto fra espressione del linguaggio e modalità egocentrica del pensiero, che rendono le parole di un bambino vincolate al suo personale orizzonte cognitivo e di percezione di realtà fondata su un sistema di credenze a carattere prevalentemente pre-logico ed intuitivo. Altra fondamentale differenza può essere rappresentata dalla questione delle domande. Chi è entrato nel merito delle procedure di counseling conosce benissimo come questa variabile si imponga come un focus assolutamente rilevante nella teoria e nei modelli operativi del counseling medesimo. Chi ha compiuto ed approfondito studi a riguardo, sa perfettamente che la strategia del fare domande implica numerose e controverse discussioni e confronti nell’ambito della conduzione del colloquio. La formulazione e la funzione delle domande sono opzioni strategiche facenti parte delle tecniche semi-direttive dell’ascolto attivo, ed il loro uso deve essere scelto ed applicato con estremo scrupolo e rigorosa attenzione. La ragione implicita più evidente risale al fatto che rivolgere domande ha sempre un impatto emotivo sul destinatario, e che in qualche misura produce sempre varie forme di chiusura e innesca processi di autodifesa protettiva. Ciò accade perché il ricevente può avvertire di sentirsi richiamato a giustificare qualcosa che lo riguardi, oppure a rilevare prematuramente elementi più intimi e riservati del suo Sé. È necessario dunque produrre una vera e propria tecnica legata al saper fare domande. È presente inoltre una curiosa questione che distingue l’intervento sui bambini rispetto a quello con gli adulti. Essa riguarda il fatto che nel rapporto generale adulto/bambino, sono i bambini a non risparmiarsi circa il fatto di rivolgere le più svariate domande agli adulti. Tale comportamento è un importante indizio del loro desiderio di sapere e poi di esperire la conoscenza mediante attività esplorativa e sperimentale. L’attitudine a contattare il mondo e interiorizzare l’esperienza è un processo fondamentale nel percorso di elaborazione e significazione della realtà. Molto spesso, però, le loro domande colgono noi adulti impreparati, oppure ci imbarazzano, ci costringono a tergiversare o girare attorno all’oggetto della loro indagine. È ricordando quello stesso disagio che forse riusciremo ad evitare di porre al bambino domande di tipo intrusivo, eccessivamente analitiche, o le domande ‘perché?’ che nascondono l’invito a giustificare ciò che non è accettato e condiviso dall’adulto; oppure domande induttive con insidie e percorsi di risposta già previsti per provocare conferma dei nostri schemi o convinzioni, o ancora domande chiuse che non lasciano possibilità di ricerca e di espansione per una risposta più aperta ed articolata. Altro errore, ora dal punto di vista quantitativo, è fondare il colloquio stesso sulle domande, facendolo praticamente diventare un interrogatorio che produce sull’individuo (che non ritornerà più), un vissuto di malessere e pressione psicologica di tipo persecutorio. È questa peraltro una condizione in cui l’interlocutore si riparerà evitando di autorivelarsi con autenticità, trasparenza e abbondanza argomentativa. Impariamo allora a rivolgerci ai bambini considerando che la loro mente non è pura “intelligenza”, ma un concentrato complesso di emotività e sentimenti che ne determina le loro tensioni psicologiche e motivazionali.

Volontà e partecipazione

5) Ciò che forse è maggiormente opportuno mettere in evidenza, riguarda il fatto che un bambino non sceglie di recarsi di propria iniziativa da uno specialista che possa aiutarlo a riequilibrare una sua condizione di disagio e di inadeguatezza nel rapporto con la realtà. Egli, prima di tutto, non è del tutto in grado di valutare con obiettività la presenza di un nodo problematico, e pertanto, come anche altre categorie di soggetti, farà parte della costellazione delle utenze indirette. In questo caso, il senso riconosciuto all’esperienza e la motivazione ad intraprendere un percorso maturativo sarà da costruire con il contributo del soggetto medesimo, sollecitando la sua collaborazione e lavorando per l’abbattimento delle sue resistenze, affinchè sviluppi fiducia non solo nei confronti del professionista ma anche di se stesso. Personalmente, quando dei genitori mi contattano affinchè abbia un colloquio con loro e con il loro bambino, mi sincero sempre che il bambino sappia dove si sta andando e per quale motivo, onde evitargli sgradevoli sorprese e un livello tale di obiezione da rendere non fattibile l’accoglienza, soprattutto sotto l’aspetto etico e deontologico, dal momento che non si forza alcuna persona ad essere trattenuta per sottoporla ad un colloquio di cui non coglie il senso e l’utilità funzionale. In genere lascio che comunque sia il bambino a parlare fin da subito, accertandomi sul motivo della sua gradita visita, sulla sua richiesta, il tutto dopo essermi presentato ed averlo informato di aver parlato con i suoi genitori presenti e di sapere che ci sono alcune difficoltà, ultimamente, fra di loro, e che io potrei provare ad aiutarli tutti, e che per poter fare questo avrei bisogno di sapere qualcosa di più. In genere, dopo questo intervento, tutti i bambini presentano la loro versione dei fatti, e ciò rimette all’esperto ascoltatore la teoria di mondo del bambino, che si esprime testimoniando se stesso, esprimendo tutte quelle parti di identità che lo sostanziano come soggetto storicizzato, anch’egli in possesso di una sua autobiografia, di un suo Io narratore che attende di comunicare con le proprie singolari modalità. E non è mai facile per un bambino rivelare ad estranei il proprio mondo interiore, soprattutto se questo è legato all’intreccio copionale del romanzo famigliare, e quindi fa parte di quel luogo di intimità inviolabili, di segreti, di fantasmi e di fantasie che nel bene o nel male costituiscono il punto di riferimento e la rotta esistenziale per il bambino. C’è sempre un sentimento di vergogna e di imbarazzo, nel bambino, nel disvelare i segreti che costituiscono i pilastri fondamentali della sua struttura famigliare; ragion per cui questo vissuto può sempre essere percepito come una minaccia alle proprie sicurezze affettive. Il racconto del bambino va in ogni caso corredato dalle informazioni ricavate anche dalle impressioni che invece riportano genitori o altri adulti non presenti in situazione, ed anche questo è un momento molto delicato perché non bisogna a mio avviso far passare il messaggio che ora bisogna ascoltare i grandi perché loro raccontano la verità. È importante riconsegnare sempre il valore e l’importanza di ciascuna narrazione e di ogni contributo. È chiaro poi che la raccolta completa dei dati anamnestici famigliari verrà prodotta e completata mediante un confronto ed una sintesi fra la narrazione del bambino e quella genitoriale. Peraltro, se si tratta di una coppia genitoriale, non è improbabile che vi siano delle incongruenze all’interno della coppia stessa. Come non ricordare a questo proposito il modello genitoriale a doppio stile, e tutto il complesso invio di comunicazioni a doppio legame che anche un solo singolo genitore saprebbe in grado di fare, e spesso senza nemmeno rendersi conto di ciò. Questa è anche la ragione per la quale l’intervento sul bambino non può prescindere mai dal suo orizzonte storico e contestuale, ma prevedere collateralmente anche una presa in carico della famiglia, dal momento che molto spesso, come è quasi solito rilevare in setting, le difficoltà esperite e vissute dal bambino risultano quasi sempre un riflesso del malessere sociale o famigliare.

Prodigarsi in modo integrato, accludendo la complessa struttura relazionale in gioco, è peraltro la missione scientifica del counseling, nonché la sua finalità di preservare e promuovere il benessere e lo sviluppo umano.

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista clinico, Counselor socio-educativo, Educatore adh, Formatore analitico-transazionale)

Bibliografia di riferimento:

.) Bertolini P./Callari Galli M., Come comunicano i bambini, Bologna, Il Mulino, 1980.

.) Cottle T., I segreti dei bambini, Milano, Frassinella, 1992.

.) Ferraris Oliverio A., Le domande dei bambini, Milano, Rizzoli, 2000.

.) Francescato G., Il linguaggio infantile, Torino, Einaudi, 1970.

.) Job R./Rumiati R., Linguaggio e pensiero, Bologna, Il Mulino, 1984.

.) Lis A. et al., Il colloquio come strumento psicologico, Firenze, Giunti, 1995. .

.) Maggiolini A., Counseling a scuola, Milano, Franco Angeli, 1997.

.) Piaget J., La rappresentazione del mondo nel fanciullo, Torino, Bollati Boringhieri, 1966.

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