CALAMAIO VS TABLET. L’apprendimento della scrittura fra tradizione e innovazione

Pubblicato il da Nuccio Salis

1 . Invasività multimediale: pericolo o risorsa?

 

Con l’avvento di tecnologie e dispositivi digitali, che in parte hanno semplificato e facilitato l’accesso e la creazione ad un flusso di informazioni continuo, molto si è modificato a riguardo dei modelli di comunicazione sociale, mediatico e relativo alla rappresentazione culturale della realtà dentro cui siamo presenti. Epocali trasformazioni ci vedranno ancora protagonisti lungo questo percorso storico in cui facciamo sempre più affidamento ai nostri modelli e artifici informatici, modificando le forme, le strutture e i processi del nostro modo di gestire, ricevere e inviare informazioni.

 

Ricorrendo agli espedienti offerti dai mezzi contemporanei, ampliamo di fatto le nostre possibilità di integrare varie fonti di dati, di arricchire il bagaglio delle conoscenze e di utilizzare questi nuovi oggetti “magici” come estensori delle nostre memorie, dal momento in cui vi archiviamo oramai gran parte delle nostre testimonianze, foto e dichiarazioni che diventano il capitale narrativo della nostra esperienza di vita.

Diverse generazioni hanno sviluppato con tempi e modalità differenti i loro generali e rispettivi atteggiamenti verso l’uso di tali apparecchiature. In linea molto approssimativa, si è potuto osservare che le generazioni più adulte ed avanzate hanno dovuto progressivamente misurarsi con un rinnovato modo di approcciarsi allo strumento comunicativo, e molto spesso anche ricostruendo corrispettive modalità operative nel mondo del lavoro, come area di attività umana grandemente coinvolta dall’invasione delle tecnologie contemporanee. Le generazioni più giovani, invece, che non hanno avuto modo di ereditare e di consolidare le modalità più tradizionali legate alle competenze e alle possibilità comunicative, si sono ritrovate in un contesto maggiormente facilitato, e quindi meno soggetti a percepire l’intensità intrusiva con cui le nuove tecnologie hanno occupato gli spazi di espressione del vivere odierno.

 

La disinvoltura e la maggiore flessibilità ed efficienza con cui i giovanissimi manovrano tali apparecchi, costituiscono la prova visibile della immediatezza con cui sono stati catapultati dentro un mondo governato da tali tecnologie. Per tale ragione è stata anche coniata l’espressione “digital natives”, per indicare coloro che si ritrovano naturalmente in un contesto storico dominato dalle tecnologie digitali. Tali persone, avviate ad un apprendimento già modellato su concetti ed applicazioni di tipo informatico, non devono adattarsi a schemi inediti, e nemmeno riformularne o riorganizzarne di nuovi. Tale condizione, dovrebbe anche implicare il vantaggio di lasciarsi guidare da un approccio sostenuto da motivazione e curiosità, piuttosto che da una resistente diffidenza che si è diffusa inizialmente soprattutto presso noi meno giovani. Come figli del nostro tempo, abbiamo paventato il pericolo di perdere le capacità comunicative interpersonali legate alle relazioni faccia a faccia. Abbiamo immaginato e previsto di rimanere sopraffatti dal massiccio bombardamento di informazioni, e di avere troppe occasioni di distrazione, e che francamente tutto ciò ci avrebbe reso meno attenti a difendere la nostra privacy e il nostro pudore, e che tutto sommato ne saremmo usciti più annichiliti e anche più superficiali. Se da una parte, tali preoccupazioni conservano anche un po’ di verità, l’intero scenario catastrofico non si è del tutto verificato, dal momento che siamo comunque diventati poi abili fruitori dei mezzi di tale ingegneria informatica, da cui abbiamo anche imparato come sfruttarne i vantaggi per migliorarci o semplificarci la vita.

 

Se pensiamo a ciò che tale offerta tecnologica ci consente di fare, il confronto non è per nulla ammissibile rispetto alle prestazioni che potevamo ottenere da una macchina da scrivere, ai tempi di arrivo di una lettera, alla visibilità della nostra attività professionale rivolta al pubblico, alla possibilità di far conoscere ad una vasta platea ogni prodotto del nostro lavoro o dei nostri interessi a carattere artistico. I vantaggi sono indiscutibili. Questo non significa che debbano essere delegittimate e derubricate tutte quelle sagge domande che ci siamo rivolti qualche tempo fa. È anche noto, infatti, che l’uso improprio e sconsiderato di tali mezzi, data la loro natura pervasiva, si può rivelare qualcosa di molto pericoloso per soggetti che guidati dalla sola eccitazione e curiosità, cadono nei tranelli della dipendenza o in pericoli vari di cui ci raccontano quotidianamente le cronache, dal cyberbullismo, all’adescamento pornografico minorile, a giochi che inducono al suicidio.

 

Come per ogni oggetto e strumento che farà parte del corollario dei nostri artifici, come estensore delle nostre braccia o risolutore dei nostri problem-solving, semplice o sofisticato che sia, occorre in ciascun caso dare la precedenza ad un insegnamento educativo che preveda l’uso appropriato di tali tecnologie, per essere padroni del mezzo e non schiavi acritici, manipolati, dipendenti e impreparati. I nativi digitali, spinti dalla loro atavica e naturale predisposizione ad apprendere con slancio ed entusiasmo, è come se navigassero senza antivirus, esponendosi a prede potenziali di rischi che attentano alla loro ingenuità e incuranza degli effetti collaterali possibili.

 

Diventa necessario introdurre in ogni livello della formazione esempi ed istruzioni utili che consegnino ai nativi digitali competenze non soltanto tecniche, ma soprattutto legate alla qualità circa l’uso dello strumento. D’altra parte, è il tema che emerge ogni qualvolta viene alla ribalta un mezzo o un’opzione tecnologica non dapprima contemplata. Quello che si dice oggi sul computer lo si diceva appena l’altro ieri sulla televisione che, surclassata dall’avvento di tablet, smartphone ed iPhone, ha dovuto cedere la sedia del banco degli imputati a tutti questi nuovi dispositivi.

 

Occorre dunque anzitutto stabilire princìpi e linee guida attraverso cui provvedere ad abilitare all’uso pertinente delle attuali tecnologie multimediali, sfruttandone le immense potenzialità e affrancandosi consapevolmente dai rischi impliciti in cui si può rincorrere. In pratica, nessuno sostiene che non debbano esistere le autovetture perché vi sono troppi morti ed incidenti, dal momento che le cause sono da attribuirsi esclusivamente all’uso scorretto ed imprudente del mezzo.

2. Vantaggi, limiti e potenzialità della tecnologia digitale a servizio della didattica

 

Anche nell’ambito dell’apprendimento scolare, non poteva di certo mancare un dibattito a tradizionale impostazione dualistica, che ha messo in conflitto il nuovo equipaggiamento di mezzi digitali con il tradizionale assortimento del materiale più datato.

 

Una parte della vecchia ed orgogliosa corazzata formata dai docenti più esperti ed attempati, non è riuscita da subito ad intravedere le potenzialità educative da sfruttare, tramite l’ausilio di strumenti tecnologici, ed ha prontamente ripiegato a difesa dei vecchi modelli di apprendimento, paventando con disfattismo il pericolo di un decadimento di competenze e di abilità che sarebbero venute meno per via dell’impiego di una strumentazione più aggiornata e sofisticata. La rigida posizione di difesa ad oltranza della tradizione, che è e rimane un indicatore rilevante dell’incapacità di aggiornarsi e di arricchire il proprio profilo professionale, col tempo finisce per svantaggiare sia chi è deputato alla funzione docente sia lo studente, principale destinatario dell’esperienza di apprendimento. I primi perché evitano di arricchire il corpus delle abilità didattiche e delle competenze operative, ed i secondi perché vengono loro impoverite le opzioni di un apprendimento integrato, soddisfacente e significativo. In pratica, l’intera esperienza di insegnamento/apprendimento ne risulterebbe depauperata da un atteggiamento di insufficienza nei confronti delle immense potenzialità multimediale insite nelle tecnologie contemporanee.

 

È ciò che è sostanzialmente accaduto in seno alla diatriba fra la necessità di insegnare e consolidare la scrittura mediante i metodi già noti ed applicati, oppure ricorrere a strategie alternative che contemplano l’uso degli attuali strumenti informatici.

 

La crescente diffusione dei mezzi tecnologici contemporanei, ha certamente occupato spazi sempre più ampi, e da una parte ha anche sollevato nuove riflessioni, dubbi, domande e inedite richieste di formazione.

 

A fronte dei crescenti casi di disturbi specifici dell’apprendimento, ci si è anche interrogati circa il legame fra utilizzo massivo dei media digitali ed i conclamati DSA. Sotto questo aspetto, si sono sollevate almeno due questioni, paradossalmente incompatibili: da una parte si ricerca un’eventuale rapporto fra persistenza delle problematiche specifiche nei domini degli apprendimenti di base e fruizione pervasiva dei mezzi tecnologici, e dall’altra si propende nel dimostrare l’esistenza di una relazione fra quest’ultima e la possibilità di migliorare i processi del calcolo e della letto-scrittura.

 

Insomma: la tecnologia è amica o nemica dell’apprendimento? È chiaro che la questione non può essere affrontata sotto un’ottica ideologica. Siamo piuttosto chiamati tutti ad impegnarci ad osservare con serenità e quanta più oggettività possibile, un fenomeno complesso che si manifesta come una combinazione di positive potenzialità da investire nell’apprendimento, ma anche accorgimento necessari per evitare insidie ed improvvisazioni dilettantistiche.

 

La domanda segue provocatoriamente un linguaggio di basso stile giornalistico, per suggerire che si debba scegliere sempre fra due schieramenti. La risposta però molto spesso è rappresentata da un complesso aggregato di elementi, e dunque nulla risulta in contrapposizione se si assume una visione olistica, aperta anche a considerare l’equilibrio o la sintesi degli opposti.

 

Credo che si debbano evitare posizioni legate a personali arroccamenti ideologici, e che sia più opportuno e costruttivo procedere ad un’analisi che metta in risalto sia le qualità e gli aspetti positivi delle tecnologie che alcuni inevitabili rischi impliciti. Questi ultimi, d’altra parte, possono essere principalmente legati ad un uso sconsiderato e poco accorto, e quindi richiedere l’attivazione di progetti educativi a riguardo, per la prevenzione dei danni collaterali associati all’utilizzo smodato e scriteriato dei dispositivi tecnologici, e quindi per una fruizione che conduca a vantaggi sociali e personali.

 

La tastiera di un computer presenta l’evidente vantaggio di permettere una riproduzione omogenea e leggibile di un testo scritto. Le lettere conservano il medesimo carattere, corpo e formato, e sono rispettati tutti gli spazi fra le parole, le interlinee ed i capoversi. L’intera struttura narrativa può essere giustificata e quindi stabilire in automatico il rispetto dei margini e dell’adesione alle generali regole di formattazione del testo. Diventa possibile introdurre note ed appunti, evitando di sporcare e pasticciare il testo, la cui presentabilità sarà anche protetta grazie a sottolineature di parole che non risultano nell’archivio del programma, che possono anche correggersi automaticamente, senza che siano necessarie sottolineature o cancellature che contaminano la leggibilità di un testo su carta.

 

In un programma informatico di videoscrittura si seleziona la tipologia e la dimensione dell’allografo equivalente nella richiesta della produzione manuale. Mantenendolo costante durante tutta le realizzazione del testo, se ne regola l’ampiezza e si scelgono le distanze fra le interlinee in funzione del personale focus visuo-spaziale dello scrivente, che potrà così gestire la prestazione scrittoria evitando fenomeni di affollamento visivo (effetto crowding), riscontrabili frequentemente in quei soggetti che manifestano grafismi atipici e irregolari associati anche a difficoltà di lettura e decodifica di un testo.

 

In questi casi sarà anche possibile osservare come mediante l’utile supporto per mezzo del computer, vengono prevenute tutte quelle anomalie riscontrabili nel tracciato, specie se dovute al tentativo da parte di un bambino nel gestire spazialmente la superficie di lavoro destinata a contenere l’opera, quando questa occupi un discreto spazio anche nella parte alta, costringendo un bambino con un braccio ancora piccolo o con un piano di lavoro non adeguato, a raggiungere con fatica l’apice dell’area di lavoro, con la conseguenza di ottenere in quell’area circoscritta una produzione grafica caratterizzata da tremolii, interruzioni o altri effetti che indicano difficoltà nella buona guida tracciante e nella gestione delle dinamiche grafo-cinetiche. Eventuali aggiustamenti motori e posturali da parte del bambino, costretto dal tentativo di uniformare la sua prestazione in termini di prodotto, aumenterà nello stesso il costo della performance, raggiungendo sensibilmente in anticipo la soglia di faticabilità e quindi provocando cadute attentive e motivazionali, a discapito del compito e della qualità del suo rendimento, soggetto a valutazione. Se inoltre, il bambino ha già di per sè uno scarso mantenimento dell’attenzione, e disperde facilmente la stessa, e per giunta gli viene somministrato un compito o una verifica particolarmente impegnativi, allora è più che probabile che la qualità del suo prodotto non rientrerà dentro standard comuni per una buona valutazione.

 

Il rischio di ricevere voti negativi o giudizi squalificanti è ancora molto alto, specie laddove non si riconoscono oggettive condizioni di discrepanza che esulano dalle responsabilità dello studente, e dove di conseguenza non si adottano in modo adeguato contromisure che favoriscano processi di recupero e di buon fronteggiamento degli aspetti atipici legati a personali stili di apprendimento.

 

Come è noto, nel mondo della scuola è stata necessaria una legge che obbligasse a provvedere all’attuazione di un percorso personalizzato che rispettasse tempi e modalità di apprendimento del singolo. È oramai accettato che si debba procedere ad una pianificazione didattica da organizzare su un soggetto che certifichi la sua specificità.

 

Dopo la Legge 170/2010, ulteriori indicazioni sono provenute da ulteriori protocolli emanati dal MIUR, nel luglio del 2011. In essi vi si trovano importanti orientamenti e preziose linee guida note come ‘disposizioni attuative per il diritto allo studio’, nelle quali si precisa cosa si intenda con le espressioni “strumenti compensativi” e “misure dispensative”, e se ne spiegano e se ne sottolineano quegli aspetti di supporto, di aiuto, che possono facilitare, sostituire o vicariare le funzioni deficitarie di uno studente con difficoltà certificate, ed anche esentarle qualora si verifichi che non sia possibile incrementarne l’efficienza anche a seguito di interventi ripetuti ed intensivi.

 

A seguito di tali disposizioni ufficiali, diventa possibile ricorrere ad ausili tecnologici in grado di sostenere l’efficienza didattica. Come precedentemente citato, uno strumento ampiamente completo e sofisticato come un computer, deve far parte dell’equipaggiamento delle risorse multimediali, per la sua versatilità ed affidabilità, e perché fa già parte degli interessi ordinari a cui si dedicano attualmente le giovani generazioni. Ciò spalanca la possibilità di catturare subito l’attenzione e di promuovere percorsi di apprendimento accattivanti e sostenuti da una iniziale spinta motivazionale indispensabile.

 

Nello specifico, ancora in riguardo al controllo e alla padronanza della competenza scrittoria, il computer sembra dunque risolvere appieno la questione della presentabilità visiva di un testo. Di fatto non ‘guarisce’ le difficoltà processuali implicate ma le bypassa. Questo permette di immetterlo fra le principali opzioni tecnologiche a servizio di una buona prassi didattica, soprattutto laddove consente ad una discreta percentuale di studenti con difficoltà visuo-motorie di organizzare finalmente un foglio di lavoro con ordine, precisione e rigore. Tali qualità sarebbero mancanti qualora si costringessero tali soggetti a ‘stare al passo con gli altri’, forzandoli cioè ad uniformare le loro performance, sottostimando o ignorando completamente i loro bisogni speciali.

 

Invece, mediante una didattica che pianifica interventi differenziati, è possibile ricorrere alle funzioni compensative di tali dispositivi, con l’obiettivo di garantire il successo e la continuità nell’esperienza scolare dell’apprendimento.

 

Naturalmente, tali vantaggi sono particolarmente indicati verso quei soggetti che per ragioni non imputabili ad una loro responsabilità personale, e nemmeno ascrivibili a fattori culturali a loro contingenti, si ritrovano a fronteggiare conclamate difficoltà nell’ambito dell’apprendimento della scrittura e dei processi della compitazione. Il panorama è piuttosto vasto, sotto questo aspetto, dal momento che include sia difficoltà insite dentro quadri clinici che configurano compromissioni pervasive delle aree dello sviluppo, sia disturbi a carico della coordinazione motoria o dei domini specifici degli apprendimenti di base.

 

Resta da chiedersi se vi sono soltanto vantaggi, nell’uso esclusivo del mezzo tecnologico per finalizzare gli obiettivi dell’attività richiesta, e se un percorso strutturato di apprendimento possa anche prevedere una possibile convivenza fra itinerari tradizionali e nuove sperimentazioni e procedure, sempre con il fine di acquisire abilità e competenze fondamentali.

 

Forse è necessario anche chiedersi come sostenere da una parte la scrittura digitale senza perdere del tutto le capacità di eseguire manualmente tracciati e riproduzioni grafiche su una concreta superficie di lavoro. Tale questione non è legata ad uno stucchevole riverbero nostalgico dei tradizionali modelli di insegnamento della scrittura a mano. Non si tratta di una contrapposizione partigiana verso chi volge a derubricare gli insegnamenti tradizionali come inefficaci ed obsoleti. Ancora una volta, la questione pone dei quesiti più impegnativi legati soprattutto alle conoscenze ed alle scoperte contemporanee, soprattutto nell’ambito delle neuroscienze, dalle quali apprendiamo come nei processi di controllo e di esecuzione della scrittura si attivino regioni cerebrali che indicano come vi sia una unità integrale espressiva fra movimento e cognizione. In pratica, la scrittura manuale, coinvolgendo il repertorio cinestesico e delle abilità manuali fino-motorie, mobilita le zone del cervello deputate a funzioni di memoria e linguaggio. In conclusione, la scrittura a mano fa ricordare meglio i caratteri della scrittura appresi, anche quando si tratta di nuove strutture linguistiche, e di solito agevola una fluenza scrittoria che aiuta un più rapido corso di produzione di idee ed un maggior numero di parole e di testo per le descrizioni o le narrazioni. Durante la rappresentazione manuale di singole lettere si attiva un’area premotoria laterale coinvolta nella programmazione dei movimenti della mano, ampliando l’abilità nel riconoscimento visivo delle lettere stesse.

 

Insomma, le ricerche e i risultati divulgati nel settore delle neuroscienze propendono a confermare l’importanza dell’apprendimento scrittorio manuale, e di come questa attività sia connaturata ad una esperienza multicomponenziale che mette in interconnessione dinamica diverse aree dello sviluppo e dell’espressione di sé. Sono intuizioni importanti che ebbe già la celebre dottoressa Maria Montessori, che valorizzava l’aspetto sensorio e cinestesico come esercizio per apprendere i pre-requisiti e le attitudini necessarie a sviluppare successivamente un’adeguata capacità scrittoria. Le mani rimangono pertanto i primi strumenti di lavoro e di esplorazione del mondo. E se tutto ciò rimane certamente valido per soggetti che comunque non sono caratterizzati da forme di atipicità in tale competenza, rimane da chiedersi come poter aiutare bambini che invece presentano disordini nella qualità delle prestazioni motorie e anche a carico della mano (disprassie, iperlassità ecc.), con la conseguenza di non poter correttamente impugnare oggetti traccianti o di organizzare lo spazio di lavoro per una corretta collocazione dei grafemi e nella gestione di tutte le coordinate necessarie a realizzare correttamente la stesura di un testo scritto di pugno.

 

Supportata e confortata da dati a suo favore, la scrittura a mano favorisce invero una maggiore rappresentazione interna del linguaggio, sostenendo un maggiore flusso compositivo di idee, riducendo il numero delle interruzioni e quindi delle possibilità di distrazione, a vantaggio di una maggiore concentrazione. Quanto poi ciò sarà costretto a cambiare, per mezzo della nota legge dell’adattamento, rappresenterà una sorta di epocale modificazione genetica e antropologica dell’essere umano, come quando lo si immagina trasformarsi in ciò che è attualmente, partendo da prototipi antenati di primati antropomorfi.

 

Vi è poi una non trascurabile questione, lasciata più che altro nella pratica quotidiana dell’insegnamento, e non del tutto prevedibile, controllabile e risolvibile dai protocolli legislativi e ministeriali. Molto spesso si fa esperienza di studenti che trovano discriminante il percorso personalizzato, con il suo ricorso a mezzi alternativi o sostitutivi di apprendimento, con la possibilità di esentarsi da qualche compito. Vivono tale esigenza speciale come un motivo di distinzione coatta, non richiesta e non voluta, e che li rende visibilmente differenti dal resto del gruppo.

 

Questa esperienza, specie se sperimentata in una fase evolutiva in cui la ricerca dell’approvazione e del consenso da parte del gruppo sono considerate necessarie per il proprio senso di appartenenza e di riconoscimento sociale, si trasforma in un vissuto di non facile gestione per lo studente. Egli, in tal caso, è chiamato a fare i conti con la sua diversità, in un contesto in cui è esposto alla manifestazione della stessa in termini problematici, ed agli occhi del gruppo sta ottenendo addirittura vantaggi o privilegi.

 

Se tali equivoci persistono, tuttavia, sarebbe auspicabile che la scuola comunichi con molta chiarezza cosa significhi aiutare alcuni studenti con dei piani di intervento differenziati, e che ciò non costituisce né un privilegio né al tempo stesso debba essere fonte di svantaggio per alcuno, sia del singolo interessato che del gruppo.

 

In una scuola ispirata di fatto da un paradigma di inclusività, tale problema non dovrebbe nemmeno verificarsi, dal momento che significa che ciascuno è riconosciuto come portatore della sua diversità, che non è legata soltanto a connotati fisici o dichiaratamente clinici, ma anche a necessità e stili personali di apprendimento. Fondamentale, a questo punto, risulterebbe, una tipologia di insegnamento di tipo “multimodale”, ovvero facente riferimento ad una trasversalità di strumenti e di percorsi flessibili ed opzionali che bene si prestano a soddisfare le singolari inclinazioni e caratteristiche di ciascuno.

 

Tali difficoltà si riscontrano ancora a causa di quella componente culturale dominante che ha sempre faticato ad intravvedere nella diversità espressiva umana un potenziale di crescita e di arricchimento esperienziale, e la ha sacrificata dentro il grande frantoio della omologazione e dell’allineamento agli standard previsti e richiesti.

 

La legge emanata ha trovato una scuola fondamentalmente impreparata, sia sul piano culturale che sul piano delle risorse. A riprova di ciò è sufficiente constatare che fino all’altro ieri (ma volentieri anche oggi) una moltitudine di insegnanti ha sempre preferito etichettare tali difficoltà e sottometterle a provvedimenti didattici punitivi e mortificanti per lo studente, costretto a riscrivere frasi più volte o ad essere squalificato sul piano personale, costruendogli intorno un bollino da appiccicare addosso, ovviamente desunto di una qualche negativa connotazione. Salvo passare da queste umilianti marchiature, a improvvisate e trafelate diagnosi del tutto ingiustificate, sia sul piano scientifico che deontologico.

 

Stessi ambigui atteggiamenti si manifestano ancora nei riguardi della tecnologia: da una parte i gladiatori della tradizione, che la vedono come una minaccia ai propri abiti ed usanze professionali, e quindi come un mostro da distruggere. Altri che considerano invece gli ausili digitali come una costrizione a cui essere aggiornati, e che pensano magari di sabotare o poter fare a meno. E in contrapposizione a tutti questi, uno schieramento di docenti realmente curiosi, aperti ed interessati a nuovo possibilità inclusive che il mondo della scuola è chiamato a realizzare.

 

Se da una parte non sarebbe comunque giusto affidare al livello di funzionalità tecnologica il complesso fenomeno dell’inclusione, sarebbe comunque un errore sottovalutare le immense potenzialità intrinseche a tali dispositivi, soprattutto a fronte dei crescenti miglioramenti ed aggiornamenti informatici e multimediali.

 

Forse possono essere utilizzati come facilitatori di un clima culturale inclusivo, il quale prescinde certamente dalla tecnologia, perché scaturisce dal mandato educativo a cui la scuola è chiamata ad adempiere, e che al tempo stesso non può trattare con riserva, soprattutto se si guarda ad un piano di realtà globalizzato dentro cui, come ci insegna il noto sociologo Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”, a dispetto di quanto si conosca tradizionalmente in tema di comunicazione.

 

La portata di un impatto così violento non può essere ignorata, ed anzi costituisce un argomento educativo che ciascun ente e progetto legato al mondo dell’apprendimento deve assumere come oggetto di studio, per aiutare ciascun individuo a fruirne in autonomia e in sicurezza.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista clinico, Counselor socioeducativo, Formatore analitico-transazionale, Educatore professionale)

 

Fonti principali di riferimento:

 

_ Bravar et al., Le difficoltà grafo-motorie nella scrittura, Trento, Erickson, 2014.

_ Legge nazionale 8 ottobre 2010, n. 170, cfr “Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana”, n° 244, 18 ottobre 2010.

_ Montessori M., L’autoeducazione, Milano, Garzanti, 2000.

_ Stella G. / Grandi L., Come leggere la dislessia e i DSA, Firenze, Giunti, 2011.

Commenta il post