SOLI E ARRABBIATI. Vissuti e condizioni dei bambini del 2000. Proviamoci col counseling pedagogico

Pubblicato il da Nuccio Salis

I bambini e la famiglia nel setting pedagogico

Arrabbiati. Li accogliamo così, nei nostri studi professionali, insieme ai loro genitori preoccupati. Spesso sono intimiditi dalla nuova situazione. Ti osservano di sottecchi, sfuggenti, a volte si nascondono perfino il viso o l’intero capo. Contrariati dalle parole dei genitori, che descrivono la situazione e spesso parlano al loro posto, presentandoli secondo il loro unico punto di vista. Inizialmente si limitano a un eloquente silenzio, che successivamente però comincia ad essere rotto da mormorii di disapprovazione, per poi poter finalmente intervenire e dire la loro, arricchendo la discussione ed animando le dinamiche della costellazione famigliare, permettendoci così di osservare la tipologia dei legami che la contraddistingue, e procedere ad inferire i primi dati grezzi sulla qualità delle relazioni in corso.

 

Risentiti. Furiosi. In lotta con il mondo. Emergono storie in cui il leitmotiv dominante riguarda il loro comportamento aggressivo, fuori controllo, a tratti addirittura violento, irriconoscente dell’autorità degli adulti (insegnanti, genitori ecc.). Si palesa così la classica e ricorrente combinazione che conduce la struttura famigliare ad aprirsi alla possibilità di un aiuto specialistico esterno. Da una parte abbiamo un bambino o un ragazzino che manifesta atteggiamenti di disprezzo verso le regole sociali, verso la legge, o che mostra irriconoscenza nei confronti dei genitori, dedito a praticare una serie di vessazioni e di prepotenze verso i più deboli, inclusi, se vi sono, fratellini o sorelline più piccoli; che reagisce in modo spropositato alle provocazioni, che si fa attirare da situazioni di potenziale disagio e devianza, frequentando soggetti atti abitualmente a delinquere. Dall'altra una famiglia disperata che si appella a uno specialista di cui confida nell'aiuto.

 

Arrivano così, in studio, con tutto il loro carico di tempeste emozionali confuse, e le loro storie confermano in parte, almeno nei contenuti e non certo nella personale rappresentazione, le informazioni fornite dai genitori.

 

Anche chi frequenta scuole e laboratori, ove si svolgono attività dedicate al mondo giovanile, ha imparato ad ascoltare quella parte di loro che non si scopre, che mantiene a riserbo pezzi di storia da cui affiorano sentimenti di vergogna, di solitudine e di impotenza di fronte ad eventi e circostanze che non sanno o non possono del tutto affrontare.

 

E così, dietro la loro facciata di spregiudicatezza, dietro quell’espressione visibile di sfida, di millantata indipendenza, si nasconde invece un vissuto di paura, di disorientamento e soprattutto di profonda e lacerante solitudine. Per questa ragione la loro vulnerabilità è tale che spesso risulta facile plagiarli, arruolarli nei circuiti delle baby gang, abusarli, farli fare qualunque cosa che li renda manovalanza per aguzzini e malintenzionati di tutti i generi. Il loro profondo bisogno insoddisfatto di avere un alleato di fiducia, una persona su cui poter contare davvero, sembra proprio sviluppare una sorta di atteggiamento da gladiatore maledetto e solitario, condizione però che non può che sconcertare chi ancora deve prendere atto di non possedere sufficienti strumenti per poter affrontare il mondo con equilibrio, prudenza e autonomia. E così fingono di essere già adulti, bruciando ogni tappa. E gli esempi del mondo degli adulti, qualora vengano proposti come modelli non propriamente edificanti, rischiano di diventare il faro della loro identità sociale e personale, che viene dirottata verso un nichilismo dispersivo e senza precedenti.

 

Sono davvero numerosi i bambini e i ragazzi che sperimentano questi vissuti. Forse molto più di quello che si creda, dal momento che non tutte le famiglie si assumono la pregevole responsabilità di chiedere consulenza educativa ad un professionista della relazione di aiuto, considerando ancora, purtroppo, questa eventualità come un fallimento o un imbarazzante deficit di competenza genitoriale. C’è ancora molto da lavorare su questo persistente equivoco e questa inesatta credenza popolare.

 

Ma torniamo al motivo principale che conduce in studio tali ragazzini: la rabbia agita in modalità disfunzionale. Bisogna infatti sempre rimandare e mettere in evidenza che il problema non può essere costituito dalla rabbia in sè, la quale costituisce invece una importante risposta reattiva a stimoli diversificati che la possono sollecitare. Essa, infatti, come opzione inclusa nel repertorio emozionale primario, assolve importanti funzioni ataviche, le quali possono essere rese valide e congruenti anche nel contesto attuale in cui si trova la persona che la sperimenta e che la agisce.

 

L'approccio più consono da seguire, dunque, consiste nell'attivare un training a supporto della buona gestione della stessa. Troppo spesso, infatti, di fronte alla rabbia, il ragazzino verifica sostanzialmente due cose: la prima consiste in uno stato di confusione in merito a ciò che sente, perchè avverte tale esperienza come travolgente, ed egli stesso dichiara infatti di sentirsi invasato e sopraffatto da qualcosa che lo possiede privandogli la capacità di giudizio, sentendosi contemporaneamente capace di tutto e di niente. Insomma, non sa che farsene di un tale flusso stimolatorio così altamente intrusivo. La seconda cosa che avverte è il classico senso di colpa e di inadeguatezza personale, per non riuscire a gestire e dirigere come vorrebbe tutta questa impulsività accecante. Pertanto, come primo step del percorso, si provvede ad accogliere l'emozione in oggetto come naturale, avente cioè una sua pertinente funzione, finanche pensabile come possibile alleata e consigliera; qualità queste, che possono essere colte, condivise e attivamente sperimentate nelle fasi più avanzate del trattamento.

 

Le false credenze sulla rabbia, diffuse da vizi culturali che ne prevedono in genere la censura, salvo poi agirla nelle modalità più inappropriate e nei contesti meno opportuni, devono essere sfatate già al primo incontro con l'intera costellazione famigliare. Questo può dare modo all'intero gruppo in consulenza di ridimensionare il suo vissuto di inadeguatezza condiviso fra tutti i membri. IL peso emotivo di tale esperienza interiore è motivo infatti di una sensazione comune di disorientamento, frustrazione e vergogna. È importante creare un clima di accettazione incondizionata, come condizione di partenza per inviare un potente messaggio di apertura, un invito a potersi narrare in un contesto protetto, riservato e decontaminato dal giudizio.

 

Uno degli aspetti più difficili da affrontare insieme alla coppia genitoriale, è solito riguardare la difficoltà a recepire ipotesi di cambiamento negli atteggiamenti e nelle loro condotte evidentemente disfunzionali. Loro sono venuti per il figlio: il problema è il figlio. IL loro focus di valutazione è accentrato sul figlio. La consegna implicita volta al professionista potrebbe consistere nella richiesta di una sorta di miracolo taumaturgico, oppure di un intervento correttivo o di una autorevole paternale a supporto delle loro teorie. È importante intercettare e far emergere il sistema interno di credenze col quale l'intero gruppo famigliare esperisce la realtà. È necessario chiarire sempre la natura e le ragioni del proprio intervento, quali obiettivi e percorsi lo caratterizzano, quali idee lo ispirano e lo giustificano, quali metodi e strategie lo sostanziano sotto il profilo scientifico. Il primo non facile passo deve consistere quasi sempre in un'opera tesa a demitizzare tutto il castello delle convinzioni approssimative ed infondate. Sono queste, peraltro, ad alimentare tutte quelle risposte ambigue in cui la richiesta di aiuto si combina ad una difficoltà ad accettare l'eventualità di un sostanziale cambiamento, perchè vissuta come una sorta di conferma al sospetto di essere incapaci come genitori. È a questo punto, di solito, che si possono manifestare quegli atteggiamenti di ritiro, diffidenza, sabotaggio e ripensamento, rispetto all'opera che si è proposto di sollecitare. Questa ambivalenza costituisce d'altra parte l'epicentro della vulnerabilità della diade genitoriale, e va considerata anche nella prospettiva di un lavoro one to one con il soggetto successivamente destinato al trattamento.

 

Essi infatti non possono affrancarsi da un impegno congiunto nel percorso della consulenza, pena l'inefficienza complessiva del training in itinere.

Ciò deve essere stabilito anche perchè il ruolo della diade genitoriale rimane comunque decisivo, ed è molto importante che essi riconoscano quegli elementi critici che devono essere affrontati e modificati, sostituendo l'inconcludente senso di colpa con un atteggiamento assertivo, costruttivo e responsabile.

 

D'altra parte, se questa iniziativa non li vede come soggetti coinvolti e partecipi, sarà più difficile sviluppare e osservare il nuovo orizzonte decisionale nel soggetto direttamente interessato, dal momento che il modeling genitoriale rappresenta la maggiore fonte di influenza educativa di un minore. Rimane dunque auspicabile un puntuale confronto con loro, al fine di monitorare il livello della compliance genitoriale, e prendersene cura come elemento fondante a vantaggio di un intervento efficace.

 

Io e la rabbia. Perchè mi sento così?

Posto che la rabbia è un'emozione che di per sé non si deve scongiurare, dal momento che equivarrebbe a pretendere di non essere tristi o felici qualora congrue circostanze lo permetterebbero, si procede insieme al ragazzo nel tentativo di individuarne le cause che la producono. Questo permette di formarsi ad una visione analitica, scevra di giudizio, primariamente diretta a comprendere, a cogliere il legame causale fra gli eventi, spesso assente o contaminato all'eccesso da una soggettività dirompente ed egocentrica, che non ammette mediazioni o versioni alternative dell'accaduto. L'invito a riportare in oggettività ciò che si è verificato in prima persona, ha lo scopo e l'utilità di consolidare un'abitudine verso una valutazione matura degli eventi in cui si è attori centrali e protagonisti.

 

Una volta verificate e riconosciute le cause, si dovrà rafforzare e conservare l'idea che l'emozione potrà essere accettata come spontanea reazione specie-specifica, e che dunque sarà necessario accoglierla e comprenderla, senza censurarla. È importante ricreare un nuovo rapporto nei confronti della stessa, prima che davvero prenda il sopravvento e la si alimenti come fosse una sorta di demone che tende a sopraffarci. Bisogna evitare di sfidarla come in una sorta di tiro alla fune o di braccio di ferro. Tale impostazione, difatti, condurrebbe ad un tale spreco di risorse energetiche da lasciarci svuotati e privi di lucidità, e d'altra parte anche delusi per la partita persa.

Questa posizione aprirebbe la strada ad un qualche tipo di guerra senza fine, con l'esito infelice di non aver compreso e sfruttato a proprio vantaggio il messaggio di cui la rabbia è portatrice. Questo è esattamente il punto focale di tutta la questione: imparare a decifrare correttamente l'istanza profonda che la rabbia sta manifestando con il suo linguaggio. Ecco perchè, per lo meno nel mio modo di concepire e condurre tali esperienze in setting, il rapporto fra l'individuo e la rabbia coincide sostanzialmente con un percorso di alfabetizzazione socio-affettiva. La qual cosa, naturalmente, urta di solito con i principali modelli educativi introiettati e consolidati come proprio background. L'intero processo, di fatto, si svolge come un impegno responsabile, da parte del soggetto in trattamento, nel prevedere ed introdurre modifiche nel suo personale bagaglio e repertorio di ipotesi di realtà e comportamenti ivi associati. Proprio questo ultimo punto toccato, d'altronde, costituisce il fulcro determinante del lavoro condotto in collaborazione fra le parti coinvolte.

 

In sintesi, una volta spiegati i fatti e aver effettuato una lettura degli stessi anche dentro una cornice emozionale, giunge la fase che prevede di pensare, costruire e rinegoziare un comportamento considerato teoricamente più appropriato, il quale infatti va poi messo concretamente alla prova applicandolo nei contesti della vita quotidiana, aprendosi ad ulteriori riflessioni e verifiche. 

 

Va innanzitutto riconosciuto che abitualmente, il giovane cliente che intraprende insieme a noi il suo percorso, non è avvezzo all'impiego di termini facenti parte di un linguaggio emozionale efficace ed appropriato. Piuttosto, invece, proviene da un ambiente famigliare in cui le espressioni più utilizzate sono “ma”, “se”, “devi / non devi”, “perchè fai così?”, congiunti a comportamenti genitoriali che propendono più al rifiuto che alla comprensione, più all'incuranza che all'ascolto, più alla direttività che alla discussione.

 

Nel setting di ri-apprendimento della competenza affettiva, il minore può sperimentarsi come un soggetto dotato di un equipaggiamento affidabile ed aggiornato di fondamentali abilità socio-emozionali e relazionali. Questa rete articolata di socio-emotional skills, potrà far parte di quelle facoltà potenziali del bambino, in parte recuperate o sviluppate ex novo durante il suo tragitto di crescita personale.

 

All'interno del contesto di consulenza pedagogico-clinico, il minore può scoprire il diritto di formulare a se stesso domande e ipotesi di lavoro che dapprima non aveva contemplato. L'esempio più calzante è il passaggio da una modalità rigida in cui egli è ricettore passivo di comandi e ingiunzioni, da parte di chi adempie al ruolo genitoriale, ad una modalità che include ed ammette una funzione attiva di sé,  aperta a pensare alternative ed a validare ipotesi inedite da sperimentare. Egli rilancia e riscopre un'immagine di sé come fruitore attivo delle sue decisioni, responsabile ed artefice principale del suo cammino esperienziale. In pratica, il clima che dovrà accompagnare l'intera esperienza in setting, dovrà essere caldeggiato ed orientato dalla legittimità nel contattare ed esperire l'emozione della rabbia. Preso atto di questo importante e naturale stato affettivo, il ragazzino sarà esposto alla prerogativa di accettare l'invito circa la possibilità di riflettere sulle motivazioni personali legate alla sua rabbia. Egli scoprirà che è possibile passare da una dimensione radicalmente vincolata al “devi”, che chiude le opzioni di autonomia, ad una più aperta dimensione del “puoi”, in cui vengono stimolate le competenze metacognitive e di pratico problem-solving. A tutti gli effetti, il lavoro in setting consiste in un progressivo abbattimento di quella corazza reichiana che provoca così tanti blocchi ed ostacoli al proprio libero fluire di pensieri, sensazioni e correlati emozionali. Al centro di tutto, infatti, rimangono i processi emozionali, affrontati sotto una nuova ottica di non giudizio, verso una condizione agevole in cui si fa tesoro di queste dinamiche interiori, per favorire scelte comportamentali più appropriate ed una maggiore crescita e conoscenza di se stessi. 

 

La rabbia amica mia

Durante la mia formazione in counseling socio-educativo, uno dei docenti riuscii a sorprendermi affermando che tutte le emozioni che sperimentiamo sono nostre amiche. In ciascuna di esse può essere colto un prezioso messaggio diretto a indicarci un itinerario di crescita e di benessere. Per tale ragione è necessario decodificarle accettandole tutte senza riserve e distinzioni. In seguito a tali princìpi, diviene essenziale l’invito rivolto al minore in setting, riguardo alla necessità di incontrare la propria rabbia con intenzioni amichevoli, mirando a conoscerla meglio ed a comprenderla. Il giovane cliente viene dunque sostenuto nel compito di individuare le componenti motivazionali principali delle sue tempeste emozionali. Insomma, ciò che si offre è l’occasione di rivelare i significati celati dietro le esplicite manifestazioni di rabbia. È evidente che il soggetto dovrà progressivamente riuscire ad intravedere il senso dei suoi personali contenuti, partendo da generali ma valide considerazioni. La rabbia, infatti, è spesso indizio di:

 

.) Richiesta di maggiori attenzioni affettive. A dispetto della sua funzione primordiale di difesa e di rottura di contatti, a scopo autoprotettivo, quando questa si palesa in modo piuttosto frequente, allora significa che sta delineando quella persona con tale caratteristica. Ciò equivale a dire che la rabbia, in questo preciso caso, esula dal suo compito primigenio pocanzi spiegato e viene a presentarsi come atteggiamento acquisito in seno alla struttura personologica del soggetto. Quest’ultimo, cioè , sarebbe preda dei suoi bisogni inascoltati, che per suo stesso orgoglio potrebbe non riconoscere, soprattutto se nella sua esperienza educativa famigliare ha interiorizzato il messaggio “devi essere forte” congiunto a “non essere un bambino”; devastante combinazione che tende a creare un individuo connotato da una precoce spinta alla crescita e alla visione di una vita fondata esclusivamente sulla lotta e sulla competizione. Questo disgrega il soggetto in due parti, la cui assenza di consapevolezza interiore non consente di collocare su un piano di dialogo e di mediazione. La risultante osservabile potrà appunto manifestarsi in un soggetto che agisce rabbia a seguito di un disagio psico-emotivo a cui non sa dare un nome, e di cui non può indicarne l’esatta provenienza.

 

Il percorso di maturazione delle abilità socio-affettive prevede proprio la ricerca e la libertà di esperire le proprie sensazioni in un contesto protetto, associandone la legittimità dei bisogni. Su questo ultimo e cruciale punto, è importante far arrivare al soggetto il messaggio ristrutturante “Puoi sentire…”, “Va bene se provi che…”, allo scopo di introdurre un nuovo rapporto con ciò che abitualmente è ignorato e censurato in funzione del retroterra psicologico e formativo che fa parte della storia del soggetto. È questo ostacolo culturale, d’altra parte, a rappresentare il nucleo più complesso di tutto il percorso, in quanto affrancarsi e svincolarsi da ciò, soprattutto per un soggetto con pochi ed incompleti strumenti di lavoro su di sé, significherebbe anche rimettere in discussione tutto l’orizzonte dei rapporti col quale si misura tutti i giorni della sua vita. Col tempo, però, se egli dovesse decidere di sostare su questa nuova ipotesi di relazione col mondo, la modalità di darsi permessi, protezione e potere, gli ritornerà utile in quanto potrà scoprire di essere l’unico proprietario titolato a scegliere il proprio percorso di autonomia e di emancipazione, comunque all’interno di cornici sociali dentro cui si propone secondo un approccio costruttivo e collaborante. È sempre più importante evidenziare questo ultimo aspetto, dal momento che diversi osservatori contemporanei sul tema della crescita di sé,

dell’autoaffermazione e dell’assertività dirette all’autenticità, hanno giustamente rilevato i rischi di una cattiva interpretazione di tali concetti, che condotti alle estreme conseguenze potrebbero tendere a degenerare dall’importanza di divenire se stessi verso un modello di interazione in cui la presenza sociale è sottostimata o utilizzata esclusivamente a fini utilitaristici. Pertanto è bene rimarcare che quando si parla di espansione della propria autonomia, si include tale percorso a fronte di una ricercata interazione sociale.

 

.) Richiesta di contenimento. L’aspetto disfunzionale e problematico della rabbia è legato a certe modalità con cui si esperisce. Quando è presente il danno, sia verso altri che verso se stessi, ovvero quando la rabbia viene espressa con tipologia eterolesiva ed autolesiva, è necessario ricercare nuove vie di sfogo, anche per rendersi conto di come il controllo del correlato aggressivo sia necessario per generare solidi ed efficaci rapporti umani, che diversamente verrebbero contaminati da inimicizie ed incomprensioni. È importante che si comprenda il potenziale allergico e disgregativo di una non idonea manifestazione comportamentale della rabbia. È altrettanto fondamentale, durante questo training, mantenere il focus sempre sul comportamento, insegnando al soggetto stesso a non autoetichettarsi, a non identificarsi ontologicamente con la rabbia, quale fosse il suo volto caratteristico o il suo secondo nome; piuttosto è decisivo che egli scopra che può decidere quale comportamento assumere in vista di quali obiettivi. Inoltre è essenziale che riconosca il limite nel poter gestire tutto da solo il flusso divampante di una rabbia che sopraggiunge ed erompe senza ancora avere imparato come arginarla. Ciò avviene perché all’interno di un soggetto in età evolutiva, possono esservi dei bisogni frustrati in merito alla richiesta di ascolto e di reciprocità soprattutto nei confronti delle figure di accudimento genitoriali. Queste ultime, inoltre, sono anche richiamate in funzione del loro ruolo di contenimento, inteso come capacità autorevole di far stare il soggetto entro limiti e regole accettabili. Questa è una funzione immancabile fra le competenze di un modello efficace di parenting, in quanto funge come rispecchiamento educativo per formare i medesimi atteggiamenti nella prole di cui ci si prende cura.

 

Suggerimenti educativi

Giunti a questo punto, ritengo utile offrire alcuni spunti teorico-pratici all’indirizzo di chi è deputato ad assolvere il difficile ruolo genitoriale. Preso atto che nelle storie di vita dei bambini e dei ragazzi, le segnalazioni di comportamenti problema legati a rabbia, acting-out, bullismo e altre forme poco funzionali sembrano proprio in crescita, potrebbe avere valore pedagogico immettere in tali discussioni dei consigli atti a rivelarsi utili qualora considerati ed applicati pur nella particolarità di ciascuna circostanza e di ogni specificità della persona cui verrebbero diretti.

Per quanto riguarda la mia esperienza, molto probabilmente riscontrabile largamente da altri colleghi, i vissuti riportati dalle narrazioni di bambini e ragazzi rivelano aspetti ed avvenimenti legati a segreti di famiglia considerati scomodi e non condivisibili, ad eventi quali separazioni o altre cause che scrivono il romanzo famigliare, e che sono avvertite con un senso di malcelato disagio. Numerosi desideri frustrati invadono il vissuto dei giovanissimi, troppo spesso esposti a modelli famigliari del tutto inadeguati. Si parla, per esempio, di modalità di accudimento che possono ritrovarsi rispettivamente agli estremi di un continuum fra iperprotezione e lassismo. Col primo modo si censura quella sana e naturale spinta esplorativa, che si manifesta come attitudine naturale a scoprire il mondo, e col secondo modo si impedisce di fare scoperta del senso di limite, frustrando quel bisogno di regole, di ordine e di contenimento che esploderà appunto in comportamenti di rabbia incontrollata, proprio come ricerca di sicurezza e di orientamento.

 

Sarebbe anche utile precisare che le modalità della rabbia variano a seconda dell’età del soggetto, del sesso di genere, delle esperienze pregresse e in itinere, del temperamento e delle attitudini. Possono perciò assumere un carattere internalizzante (disturbi dell’umore, ansia, depressione, ritiro, disturbi psicosomatici, disturbi dell’alimentazione) o esternalizzante (aggressività, atteggiamenti delinquenziali, disturbi della condotta). Generalmente, la prima tipologia è considerata a “carattere femminile” e la seconda a “carattere maschile”; ma è prudente e scientificamente più utile non uniformare tale descrizione in modo del tutto pressappochista, creando stereotipi o dottrine ingenue. È vero che esistono generali tendenze tipicamente orientate dal sesso di genere, e al tempo stesso è utile considerare la complessità delle variabili che produce un comportamento e forma l'intero corollario psico-dinamico della persona.

Fatta questa precisazione, avanzerò appunto alcuni punti da rimettere nell’ambito della difficile attività di genitore. Gli adulti più saggi accettano le loro imperfezioni, ed accolgono i suggerimenti come possibili indicatori per un’azione educativa più efficace e pregevole, e come un arricchimento nella prospettiva di migliorare i loro interventi. Come ogni competenza destinata a crescere, anche quella genitoriale si pone nell’ambito della formazione continua, ragion per cui sarebbe appropriato che ogni genitore fosse a conoscenza di come alcuni comportamenti possano essere degli antecedenti sollecitatori di agiti di rabbia nei loro figli.

 

Quindi aiutiamoli a riconoscere alcune importanti ed eventuali cause, fra le quali, ad esempio:

 

_ Confronti e paragoni con gli altri. Un profondo senso di inadeguatezza si diffonde precocemente in quei bambini continuamente soggetti al confronto con un modello ideale da raggiungere, e il cui livello di congruenza/incongruenza con lo stesso è arbitrariamente fissato da un adulto che giudica, che sottolinea l’errore, che spinge ad uniformarsi secondo dei comuni parametri che non possono essere rinegoziati e discussi. Spesso lo si fa in buona fede, lo so, ed è anche vero che a volte, nella superba convinzione di fare il bene, si sta invece infliggendo uno dei più grandi dolori. In questo caso, significa inviare al proprio figlio il messaggio più devastante che esista e che si conosca: “io non ti accetto per come tu sei”, che equivale ad infliggere la più mortale delle ferite. Con un simile colpo ferale inferto alla psiche del bambino, costui non potrà che crescere con l’idea di essere sbagliato, di essere portatore di colpe, di peccati, di tare e imperfezioni non recuperabili. Avvinto da un continuo senso di impotenza e di profonda disistima, non gli resta che procurarsi tutti quei rapporti che confermino questa invalidante immagine di sé, dal momento che in caso contrario sarebbe costretto a paventare l’idea di rimanere solo ed essere abbandonato.

 

La non accettazione incondizionata da parte dei genitori produce personalità ferite, i cui sviluppi antisociali sono al tempo stesso sia prevedibili, in quanto legati a statistiche, osservazioni cliniche e riscontri sociali constatabili, che a traversie imprevedibili nella particolarità espressiva di ciascuno di noi. Lanciare il messaggio “ti voglio bene solo a patto che…”, significa stabilire un rapporto col bambino basato sulla manipolazione psicologica da parte dell’adulto, che di fatto sottomette il piccolo ad un ricatto affettivo la cui gravità non può disconoscere e gestire. Non gli resta che accontentare l’adulto per non perdere il suo amore, anche se tale espressione non è esatta se si considera l’atteggiamento  condotto dall’adulto, il quale procede ad un vero e proprio atto di abuso affettivo ai danni del bambino, con realistiche conseguenze infelici.

Molti bambini arrabbiati, e devastati da un senso inquieto di solitudine, sono protagonisti di queste vicende.

 

_ Assenza di un contenitore dialogico. Il flusso narrante di un Io che sente di potersi aprire, con fiducia e senso di protezione, diventa inarrestabile, e si fa interprete e portavoce di tutto quel mondo interiore mantenuto fino a quel momento nell’oblio e nell’incoscienza. Emergono storie sconcertanti in cui a farla da padrone è la solitudine, un’assenza di dialogo e di confronto, un vuoto di presenza, uno scorrere rituale di eventi che sembrano non allineati dentro un orizzonte di senso. Molto spesso in famiglia il rumore generato da impegni, preoccupazioni, ma anche da futili distrazioni, mette all’angolo la parola e la comunicazione, abituando ad inibire l’apertura di un dialogo costruttivo capace di confortare, stimolare l’incontro, formare identità e appartenenza. In questo contesto, l’accezione stessa di ‘famigliare’ e ‘famigliarità’ si rovescia e capitola a favore di un vissuto di estraniamento ed alienazione. Un deficit insopportabile nei confronti del tempo e della qualità dello stesso che ci si dedica. Se i genitori sapessero quanto soffrono i loro bimbi quando non viene loro rivolto interesse! A volte, per rendere armoniosa una giornata o rendere gradevole un episodio nel rapporto genitori/figli, sarebbe sufficiente che i primi spostassero il loro focus così perennemente centrato su loro stessi o sul figlio, sempre per giunta configurato all’interno di un qualche ruolo (studente, atleta, nipote di…),  per orientarlo verso la persona in quanto individuo, che coincide con il bambino che hanno di fronte. Perché è così che egli ama sentirsi. Accolto nella sua unicità e nel suo valore di persona, al di là di un voto preso a scuola o di una prestazione sportiva più o meno generosa o discutibile. “Come stai?” è di gran lunga preferibile a “Quanto hai preso in geografia?” Ed ecco perché poi si chiudono a riccio, e reagiscono in maniere improprie che sembrano incomprensibili o ingiustificate. Rabbia e solitudine si autoalimentano a vicenda dentro una circolarità viziosa che tormenta chi ne è intrappolato.

 

IL bisogno frustrato legato ad ottenere attenzione, genera in crescendo un senso di solitudine da cui il bambino comincia a sentirsi sopraffatto, seguitando a mettere in discussione se stesso come persona di valore: “se nessuno mi ascolta, significa che non sono degno di attenzioni”; con l’aggravante che egli interiorizza questo modello, disimparando a sua volta ad ascoltare il suo prossimo ed a dedicarsi all’altro con sincera empatia. Ancora una volta, senza manco magari rendersi conto, ma con effetti che ne ridimensionano le giustificazioni, i genitori plasmano gli atteggiamenti dei figli su una modalità tendente ad ignorare il linguaggio delle emozioni e degli stati d’animo. Si prelude ad una formazione educativa a vocazione alessitimica, con conseguenze che sono poi da considerare sempre oltre la ristretta sofferenza individuale, dal momento che vivendo in una comunità, le incompetenze socio-relazionali diventano oggetto di interesse della collettività.

 

    Parole per una riprogrammazione “neuro-affettiva”

    Le parole posseggono un immenso patrimonio di concetti e di messaggi edificanti, pronti per essere utilizzati anche per i fini educativi che si prevede di realizzare. Per tradizione, il linguaggio utilizzato per la maggiore nei contesti famigliari contiene sfumature di negatività e di proibizioni spesso eccessive ed incongruenti. Frasi e periodi sono pronunciate partendo con un “non”… ‘non devi’, ‘non si deve’, ‘non si fa’, ‘non puoi’, ‘non è giusto che…’, ‘non è bene che…’ ecc. Si espone il bambino ad interiorizzare il linguaggio della negazione, plasmando una forma mentis che infatti cresce con la difficoltà a trasformare concettualmente un divieto in una alternativa a proprio favore. Per capire quanto ciò sia radicato nel nostro codice di lettura del mondo, basta mettersi alla prova esercitandosi nel tentativo di rivoluzionare questo approccio. Vale a dire impegnandosi a rovesciare la valenza di un principio o di un’affermazione già nota. La difficoltà è anche dovuta a come certi comandamenti rispecchino l’eredità storica dell’identità famigliare, che si cerca di preservare sempre nel nome di una tradizione da difendere. Questo atteggiamento non coglie gli anacronismi e non permette di sviluppare cambiamenti ed aggiornamenti epocali, ma si perpetua nell’autoconservarsi ed autoassolversi a volte con un semplice “si è sempre fatto così”, che chiude ogni altra possibilità argomentativa di confronto ed impone l’obbedienza assoluta ai propri avi considerati alla stregua di semi-dei. Non sono ammissibili alternative, e la negazione prevale così sulla possibilità di ricerca e di pianificazione di comportamenti più congruenti.

     

    Ecco perché è importante impegnare il linguaggio verbale verso la creazione di un nuovo sistema concettuale, più adatto allo sviluppo di un organismo che esplora ed evolve, scoprendo se stesso e mettendo in atto le sue potenzialità.

     

    Certo, la parola non è sufficiente da sola a soddisfare la chiarezza e la valenza del contenuto-messaggio che si intende inviare. È necessario accompagnare la struttura verbale da un paralinguaggio che ne rifletta la coerenza, nonché da una più estesa scenografia non verbale che conferisce coesione e congruenza a ciascun elemento, e ne completa e ne corrobora l’intero processo.

     

    Vediamo ora, nel concreto, come si possono riprogrammare frasi e messaggi da una valenza rifiutante e negativa ad una dichiarazione accettante, positiva e presumibilmente efficace sotto il profilo comunicativo-affettivo.

     

    DIRE:

    - Mi occuperò di te appena mi è possibile                     [INVECE DI]                 “Non posso”

    La prima frase sostituisce l’atemporale, rigida e indistinta dichiarazione evitante, che respinge il tentativo naturale dell’avvicinamento e della ricerca di contatto e scambio affettivo. Meglio ancora se la si riesce a corredare di un indicatore referenziale che include luogo e tempo in cui l’azione si svolgerà. In questo caso bisogna essere sicuri di ricordare e mantenere la promessa. Altra importante caratteristica del legame in vivo fra genitore e figlio.

     

    - Puoi scegliere come essere                      [INVECE DI]           “Ormai sei fatto così”

    La prima frase prende il posto di una resa fatalista, acritica ed indolente di fronte a un’immagine di sé proposta come immodificabile. È importante salvare da una rassegnazione che può condurre soltanto a un inconcludente nichilismo e ad un senso interno di disfatta e di incapacità nel fronteggiare ogni evento. E non si tratta di falsare i dati, dando incoraggiamenti poco realistici o che non tengono conto di oggettivi ostacoli o difficoltà. Si tratta piuttosto di dare il permesso di esplorare nuovi orizzonti di cambiamento, di ascoltarsi, accettarsi e vagliare ogni opzione adattata al proprio piano di valori, di interessi e di obiettivi.

     

    -Sfoga pure le tue emozioni                  [INVECE DI]                     “Non piangere, sii forte”

    Questo è uno dei permessi più potenti da concedere ai propri figli, in quanto rispetta la loro natura, le loro umane fragilità e i loro limiti, mettendoli in una posizione di ascolto profondo ed accettante con loro stessi; condizione primaria per uno sviluppo equilibrato e per una maturazione consapevole del Sé. La ricaduta formativa consiste nel considerare qualunque emozione come possibile risorsa ed alleata preziosa, creando così le premesse per migliorare le proprie strategie resilienti e adattive, finalizzandole secondo una prospettiva di benessere e percezione di sé più costruttiva e salutare.

     

    -Sei unico e speciale               [INVECE DI]                     “Se solo tu fossi come…”

    Un passaggio già affrontato all’interno di queste riflessioni, la cui validità consiste nell’importante riconoscimento incondizionato di base, teso ad approvare la persona per come è, con tutto il suo capitale di doti e difetti. Insegnare ad un confronto autentico e trasparente con se stessi, senza dipendere da modelli esterni da inseguire, significa dare strumenti di conoscenza idonei ad un confronto con sé e con il mondo secondo un paradigma introspettivo, aperto all’altro e fiero della propria unicità. In una realtà sociale in cui l’originalità viene meno, e spesso contrasta con il biglietto da visita per l’accettazione e la buona popolarità, questo atteggiamento costituisce un vero atto di coraggio e di sfida a una certa triste, sterile e diffusa omologazione.

     

    -Sono sicuro che ce la farai         [INVECE DI]                     “Tanto per te è troppo difficile”

    Questo tipo di educazione comincia fin dalle primissime fasi, e la si può incontrare nei più svariati momenti della quotidianità. Anche in questo caso, attribuendo la colpa al poco tempo a disposizione, diversi genitori evitano di cogliere queste importanti occasioni di apprendimento, che peraltro passano più nei comportamenti che nelle parole, che in questo caso farebbero più da sfondo ausiliario ad un potente messaggio vincolato attraverso interventi più concreti. In pratica, invece di mirare alla fiducia, noi adulti spesso miniamo la fiducia dei bambini, mettendoci al posto loro e risolvendo tutto, sia quando si tratti di sbucciare un arancio a tante altre attività in cui sono coinvolte competenze cognitive e motorie. Eppure, da queste piccole ma fondamentali occasioni, comincia ad instaurarsi la qualità del rapporto che il bambino svilupperà con se stesso, e che gli farà da bussola per la sua vita futura, in cui lo attendono prove e percorsi di vari livelli di difficoltà. Avere ricevuto una sana e abbondante dose di fiducia, autentica e realistica, è la condizione migliore per affrontare le tappe più complesse della fase adulta.

     

    -Ti chiedo di…                                         [INVECE DI]                        "Lo dirò a tuo padre  /madre/direttore"

    Vi sono genitori che si esautorano da soli dalla loro funzione di guida, che riducono o peggio annullano e invalidano la loro credibilità educativa, dichiarando implicitamente la loro mancanza di affidabilità nel porsi come figure capaci nel soddisfare i bisogni educativi. E lo fanno condensando il tutto in una frase che delega il loro potere, perdendo autorevolezza ed ammettendo una debolezza troppo ghiotta, per poter aggirare e facilmente abbattere i limiti posti in maniera debole e insicura. È utile ricordare che una guida non autorevole, agli occhi di un bambino, equivale ad una guida non capace di proteggere, e che quindi riceverà ancor più la sfida oppositiva del bambino, come inconsapevole richiamo ad una funzione di efficace orientamento e valido contenimento. Condizione, questa, che naturalmente permette agli impulsi di straripare senza controllo, aumentando il rischio che il bambino violi la propri ed altrui incolumità.

    Informare, prevedere e pianificare gli effetti delle conseguenze di un’infrazione, affermarsi con assertività e dimostrare sicurezza e coerenza fra parole e fatti, ci pone nella condizione agevole di poter stabilire regole certe e di farle rispettare.

     

    Se invece, si continua ad allinearsi comodamente sulla tradizione o su una ingenua improvvisazione da cui non si può ricavare nulla di utile e di sensato, allora i risultati procederanno ad essere sempre gli stessi, e saremo costretti a vedere il disagio e la sofferenza che scaturiscono da questo clima di indifferenza e di cattivi esempi che noi adulti spesso mostriamo alle giovanissime generazioni, senza nemmeno renderci troppo conto della nostra pessima influenza. Errare è umano, ma noi stiamo perseverando. Ci nascondiamo dietro la mancanza di tempo, come se questo fosse quell’universale pretesto che ripara da ogni possibilità di riflettere sulle proprie manchevolezze. Eppure, parlando e confrontandomi con bambini e ragazzi di varie provenienze culturali e livelli di istruzione, sembra proprio che si evinca come all’apice dei desideri degli stessi vi siano degli irriducibili bisogni universali che non riguardano giochi e tecnologie digitali contemporanee, ma piuttosto genitori presenti, capaci di ascoltarli, di interessarsi alle loro vicissitudini ed al modo con cui percepiscono il mondo.

     

    Rimasi piuttosto impressionato dall’affermazione di un giovanissimo cliente nel mio studio, il quale mi confidò che gli insegnanti di cui aveva rispetto erano soltanto coloro che gli si erano avvicinati per chiedergli se stesse bene, e che cosa lo portasse a nascondere la testa dentro il cappuccio e non parlare con nessuno. Egli sosteneva che in ciascun caso non avrebbe risposto a nessuno, ma quegli insegnanti che glielo avevano chiesto avrebbero usufruito del bonus da parte sua, consistente nel non nuocere e non dare fastidio, mentre agli indifferenti riservava un comportamento ingestibile e disturbante. Beh, questo episodio da molto da riflettere.

     

    Eppure, non tutti i genitori mettono ancora sullo stesso piano la necessità di nutrimento fisiologico con quella affettiva ed emotiva. Su questo ultimo punto la tavola è piuttosto povera, o il cibo loro malgrado scadente. Invece, le considerazioni affettive rappresentano la più nobile ed elevata forma di nutrimento alla persona. Ma noi adulti optiamo per il cibo spazzatura anche in questo caso, ignorando e sottostimando tutto quel mondo sommerso dei nostri piccoli, che attendono un’affettività che smetta di essere insufficiente, trafelata, superficiale e ritualistica; c’è invece il bisogno di restituire loro quella naturale propensione all’amore che loro hanno verso chi se ne prende cura. E purtroppo noi facciamo di tutto per affievolirla, svuotando il bambino stesso del bisogno più grande che esiste da sempre.

     

    E allora troviamo il tempo da dedicare ai nostri piccoli. Esistono numerosi giochi ed espedienti piuttosto divertenti, anche per adulti con un certo bisogno di ripetizioni nell’educazione socio-affettiva. Svolgere insieme la sciarada delle emozioni, per esempio, estraendo da una scatola una emozione o uno stato d’animo scritti precedentemente in un foglietto, potrebbe verificarsi come un’occasione per parlare di sé e di ciò che si prova. Vi potrete meravigliare dei contenuti narrativi che emergono da questa situazione. E forse anche, col tempo, sarà possibile osservare e constatare progressi compiuti nel rapporto con la propria rabbia ed il proprio vissuto di solitudine.

     

    Dipende in gran parte dalla nostra volontà di compiere il mestiere educativo che ci chiede di adempiere adeguatamente alla nostra funzione, anche in chiave di una responsabilità sociale, dal momento che, come dichiarava la celebre educatrice Maria Montessori, “chi educa un bambino educa il anche il mondo intero”.

     

     

    dott. Nuccio Salis

    (Pedagogista clinico, Counselor socioeducativo, Formatore analitico-transazionale, Educatore professionale)

     

     

    Utili indicazioni di riferimento:

    • Ammaniti M., (a cura di), “Manuale di psicopatologia dell’adolescenza”, Milano, Raffaello Cortina, 2002.
    • Shapiro E. L., “Il linguaggio segreto dei bambini”, Milano, Rizzoli, 2006.
    • Stewart J., Joines V., "L'analisi transazionale", Milano, Garzanti, 1990.

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    NOI NON ABBIAMO INIZIATO LA GUERRA. MA LA CONCLUDEREMO! SUPER STRA VINCENDO! HASTA SIEMPRE, WAGLIO'! 08/03/2017 14:06

    ATTENZIONE AL PERICOLOSISSIMO PEDERASTA NAZISTA CLAUDIO CREMONESI DI CRIMINALISSIMA IMQ DI VIA QUINTILIANO 43 MILANO ( MOLTO VICINO A NOTO MASSONE TERRORISTA GENNARO MOKBEL E AD ACCLARATO ASSASSINO GIOVANNI BATTISTA CENITI, COME AD UN ALTRO OMICIDA DI ESTREMISSIMA DESTRA, ANCHE LUI NOTO PEDOFILO, MAURIZIO BARBERO DI TECHNOSKY MONTE SETTEPANI E MERCATOLIBERONEWS.BLOGSPOT.COM COME AD ALTRE 2 TERRORISTE NAZISTE E RAZZISTE, DEL KU KLUK KLAN AMERICANO E PADANO, NONCHE' NOTE PUTTANE SEMPRE AD ARCORE-HARDCORE A FARE SESSO ANALE: ELISA COGNO E PIERA CLERICO DELLA FRUIMEX DI CUNEO)! PERICOLOSISSIMO PEDERASTA NAZIFASCISTA CLAUDIO CREMONESI ABITANTE A PAULLO IN VIA MASCHERPA 29: E' UN AGENTE SEGRETO SOTTO COPERTURA DI VERE E PROPRIE OVRA E GESTAPO DI FASCIOMAFIOSI SILVIO BERLUSCONI, MATTEO SALVINI E PAOLO BARRAI DI MEGA RICICLA SOLDI MAFIOSI BSI ITALIA SRL VIA SOCRATE 26 MILANO, MEGA LAVA SOLDI MAFIOSI WORLD MAN OPPORTUNITIES LUGANO E MEGA LAVA SOLDI MAFIOSI WMO SA PANAMA! STO PEDERASTA OMICIDA DI CLAUDIO CREMONESI, COME DETTO, OPERA PRESSO CRIMINALISSIMA IMQ DI VIA QUINTILIANO 43 MILANO. SOCIETA' CHE PREPARA E COMMISSIONA ANCHE OMICIDI. DI PROPRIETA' DI COSIDETTI " SERVIZI SEGRETI DEVIATI". DI ESTREMISSIMA DESTRA ( GIRI DI LEGA LADRONA E FORZA ITALIA "MAFIOSA). DIFFAMA ANCHE, TANTO, GENTE PER BENE, VIA INTERNET! PREPARA UCCISIONI DI CHI NON FASCIO E FILO NDRANGHETISTA COME LORO!

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    OCCHIO AL BASTARDISSIMO TERRORISTA NERO (ED IN NERO) CLAUDIO CREMONESI DI IMQ E DI PAULLO, VIA MASCHERPA 29 ( NATO A LANDRIANO IL 31.1.1966)! ASSASSINO COME SUOI BASTARDI KILLER KAMERADEN GENNARO MOKBEL E GIOVANNI BATTISTA CENITI! SANGUINARIO OMICIDA CLAUDIO CREMONESI DI IMQ E PAULLO VIA MASCHERPA 29 (NATO A LANDRIANO IL 31.1.1966): PREPARA ATTENTATI SPEZZA VITE PER LE OVRA E GESTAPO, SIA PUBBLICHE CHE PRIVATE, DI SILVIO BERLUSCONI, PAOLO BERLUSCONI E VERMINOSA BAGASCIA DANIELA SANTANCHE’ (VEDI POLIZIA SEGRETA CON COTANTO DI SVASTICA AL BRACCIO DI NOTI TOPI DI FOGNA MISTI A TERRORISTI ASSASSINI GAETANO SAYA E RICCARDO SINDOCA
    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2005/07_Luglio/01/polizia.shtml). COME DEI, VI ASSICURO, FREQUENTI MANDANTI DI OMICIDI, TANTO QUANTO, UMBERTO BOSSI, ROBERTO MARONI, MATTEO SALVINI E ROBERTO COTA (CHE SI COMPRAVA LE MUTANDE PEDERASTA, MUTANDE VERDE-ROSA, A BOSTON, COI SOLDI DEL POPOLO CIUCCIO
    http://www.corriere.it/politica/14_gennaio_16/tutte-spese-folli-governatore-cota-mutande-verdi-ristoranti-157c2176-7ec3-11e3-a051-6ffe94d9e387.shtml)!

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    LO SCHIFOSO ESCREMENTO NAZIRAZZISTA CLAUDIO CREMONESI DI PAULLO VIA MASCHERPA 29 ORGANIZZA UCCISIONI, ED ANCHE "EVENTUALI NEOPIDUISTE STRAGI", PRESSO CRIMINALISSIMA IMQ DI VIA PRIVATA MARCO FABIO QUINTILIANO 43 MILANO: ALIAS, QUALCOSA DI GEMELLO ALLE MEGA AMMAZZANTI MILIONI DI PERSONE, DINA DI AUGUSTO PINOCHET, GHESTAPO DI ADOLF HITLER E OVRA DE ER PUZZONE PORCO BENITO MUSSOLINI! COME CITATO, IL TUTTO, PRESSO CRIMINALISSIMA. BASTARDA IMQ DI VIA PRIVATA MARCO FABIO QUINTILIANO 43 MILANO ( CONTROLLATA DA SERVIZI SEGRETI ASSASSINI, OVVIAMENTE), IL BASTARDO ASSASSINO CLAUDIO CREMONESI PREPARA UCCISIONI DI CHIUNQUE NON SIA MERDACCIA PREZZOLATA COME LUI, DA NOTO PEDOFILO MA-F-ASCISTA SILVIO BERLUSCONI (PER NON DIRE DEL SILVIO BERLUSCONI MASSO-N-AZISTA, MEGA MANDANTE DI OMICIDI E STRAGI .... PROPRIO COSI’, AVETE LETTO BENISSIMO.. PER NON DIRE DEL SILVIO BERLUSCONI STRAGISTA, MEGA MANDANTE DI CENTINAIA E CENTINAIA DI OMICIDI MASCHERATI DA FINTI MALORI, SUICIDI, INCIDENTI.... ED ANCORA... SILVIO BERLUSCONI VERMINOSO DITTATORE, MAFIOSO, CAMORRISTA, NDRANGHETISTA, MEGA RICICLA SOLDI MAFIOSI, CAMORRISTI, NDRANGHETISTI…AND AGAIN AND AGAIN AND AGAIN... SILVIO BERLUSCONI PEDOFILO, IMMENSO LADRO, TRUFFATORE, PAGLIACCIO, FALSO, POR-CORRUTTORE E TANTO DI TERRIFICANTE ALTRO). AGGIUNGIAMO INFINE A PROPOSITO DEGLI ALTRI DELINQUENTI DI ULTERIORE RIFERIMENTO DELLA DIARREASSASSINA CLAUDIO CREMONESI DI IMQ E PAULLO VIA MASCHERPA 29. OSSIA I PRIMA CITATI RAZZISTI, PREZZOLATI, FALSI, VISCIDI, NAZIRAZZISTI E LADRONI ROBERTO MARONI, ROBERTO COTA ( QUELLO DELLE MUTANDE PEDERASTA, VERDE ROSA, COMPRATE A BOSTON COI SOLDI DEL POPOLO CIUCCIO), LUCA ZAIA, MATTEO SALVINI, UMBERTO BOSSI E SUOI VERMI DEL KU KLUK KLAN PADANO. TIPO IL MEGA LAVA EURO MAFIOSI O FRUTTO DI MEGAMAZZETTE O MEGA FURTI RIGUARDANTI LL LEGA LADRONA ED EX PDL POPOLO DI LADRONI, IL GIA’ TANTE VOLTE IN CARCERE: BASTARDO ASSASSINO TANTO QUANTO, PAOLO BARRAI NATO A MILANO IL 28.6.1965 ( DI CRIMINALISSIMA WMO SA PANAMA, CRIMINALISSIMA BSI ITALIA SRL DI VIA SOCRATE 26 A MILANO ( PURE CONTROLLATA DA SERVIZI SEGRETI ASSASSINI) E CRIMINALISSIMO, MEGA ARCI TRUFFATORE BLOG MERCATO LIBERO NOTO A TUTTO IL MONDO COME “MERDATO” LIBERO, IN QUANTO FA PERDERE I SOLDI DI TUTTI E SEMPRE). ESSENDO “BERLUSCONES CLASSIC E NON CERTO SPECIAL”, VI SONO SEMPRE PIU' WHISTLEBLOWINGS, CHE IL, PROPRIO COSI', PURE PEDOFILO CLAUDIO CREMONESI DI IMQ E DI PAULLO VIA MASCHERPA 29, INCULI DA SEMPRE IL FIGLIO FILIPPO CREMONESI (NATO A LODI IL 26.1.1992) ED INCULI DA SEMPRE, ANCHE L'ALTRO FIGLIO, MATTIA CREMONESI (NATO A SEGRATE IL 4.9.1998)! INSIEME A MOGLIE, NOTISSIMA SCHIFOSA PROSTITUTA, IMMENSA TROIONA MONICA LONGERI (LODI 31.1.1970), SEMPRE DI PAULLO, VIA MASCHERPA 29. PER TANTI ANNI ( E, FATEMELO DIRE, PLS: TANTI A-N-I) AD (H)AR(D)CORE A FARE DEPRAVATO SESSO ANALE CON SCHIFOSI, PERVERTITI, BAVOSI, OMICIDA, MAFIOSI E NAZISTI VECCHI BERLUSCONICCHI! CI FAN CANCELLARE QUESTE ASSOLUTE VERITA', PROPRIO IN QUANTO TALI ( LEGGI CENSURA MAFIOSA BERLUSCONAZISTA E PADANAZISTA). MA PER OGNI COMMENTO CANCELLATO, NE RIAPPAIONO CENTOTTANTASETTE. SOON BACK!