SOSTEGNO PARENTALE PER UNA GENITORIALITA’ EFFICACE. Modelli e credenze del sistema famigliare

Pubblicato il da Nuccio Salis

Le maggiori difficoltà incontrate nel lavoro educativo rivolto ad utenti con diversabilità consiste nel rapporto con i rispettivi nuclei famigliari. È opinione spesso comune ed esperienza condivisa fra colleghi, che molti degli ostacoli da fronteggiare in un percorso di aiuto e sostegno all’autonomia in un soggetto con certificati bisogni educativi speciali, siano imputabili specialmente ad atteggiamenti di resistenza, incuria e diffidenza da parte del sistema parentale e in primis del nucleo genitoriale, generalmente diviso, frammentato, in posizione di implosiva ostilità e dunque non collaborante alle attività proposte e condotte dagli operatori deputati alle loro funzioni. La mancanza di un tale dialogo  intercede negativamente sulla qualità della prestazione esperita, pur se eseguita con tutti i criteri adeguati per qualificarla come risposta efficiente verso le richieste dei bisogni della persona in trattamento.

 

La costruzione dell’alleanza educativa con i principali referenti parentali rimane uno degli aspetti di più ampia complessità, e in diverse occasioni si procede nel tentativo di mettere in pratica tutti quei suggerimenti operativi che ci vengono indicati da un’abbondante letteratura prodotta sul parent training. I successi dovuti all’applicazione di tali tecniche devono essere apprezzati nella misura in cui è realisticamente probabile ottenere dei miglioramenti seppur minimi. Gli obiettivi auspicati e raggiunti devono essere comparati al livello di accettazione e generale competenza delle figure  genitoriali responsabili (o altri eventualmente sostitutivi).

 

Quando poi l’intervento coinvolge il sistema famigliare senza che dallo stesso sia stata assunta l’iniziativa di domandare l’aiuto sociale esterno, la percezione di validità e necessità dell’affiancamento educativo può essere vissuta con un senso di invasione e provocare di conseguenza reazioni di avversità, sia nelle forme aperte che a volte in quelle più tacite e subdole.

 

La prudenza e il rispetto con cui si entra nella vita e nelle case altrui, rappresentano infatti il primo vero aspetto metodologico della questione.

 

Ricercare ed ottenere la collaborazione costruttiva del nucleo genitoriale, rimane ancora oggi uno dei nodi operativi essenziali e di non semplice attuazione. Tuttavia è da considerarsi come una conquista storica che si è sviluppata e consolidata nel tempo, e in gran parte è da attribuire all’influenza che ha esercitato la diffusione del programma TEACCH voluto dallo psicologo Eric Schopler a partire dalla Carolina del Nord durante gli anni Sessanta. Fu grazie a questa iniziativa che si determinarono le circostanze per coinvolgere i genitori dei bimbi con sindrome dello spettro autistico a far parte dello staff multidisciplinare che conduce e supervisiona periodicamente il programma di intervento.

 

D’altra parte, il contesto famigliare rimane l’osservatorio privilegiato da cui inferire informazioni a carattere saliente sulle dinamiche comportamentali e motivazionali dell’utente a cui è indirizzato il progetto educativo. Molto spesso, d’altronde, bisogna prendere atto di come alcuni genitori, favoriti dall’esperienza e dal contatto più frequente e ravvicinato col soggetto a cui è rivolto il nostro intervento, abbiano già imparato varie strategie di gestione e interpretazione dei comportamenti problematici dei loro figli, attuandone a volte con successo. Questo riporta il professionista dell’educazione a muoversi sempre da una prospettiva peer to peer, nella ricerca di un’alleanza che valorizzi il ruolo di ciascuno nella sua specificità, nell’auspicio di un vicendevole arricchimento e rafforzamento delle proprie abilità educanti. Ciononostante, lo specialista non si defilerà dal tentativo di dare implementazione ad un percorso che preveda di fornire al nucleo genitoriale informazioni ed istruzioni pertinenti alle loro funzioni, spiegate ma soprattutto modellate attraverso esempi osservabili. Se poi è in atto un vero e proprio programma di formazione alla genitorialità, diventa utile ricordare di prendersi cura di come il genitore sta affrontando e vivendo l’esperienza, raccogliendo feedback e impressioni soggettive. Quando è in esecuzione una nuova modalità di comportamento genitoriale, è necessario sostenere il percorso dell’apprendimento monitorando i cambiamenti che sopraggiungono con l’acquisizione e la pratica di nuovi requisiti e rinnovate pratiche educative.

 

Per esperienza, noi educatori conosciamo molto bene il costo e la fatica del cambiamento nell’approccio genitoriale da parte degli stessi protagonisti che ne sono coinvolti. Ogni più piccola trasformazione può essere vissuta con ansia e con un profondo senso di inadeguatezza che invalida anche l’intervento teoricamente più pertinente. Per tali ragioni è fondamentale rivolgere questi aperti che aiutino i genitori ad espandere la consapevolezza delle loro azioni e ad intercettare con più facilità i loro stati emozionali associati alla nuova esperienza in corso. È necessario anche verificare l’effettiva trasferibilità delle competenze simulate in situazione di setting formativo, per accompagnare il genitore a rilevare e gestire i cambiamenti che succederanno dal momento in cui si propongono nuove modalità di agire.

 

Questo è un punto realmente cruciale e assai delicato, superato il quale è possibile consolidare le competenze in modo sufficientemente sicuro e permanente, esplorando ulteriori possibilità trasformative tese a un progressivo e continuo miglioramento, bilanciando costi e benefici di ogni azione programmata, immettendosi in pratica lungo un approccio che contempla il beneficio del cambiamento, e seguita ad attivarlo per mezzo di coordinate riconfigurate all’interno di una inedita cornice teorico-pratica, dentro pratiche educative che ridisegnano l’identità di uno stile genitoriale più coeso ed efficace.

 

Le domande esplorative possono essere proposte con l’obiettivo di far emergere aspetti e questioni non del tutto esplicitate ed elaborate nel vivo dell’esperienza genitoriale.

 

Altro focus operativo che non bisognerebbe trascurare, dentro questo prezioso percorso di crescita delle capacità genitoriali, riguarda la revisione di un intero sistema di miti e di credenze contenute nel romanzo famigliare, e che ogni genitore che segue un training di crescita potrebbe essere chiamato a rivisitare con sufficiente distacco e rielaborazione.

 

Si tratta dell’enorme e dinamico contenitore noto anche come beliefe system, ovvero quel calderone in cui avviene un complesso processo alchemico fra tutte le esperienze vissute, e dentro cui una complicata congiunzione fra percezioni e stati affettivi da luogo ad una serie di costrutti rappresentativi attraverso i quali si conferisce senso e significato al mondo con cui si interagisce. Esplorare e conoscere i miti a cui sono attaccati i modelli genitoriali è importante per comprendere le loro ragioni ed anche perché questi possono essersi con il tempo radicalizzati come veri e propri virus letali, in grado di paralizzare ogni iniziativa che può volgere all’emancipazione.

Alcuni miti stabili più noti in letteratura sono stati elencati come affermazioni genitoriali che giustificano interventi pretestuosi ed inefficienti.

 

Fra le più curiose, si annovera la credenza che va sotto l’affermazione “troppa attenzione rovina i figli”, come se la cura affettiva dovesse essere ridimensionata al ribasso, forse perchè interpretata alla stregua della sollecitazione esplorativa, e quindi confusa con un atteggiamento iperprotettivo, paventato come degenerazione verso la debolezza psicologica, qualità che non ci si può permettere in un contesto competitivo che non ammette fragilità e punti vulnerabili.

 

Inoltre, troppo spesso le credenze genitoriali finiscono per riconfermare e mettere in auge modelli educativi del passato, che per ragioni storiche risultano fuorvianti e anacronistici, in quanto in distonia con i bisogni e le determinanti della società attuale.

 

In ordine a tutte queste ragioni, validare la qualità di un percorso formativo genitoriale diviene un’opera di ricostruzione, un vero e proprio consulting ingegneristico nelle pratiche del sostegno pedagogico, complesso quanto prezioso, difficile quanto motivante.

 

Per poter sentirsi all’altezza di affrontare e superare la portata di una tale sfida, la conoscenza risulta una bussola davvero indispensabile, per quanto poi debba tradursi in azioni feconde che producano risultati tangibili e verificabili.

 

Vi sono dunque aspetti essenziali che è utile conoscere mentre si procede nell’avvalersi di tale approccio. Durante questo cammino, infatti, si dovrebbe sempre testare il livello di condivisione e disponibilità da parte del genitore. Cosa sta vivendo? Cosa percepisce? Quali segni di agio o di disagio sta manifestando o nascondendo?

 

Risultano variabili molto importanti la continuità e la presenza con cui frequentano gli appuntamenti previsti nel setting di formazione, che escluse circostanze di emergenza sono fra gli indicatori più affidabili di boicottaggio e di intenzioni legate a una prospettiva di interruzione dei lavori. Al tempo stesso si cerca di verificare quanto realmente si stia mettendo in pratica ciò che viene discusso e stabilito nel contesto protetto del setting, e quanto nel caso stia davvero conformando un nuovo modello genitoriale esperito come maggiormente efficace. Perciò, senza mai dare nulla per scontato o per definitivamente acquisito, sarebbe saggio accertare in itinere quale sia il livello di generale soddisfazione/frustrazione da parte del genitore, continuando a promuovere e verificare le sue capacità di scambio, confronto, coinvolgimento, continuità e perseveranza, compliance collaborativa, gradiente di resistenza/propensione all’alleanza. Sono tutte variabili che devono essere tenute in costante aggiornamento e monitoraggio.

 

I processi educativi somigliano al lavoro dei campi, e la semina deve essere paziente e laboriosa.

 

Riscontri altrettanto attendibili si possono ricercare nell’ambito della relazione fra genitore e soggetto direttamente coinvolto nelle dinamiche interpersonali in seno al nucleo famigliare. Se si può assistere ad un’autentica progressione nella qualità dei modelli di negoziazione interpersonale, e se le parti si riqualificano come soggetti che riconoscono e praticano condotte di un rinnovato stile di vita più positivo ed attento ai propri bisogni profondi, allora tutto ciò può costituire un attestato di come gli eventi stiano procedendo lungo la direzione più desiderata.

La complessità multifattoriale a cui è legato questo processo coinvolge lo specialista della relazione di aiuto in un compito che può metterne a dura prova l’equilibrio e la percezione di sé come soggetto professionale efficace. La combinazione fra conoscenza, aggiornamento e desiderio di acquisire nuove pratiche, arricchendo il proprio bagaglio esperienziale, possono costituire gli “oggetti motivatori” più efficaci per accettare sfide e rischi implicate dentro questo prezioso quanto delicato compito.

 

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista clinico, Counselor socioeducativo, Formatore analitico-transazionale, Educatore professionale)

 

 

Alcune fonti bibliografiche consultate:

 

  • Ianes D., Cramerotti S., Comportamenti problema e alleanze psicoeducative, Trento, Erickson, 2002.
  • Watson L. R. et al., La comunicazione spontanea nell’autismo, Trento, Erickson, 1998.
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:

Commenta il post