LE VALENZE POLIEDRICHE DEL GIOCO DI FINZIONE. Meno “game” e più “play” per uno sviluppo migliore?

Pubblicato il da Nuccio Salis

Sul gioco si sono spese pagine e pagine di letteratura, e non solo scientifica, ma anche aneddotica, letteraria, epica e poetica. Il gioco è una delle dimensioni più discusse e argomentate dell’agire umano. Il tema riveste numerose implicazioni, che vediamo includere i processi dell’apprendimento, oppure quelle legate alle occasioni di aggregazione, confronto e agonismo, per confinare poi con le discipline sportive, i passatempi, il divertimento, e finanche aspetti di sé legati al fenomeno del rischio e dell’azzardo, che travalicano in situazioni di morbosa dipendenza da cui necessita una via d’uscita.

Il gioco rappresenta un’esperienza che dovrebbe essere sollecitata ed osservata anche quando si manifesta in modo spontaneo, fin dai primi anni, tenendo debitamente conto di tutte le sue fasi ed espressioni qualitative, che seguono la sequenza di un processo evolutivo normotipico. In un bambino, una delle tappe assai importanti, e che sancisce il preludio ad un susseguirsi di abilità che maturano nel corso della crescita, riguarda in modo particolare il gioco di finzione. Questa particolare competenza, viene mostrata nel momento in cui la si interpone consapevolmente, con intenzionalità e in modo organizzato, fra ciò che è realtà e ciò che travisa dalla realtà stessa; ma che potrebbe in ogni caso somigliarle. In pratica, il gioco di finzione definisce la capacità di mettere a confronto il concetto di “vero” con quello di “verosimile”, e ciò descrive la presenza di un processo raffinato che determina la comparsa di funzioni e qualità cognitive superiori, che vanno via via consolidandosi nel corso dello sviluppo del bambino. In questa circostanza, il gioco del “facciamo finta che…”, è segno predittivo di un’attitudine all’astrazione, caratteristica di una mente che comincia ad esercitarsi per poter successivamente trascendere l’intelligibilità del dato, producendo così ipotesi, deduzioni, inferenze e collegamenti reversibili fra concreto ed astratto. La possibilità di accedere a questo livello più sofisticato di sviluppo, coincide peraltro con l’ampliamento delle proprie opzioni esplorative sui dati e i concetti di realtà, indipendentemente dalla forma con cui gli stessi possono essere acquisiti ed interiorizzati. Ciò equivale a dire che una tale capacità, esplicitata sotto la spinta motivazionale del gioco, apre alla scoperta del fascino dell’immaginario, esperienza mediante la quale si progettano gli scenari del possibile, la pensabilità di nuovi mondi con strutture, regole e valori anche diversi rispetto a quelli conosciuti nella quotidianità. In sintonia con questa funzione, il gioco riguadagna la sua funzione dionisiaca di espansione dal dato conosciuto, permettendo di attivare l’immaginazione, la fantasia, la rielaborazione drammatica di vissuti sperimentati con eventuali contenuti di ansia, inquietudine o angoscia. Il gioco si riafferma così, secondo questa prospettiva, come una fondamentale risorsa per il riequilibrio di sé, e come potente regolatore della propria esperienza, alla quale vengono concesse possibilità di ricognizione e ri-costruzione fondata anche su propositi idealistici e immaginari. Fra l’altro, gran parte delle invenzioni o scoperte in campo scientifico o tecnologico, vivevano nella scatola magica delle idee di qualche buona mente pensante, brillante e ricettiva, prima che queste venissero realizzate e poste in opera. In questo senso, il gioco di fantasia del “facciamo finta che…”, assume una indiscutibile valenza educativa, poiché insegna al bambino ad investire e credere sulle proprie idee, ad abbandonarsi alla ‘mistica’ dell’immaginazione, ad infatuarsi dei prodotti scaturiti dalle suggestioni della propria fantasia, poiché è in essa che vi si possono contemplare le parti più vere, profonde ed autentiche di ciascuno di noi.

Attraverso l’attivazione delle dinamiche legate al gioco di finzione, il bambino apprende anche che la realtà può essere dissimulata, nascosta, e ciò gli consente di svelare a se stesso certuni meccanismi complessi che possono caratterizzare i rapporti umani, e che gli stessi individui coinvolti come attori nei processi della relazione interpersonale, possono coscientemente mentire, ingannare, professare un’idea e smentirla nei fatti. E tutto questo spalanca un orizzonte di lettura dell’alterità ben più ampio, rispetto a tipologie di rapporti prevedibili, rigidi e stereotipi. Il salto di qualità compiuto è ben immaginabile. Si tratta di accedere a vette superiori per quanto riguarderebbe, ad esempio, l’importanza circa il procedimento del mentalizzare, riuscendo cioè ad attribuire al prossimo diverso da sè, stati interiori propri sotto il profilo della rappresentazione della realtà, e quindi delle probabili strategie di azione pianificata che l’altro potrebbe selezionare. Ovvero, il gioco di finzione arriverebbe ad impiantare i primi mattoni sui processi della conoscenza dell’altro da sé, anche in termini di empatia cioè di riconoscimento e partecipazione di ciò che l’interlocutore sente e sperimenta a livello emozionale.

Mediante il gioco di finzione, il bambino si scopre come protagonista costruttore di realtà alternative e possibili, oltre quella nota, dischiudendolo cioè alla pratica del problem-solving, con natura divergente, ricercatrice e ri-generatrice di nuove ipotesi eventualmente da sottoporre a verifica. In questa chiave, il gioco di finzione funge da potente catalizzatore di espressione creativa, predisponendo il bambino a proporsi nell’ambiente come costruttore attivo di significato. Egli diventa una sorta di “reality-maker” (n.d.a.), che esplora, procede per tentativi ed errori, combinando e producendo da sé nuove situazioni, concedendosi la possibilità di provare a vestire ruoli previsti dallo scenario, sia esso vissuto in solitaria o condiviso con altri. Nel secondo caso, certamente, rivestirebbe una valenza anche sotto l’aspetto sociale, della reciprocità e della mediazione. E in ciascun caso, la finzione costituirebbe comunque l’anticamera della capacità simbolica, specie laddove agli oggetti vengono trasferite funzioni differenti rispetto a quella congruente che è stata loro conferita dal reale uso ed utilità pratica, secondo cui invece sono stati concepiti. Il gioco del far finta coniuga a se numerose implicazioni, associate ad importanti abilità riscontrabili durante il percorso evolutivo.

Condividere il “far finta che…”, dentro una cornice contestuale condivisa, accettata dai partecipanti coinvolti dentro il gioco, può far generare situazioni volutamente assurde, discrepanti, iperboliche; tutte potenzialmente dirette nel creare paradossi, e poter così comprendere e soprattutto scambiare esperienze basate sull’umorismo, che poi potrà strutturarsi verso forme sempre più ricercate. L’importanza imprescindibile del gioco di finzione dovrebbe far riflettere tutti coloro che a ciascun titolo sono impegnati sul versante educativo, soprattutto laddove può sussistere la possibilità di organizzare lo spazio del gioco.

Quando si dice che i bambini hanno bisogno di giocare, dunque, non si fa riferimento soltanto a una riconosciuta esigenza di evasione fine a se stessa, poiché l’importanza è insita in tutte quelle dimensioni sopracitate ed argomentate. Ed ecco perché, a mio modesto parere, i bambini avrebbero bisogno di dedicare maggiore tempo al gioco inteso come “play”, piuttosto che come “game”; e con questo non intendo dire che le due forme non possano convivere o che siano inconciliabili, poiché ciascuna delle due forme propone modelli in grado di offrire importanti sollecitazioni alle rispettive abilità di un bambino. Il fatto è che, nell’era contemporanea, la seconda forma tende ad essere prevalente, e se questo significa da una parte una maggiore propensione ad abilità ingegneristiche e di gestione informatica dei dati, con un maggiore consolidamento del potenziale polidimensionale dell’area strettamente cognitiva, d’altra parte, questo impoverisce la processualità legata all’immaginazione e alla fantasia, rendendo i bambini più apatici, troppo autocentrati ed ego-referenziali, meno capaci di creare, meno propensi ad investire sulle proprie idee e meno attenti alla dimensione sociale in termini di causa-effetto, soprattutto dal momento che ricevono feedback programmati da un software, piuttosto che da una persona, la quale, nonostante ogni parvenza di progresso, rimarrà l’unico e valido punto di riferimento per costruire un vero terreno educativo, a favore di una crescita completa ed integrata del bambino, nonché del futuro individuo adulto che egli si appresta a divenire.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista Clinico, Counselor Socio-Educativo, Educatore Professionale ADH, Formatore Analitico-Transazionale)

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