L’AUTISTICO CHE È IN TUTTI NOI. Diversa abilità o normopatia?

Pubblicato il da Nuccio Salis

È curioso constatare evidenti affinità che sussistono fra il comportamento di chi è affetto da ASD (Autism Spectrum Disorder) e una restante moltitudine di soggetti con caratteristiche e qualità di sviluppo tipico. I soggetti autistici considerano il mondo che li circonda esclusivamente sotto il loro personale punto di vista, ovvero una prospettiva rigida e unilaterale che non permette loro di valutare la complessità combinatoria di una moltitudine di aspetti interrelati fra loro, e che definiscono un piano pluri-sfaccettato della realtà sociale. Ciò che esiste dentro e al di fuori di essi è colto soltanto attraverso l’interpretazione limitata (o disorganizzata) dei sensi, del temperamento e di un vissuto esistenziale che in parte ha contribuito ad influenzare il loro rapporto col mondo.

 

Hanno cioè una severa difficoltà a reperire ed elaborare gli aspetti complessi della realtà. Le loro percezioni costituiscono in fin dei conti una forma letterale di rappresentazione di tutto ciò che esperiscono mediante i sensi, e dunque non possono ri-elaborare e ri-costruire un nuovo orizzonte di significati, dal momento che il materiale acquisito dall’esterno sottoforma di input, non è sottoposto al vaglio critico di processi metacognitivi e rappresentativi superiori.

 

Tradotto in termini di acquisizione del linguaggio, si tratterebbe in pratica di soggetti che restano di fatto nella zona lessicale significante, senza accedere alla dimensione semantica da cui ricavare i significati impliciti delle espressioni e dei vocaboli che compongono frasi o narrazioni.

 

IL loro livello di rapporto con ciò che è “altro da sé” viene dunque espresso secondo canoni di equazione letterale fra la cosa in sé e ciò che la cosa stessa rappresenta. È praticamente assente la componente legata alla competenza decifratoria di ordine simbolico. Ciò definisce per l’appunto il loro piano di lettura di ciò che li circonda e di cui fanno parte.

 

La cecità verso il simbolo colloca il soggetto autistico come una sorta di individuo privo dell’esperienza psichica degli archetipi.

 

Se, come sostiene Carl Gustav Jung, l’essere umano è vissuto dai suoi simboli, lo posseggono e ne forgiano la sua parte animica collegata al Tutto e all’essenza collettiva, anche in questi termini diventa in certo modo comprensibile la persistente disconnessione dell’autistico col mondo dei legami sociali ed interpersonali.

 

Naturalmente tutto ciò non può che rappresentare un’approssimazione, data la specificità individua della sindrome autistica nella sua manifestazione unica e personale, e che rimane tale nonostante gli inevitabili denominatori comuni che costituiscono peraltro i criteri di riconoscimento e classificazione clinica del disturbo, in termini diagnostici e nosologici.

 

Riepilogando, l’espressione caratteristica del repertorio legato allo spettro autistico, è principalmente definita sullo sfondo di una permanente prospettiva egocentrica, che limita di fatto ogni individuo con ASD ad intercettare le differenze personali fra sé e ‘altro da sé’, e ad attribuire a una controparte diversi stati mentali, accogliendone di conseguenza le ipotesi interpretative di una soggettività ‘altra’, speculare a sé, modellata dentro il processo comunicativo e relazionale in cui si è reciprocamente proponenti e rispondenti, in uno scambio continuo e vicendevole con varie strutture di personalità e identità.

 

Tale condizione conduce a un difetto comunicazionale vissuto sia sotto l’aspetto quantitativo che qualitativo. Vale a dire che il processo di confronto nelle dinamiche intersoggettive sarà connotato da veri e propri deficit di comunicazione relativi all’uso degli strumenti principali della comunicazione stessa (parola, espressioni cinestesico-corporee, mimica facciale, paralinguaggio, uso dello spazio) e al tempo stesso con ricadute sulla qualità della comunicazione in termini di livelli di efficienza, chiarezza e condivisione di intenti, alleanza degli scopi, mediazione, sviluppo di un sentimento di fiducia, di apertura o di appartenenza.

 

Ora, in termini sia di efficacia che di rendimento costruttivo della relazione, possiamo chiederci se il modo con cui conduciamo i processi comunicativi che stanno alla base dei nostri legami interpersonali, rappresenta un modello sicuro che ci permette di instaurare sani, solidi ed equilibrati rapporti con gli altri. Forse, constatata la natura dei nostri rapporti sociali, sarebbe il caso di sottoporre attentamente a disamina tutti quegli errori di valutazione che ci portano ad una cattiva e inesatta interpretazione dei modelli di vissuto altrui. Anche noi, esattamente come la quasi totalità dei soggetti con disturbo dello spettro autistico, perfino in assenza di disabilità intellettiva, compiamo numerosi sbagli dovuti a distorsioni percettive nei confronti di ciò che gli altri sperimentano, sentono ed intenzionano, sulla base dei loro relativi costrutti ed attribuzioni di significato.

 

Nel corso della nostra quotidianità ci capita di ricorrere innumerevoli volte nelle tenaglie degli equivoci, nelle trappole dei malintesi, nelle maglie di tutte quelle incomprensioni che generano poi un circolo vizioso capace di concatenare a cascata un errore interpretativo dopo l’altro, in una sequenza che sembra non avere soluzione.

 

Si verifica cioè, al pari dei soggetti categorizzati come ‘autistici’, una constatazione dei limiti e della fallaccia delle nostre categorie comunicative e interpretative che spiegano i processi del confronto sociale. Dunque anche noi, insieme a individui identificati secondo manuale come ASD, abbiamo in comune certe notevoli difficoltà nel comprendere la funzione e gli scopi comunicativi di chi si confronta con noi, finendo per difettare nell’importante capacità del ‘mettersi nei panni di’, nella perspective taking da intendere come fenomeno di assunzione del punto di vista altrui, come l’espressione di un sofisticato processo metarappresentativo, da elaborare in ciascun caso con critico e sobrio distacco, per gestire sapientemente le distanze psicologiche interpersonali con l’alterità.

 

Esistono accattivanti associazioni nelle rispettive modalità di conduzione della relazione interpersonale, che portano su un piano di confronto la persona con ASD e l’individuo mediamente dotato sotto il profilo dello sviluppo.

 

In parallelo alle difficoltà del soggetto con ASD, che fanno capo alla fatica nel maturare verso un livello di intersoggettività secondaria, regolata da consapevoli norme del processo comunicativo, anche il soggetto “normo” rimane spesso ingabbiato dentro le sterili forme della ritualità, in situazioni di incontro e conoscenza con nuovi soggetti, soprattutto in virtù del contesto dentro cui avvengono tali dinamiche. Andare oltre il ‘Ciao’ sembra proprio rappresentare l’equivalente ostacolo insormontabile che riguarda il passaggio dalla intersoggettività primaria a quella secondaria nella vita dell’individuo con ASD.

 

Abbiamo praticamente difficoltà a condurre e prospettarci modelli quanto più possibili efficaci di comunicazione. E proprio nell’era che chiamiamo della comunicazione, anche noi ci proponiamo come soggetti sempre più ovattati dentro una sorta di fortezza impenetrabile e inaccessibile, all’interno una monade isolata che non ammette intrusioni, se non quelle di chi ci sta inviando messaggini nel dispositivo che cattura ed orienta in modo esclusivo la nostra attenzione. Come soggetti autistici, catturati esclusivamente da sequenze routinarie e pedisseque, che ripetono ad oltranza i medesimi gesti manipolatori sui loro artefatti, anche noi ci portiamo in giro i nostri giocattoli (dispositivi tecnologici), isolandoci di fatto da una realtà complessa che offre ed invia una moltitudine di stimoli che puntualmente provvediamo a filtrare ed evitare, regolandone il flusso in funzione dei nostri personali livelli di attivazione, orientamento e interesse.

In pratica, ci allineiamo esattamente alle coordinate che caratterizzano in pieno un comportamento di tipo autistico, rendendoci “diversamente normali”, dentro una illusione di tipicità che tendiamo a considerare come l’unico modello proponibile e contemplabile di umanità.

 

Le modifiche alla nostre routine implicano uno squilibrio che può condurre al disadattamento e ad una sensazione di non controllo su ciò che siamo abituati a gestire, comprendere e interpretare secondo i nostri parametri personali.

 

L’incessante bisogno di ritualità caratterizza il nostro contenitore quotidiano di abitudini e schemi ripetuti. E ciò non riguarda soltanto il nostro agire comportamentale, il quale invece può essere piuttosto pensato come effetto che sortisce dalla nostra visione di mondo che tendiamo a congelare e paralizzare per difenderla da ciò che viviamo come destabilizzante.

 

La tendenza all’equilibrio è d’altra parte un processo continuo e naturale, nell’essere umano, per cui non si sta affermando che le rotte del cambiamento e della trasformazione devono essere seguite con disinvoltura e soprattutto nell’immediatezza o nella fiducia incondizionata nell’imponderabile. Quel che si vuole sottolineare è come esista un certo appaiamento fra la mancata introduzione di modifiche nel repertorio comportamentale dell’individuo autistico e la diffusa e frequente povertà creativa del soggetto umano non raggiunto da classificazioni di tipo clinico.

 

IL disinvestimento di un atteggiamento esplorativo e sperimentale, sia nel soggetto con ASD che nel normotipico, sembra riconducibile alla medesima matrice che li accomuna entrambi, per quanto l’eziologia in base a cui si diramano rispettivamente è spiegabile mediante modelli teorici e scientifici decisamente distinti.

 

Ed ancora, esattamente come i soggetti interessati ad un quadro sintomatologico che richiama la sindrome autistica, viviamo una quotidianità guidata principalmente dalle nostre fissazioni e dalle nostre morbose idiosincrasie.

 

Anche noi ci dedichiamo con persistenza ai medesimi interessi, e spesso senza introdurvi novità e modifiche intenzionali.

 

Una sottolineatura assai rilevante riguarda inoltre recenti studi e ricerche ufficiali e istituzionali che segnalerebbero un diffuso e crescente analfabetismo funzionale da parte di una consistente e comune fetta di collettività, valutata come incapace di elaborare criticamente le informazioni ricevute, di ricostruire nessi nella complessità dei fatti osservati, di interpretare i dati ricostituendo una visione di insieme che tenga conto sia di processi analitici che sintetici.

 

Sembrerebbe cioè che il dettaglio non viene ammesso ed incluso in modo congruente dentro la globalità. È l’esempio di chi non può osservare il bosco perché troppo concentrato a percepire selettivamente l’albero ed i suoi dettagli che lo compongono.


Ciò è un fenomeno noto come debole coerenza centrale, per cui si assiste ad una cattiva gestione nel rapporto del tutto con la parte.

 

Le analogie si presentano come piuttosto interessanti.

 

Riepilogando, in sintesi, fattori quali permanenza egocentrica, fissazioni ritualistiche, deficit comunicazionale, scarsa responsività empatica, difettosa teoria della mente, si manifestano come elementi salienti che caratterizzano una complessa costellazione dell’espressione di sé che renderebbe molto più speculari e simili di quanto sembri, una cornice personologica di tipicità con una configurazione nota per i suoi aspetti chiave che la connotano sotto un profilo clinico.

Ciò sembra decisamente richiamarci a come sia necessario, prima di utilizzare facili etichette diagnostiche in voga, metterci in discussione sempre e decidere di comprendere quanta parte di noi si trova già contenuta dentro quelle descrizioni che si riferiscono alle deviazioni standard dalla tipicità, anche per poter gestire proiezioni e processi identificativi, scegliendo con coscienza strategica quanto di noi possa o debba essere investito a favore di una relazione di aiuto, nell’interesse dell’utente, e per una buona ed apprezzabile ricaduta nella qualità del nostro operato e servizio educativo.

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista a indirizzo clinico, Counselor socioeducativo, Educatore professionale adh, Formatore analitico-transazionale)

 

Bibliografia che ha ispirato l’articolo:

 

_ Berne E., “Ciao… e poi?”, Milano, Bompiani, 2000.

_ Bonino S. et al., “Empatia”, Firenze, Giunti, 1998.

_ Frith U., “Autismo. Spiegazione di un enigma”, Bari, Laterza, 2005.

_ Jordan R., Powell S., “Autismo e intervento educativo”, Trento, Erickson, 1997.

_ Jung C. G., “L’uomo e suoi simboli”, Milano, Raffaello Cortina, 1983.

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