LA PEDAGOGIA VISTA DAL CERCHIO. Princìpi, funzioni e utilità del Circle Time

Pubblicato il da Nuccio Salis

 

1. Introduzione (lettura storica ed archetipica)

 

Nella tavola rotonda, perfino il re che siede coi suoi fedeli cavalieri non risulta una figura di primo piano. Il cerchio annulla la gerarchia, quantomeno dal punto di vista della prossemica, e predispone chiunque a sentirsi alla pari di tutti gli altri, specie in termini di elemento attivo e compartecipe del processo comunicativo. Non per caso, quando si parla di circolarità comunicativa, si fa riferimento ad uno scambio rapido, efficiente e segnato da una fluidità che colloca le parti coinvolte dentro un orizzonte comunicativo che favorisce lo scambio, la reciprocità, il confronto e la negoziazione costruttiva.

Sono proprio le caratteristiche di questo schema che hanno indotto fin dagli anni Settanta psicologi, educatori ed insegnanti, a sperimentare l’efficacia di un metodo di comunicazione e di incontro definito con il nome di circle time.

 

Si tratta di una vera e propria tecnica di conduzione facilitata dei gruppi, atta a raggiungere traguardi formativi essenziali nell’ambito della maturazione di abilità prosociali e di competenze socio-affettive da investire nelle relazioni interpersonali.

 

Il tempo da dedicare al cerchio mette in discussione il tradizionale assetto organizzativo nella sistemazione spaziale di un’aula scolastica. Si prevede infatti una rivoluzione dell’abituale composizione strutturale di sedie e banchi, i quali verranno collocati col fine di agevolare l’attitudine a confrontarsi gli uni con gli altri. Tale condizione è anzitutto principalmente favorita dal fatto che ciascun componente del gruppo ha la possibilità di vedere ed osservare tutti i presenti, così come egli stesso è nel contempo esposto alla visibilità degli altri.

 

I banchi vengono addirittura esclusi, così come potrebbero anche essere escluse le sedie, qualora fosse possibile in un contesto pienamente naturale o meno informale, e quindi procedere semplicemente a guadagnare una posizione accovacciata e comoda. In pratica, vengono abbattute le barriere fisiche per favorire una piena visibilità che metacomunica l’esigenza di manifestarsi come persone autentiche e trasparenti.

 

Molto prima che tale metodo fosse proposto ed impiegato nell’ambito scolastico, e poi successivamente applicato in tutti quei contesti in cui risulta fondamentale la cura della comunicazione, possiamo reperire esempi storici che dimostrano come il collegamento remoto fra la figura del cerchio e il miglioramento della coesione del gruppo fosse già conosciuto ed applicato da varie comunità pur di diversa estrazione antropologica e culturale.

 

In varie etnie e culture si può riscontrare l’importanza attribuita al cerchio come simbolo di unione, concordia e armonia degli opposti. Differenti civiltà indigene dedicano e basano sulla figura del cerchio danze e rituali. Gli indiani Sioux, ad esempio, affidavano alla danza del cerchio i loro auspici e valori ideali ispirati a ideali di pace.

 

Anche noi in Sardegna abbiamo l’usanza nota come su ballu tundu, in cui la danza in cerchio nell’alternanza uomo-donna assume anche interessanti valenze nella rappresentazione dell’equilibrio e della sintonia fra energia maschile e femminile.

 

Dalle usanze tribali fino ai pittogrammi di vari orientamenti religiosi, si riscontra l’icona del cerchio, colto evidentemente come archetipo, intriso di tutto il suo significato primordiale ed universale di sintesi e di integrità, sia intra che interpersonale. I mandala buddisti, i rosoni delle cattedrali cristiane, il tao della tradizione orientale, sono tutte dimostrazioni edificanti di come il cerchio assuma una connotazione decisamente arcaica e profonda, una dimensione che parla all’interiorità dell’essere umano, e che dunque si configura come un elemento fondante della collettiva anima mundi.

 

Antichi pensatori non si sono sottratti dall’associare la rappresentazione stessa di Dio con la circolarità o la sfericità, come per esempio l’idea dell’UNO secondo Parmenide. E nella stessa Divina Commedia, la visione dantesca della Trinità, di quell’ “Amor che move il sole e l’altre stelle”, è descritta nell’ultimo canto del Paradiso con un riferimento all’immagine di tre cerchi.

 

Esiste dunque un legame ancestrale ed irriducibile che lega ciascuno di noi alla figura del cerchio. I nostri avi anche più prossimi ci hanno sempre parlato di come trascorressero il tempo intorno al fuoco, dedicandosi ai racconti, agli aneddoti, generando un’atmosfera suggestiva, quasi tetra, ma di grande impatto emotivo.

 

 

2. Princìpi e formazione

 

A parte le precedenti disamine retrospettive, che possono comunque aprire interessanti prospettive nell’ambito della ricerca storica, nella sua declinazione più pratica e contemporanea, l’eredità della simbologia del cerchio applicata nei contesti del ‘fare scuola’ riceve un’importante riconoscimento come opzione operativa per avvantaggiare successi formativi nell’area sociale ed emotiva.

 

Eluse le barriere artificiose come ostacolo alla comunicazione, il gruppo può ora porsi importanti obiettivi da condividere ed esplicitare, in un contesto nuovo, che permette la trattazione di temi e nodi di problematicità critica che dapprima venivano ignorati o sottostimati.

 

La priorità a cui il gruppo può dedicarsi è identificata finalmente nel poter mettere a fuoco tutti quei fattori che molto spesso rendono l’esperienza scolastica in generale un cammino scomodo, frustrante ed impervio, e da cui si accumulano vissuti che possono condurre a decisioni di abbandono, o che sfociano in altre forme di malessere con preoccupanti conseguenze sull’equilibrio psico-fisico di ciascun studente.

 

Il circle time, rappresenta in questa chiave un fondamentale contenitore e rielaboratore di esperienze personali e di vicissitudini di gruppo, evidenziando aree problemiche che vengono sistematicamente messe al margine da una prassi didattica obbligata a dare la precedenza ai contenuti disciplinari, alle scadenze, alle verifiche; e tutto mentre sedimenta di fondo un invisibile ma palpabile magma emotivo di insoddisfazione.

 

Il circle time rimette in auge l’importanza della cura del processo educativo in tutta la sua globalità, come indispensabile criterio da cui può partire la garanzia anche di una maggiore efficienza nell’apprendimento. Tale fenomeno, infatti, non si limita ad una mera procedura cognitiva di acquisizione di dati dall’esterno, ma si confronta con il complesso mondo fenomenico da parte di ciascun soggetto, divenendo un’esperienza legata alla propria inclinazione a rappresentare la realtà, e di conseguenza dirigendone l’approccio, come individui attivi e ri-costruttori di significato. La scuola a indirizzo culturale di Jerome Bruner (1915 – 2016) ha posto perfettamente in evidenza tale argomentazione intorno all’apprendimento come esperienza di percezione. La necessità di prendersi cura anche dell’aspetto processuale e non solo proposizionale, nella guida all’apprendimento efficace, diventa un dovere nell’agire didattico da parte di ogni figura docente.

 

Uno strumento come il circle time offre la possibilità di investire pienamente sia sul piano propriamente educativo che a cascata su una maggiore efficienza nell’ambito del rendimento scolastico. Esso richiede naturalmente un’adeguata formazione per quei docenti che lo ammetteranno come ulteriore “arnese” nella loro personale cassetta degli attrezzi e di working skills.

 

È più che probabile che inizialmente un docente venga affiancato e successivamente supervisionato da un esperto esterno, di modo che poi quest’ultimo possa utilizzare questa risorsa operativa nella maniera più efficace, e secondo i criteri e gli scopi che vi sono inclusi.

 

È importante infatti saper utilizzare bene tale strategia, avere una sorta di “patente”, al fine di ottimizzarne le potenzialità intrinseche sotto l’aspetto comunicativo, nonché in riferimento alla costruzione ed alla tenuta di un buon clima di gruppo, propenso alla collaborazione ed alla individuazione di fattori comuni da condividere a vantaggio di tutti.

 

 

3. Elementi fondativi del circle time (valori di base e competenze)

 

Alcune precise indicazioni tecniche provengono dall’impostazione a matrice rogersiana che fa capo al Movimento per lo Sviluppo del Potenziale Umano, che a partire dagli anni Settanta, in California, ne ha sviluppato e diffuso l’indirizzo e promosso la sua utilità.

Le principali caratteristiche di tale procedura riguardano i seguenti imprescindibili punti:

 

. Lo spazio: la gestione dell’ambiente all’interno dell’aula viene radicalmente trasformato. Viene regolata una prossemica atta a favorire un buon procedimento comunicazionale.

 

. Numero dei partecipanti: se l’attività si rivolge alla classe naturale già composta, il numero degli elementi coinciderà con quello del totale degli allievi più l’insegnante. È comunque auspicabile lavorare con gruppi che non superino le 20 unità, al fine di evitare eccessiva dispersione e fatica nel far intervenire tutti, realizzando cioè una equità nella distribuzione dei tempi di partecipazione da parte di ciascuno. In pratica ognuno dovrebbe intervenire in tempi ragionevolmente uguali, e ciascuno dovrebbe esercitare del diritto alla parola e della propria opinione, pur tenendo debitamente conto della gestione dei tempi e delle diversità individuali che vedono qualcuno partecipare con disinvoltura, altri adombrandosi più timidamente o altri ancora reagire con indifferenza o con comportamenti più o meno apertamente oppositivi e orientati al sabotaggio.

 

È difatti importante rimarcare le regole generali previste dal codice di comportamento del circle time, affinchè l’esperienza si svolga il più possibile nel rispetto degli scopi proposti.

 

. Durata: nell’ambito scolastico può essere generalmente attuato con un incontro alla settimana di un ora e mezza, per l’intero anno o esteso al ciclo scolastico.

 

. Procedure: viene scelto il tema che il gruppo considera maggiormente rilevante per il suo vissuto relativo al contesto collettivo in oggetto. Si può dunque sollecitare un confronto preliminare ed una riflessione iniziale, per indirizzare alla scelta della questione da affrontare o mettere al centro del dibattimento.

 

. Simbologia del cerchio: ciascun alunno assume una posizione alla pari come elemento costitutivo del cerchio. Viene meno la dominanza e la supremazia, perfino dalla parte dell’insegnante stesso, seduto alla pari di tutti gli altri componenti. Ognuno può vedere l’altro ed essere visto. Non ci sono “nuche che parlano”, ma corpi che si manifestano nel loro linguaggio non verbale e parole espresse che devono essere ascoltate.

 

. Regole: il gruppo è chiamato a stabilire, attendere e far rispettare un elementare corpus di regole utili a consentire un sereno e costruttivo svolgimento dell’esperienza. Sono rimarcate importanti norme quali il rispetto delle opinioni altrui, la condivisione del tempo evitando qualunque forma di prevaricazione, lo sforzo nell’impiegare la sospensione del giudizio, l’aderenza al tema congiuntamente approvato per la discussione, l’impegno nell’ascoltare senza interrompere o disturbare, la responsabilità nell’intervenire uno alla volta evitando di sovrapporsi.

 

. Interventi: a ciascuno è data la libertà di manifestare il proprio pensiero, nel rispetto della dignità dell’altrui persona, e con l’espresso invito di manifestare anche il proprio sentire interno ed emozionale, oltre che i contenuti raccontati. Viene praticamente sollecitata l’attitudine a rivelarsi mediante il messaggio-Io, portatore di preziose coordinate emozionali e personologiche che espongono il soggetto in un contesto protetto di ascolto, accoglienza ed accettazione incondizionata. Tale accorgimento rappresenta un fondamentale attributo del circle time, dal momento che tale strumento ha la finalità formativa di alfabetizzare ciascuno sotto l’aspetto affettivo ed emozionale.

 

. Brainstorming: sia in fase di apertura che di chiusura, si può procedere nel raccogliere le idee di ciascuno, sia con l’obiettivo rivolto alla focalizzazione dei temi da esaminare in gruppo, sia con l’auspicio di sintetizzare eventuali ipotesi solutorie e conclusione condivise per mezzo della discussione collettiva.

 

. Argomenti: sono aperti tutti i temi che interessa affrontare, specie se spontaneamente inerenti ad aspetti particolari legati alle dinamiche di gruppo od a contingenti fenomeni che ne influenzano gli sviluppi anche soggettivi (p.e. nell’adolescenza il tema della droga, dello sballo, della sessualità ecc.)

 

. Conduzione: il circle time ha un conduttore. Questo aspetto va affrontato ed approfondito anche a parte, specificando anzitutto che condurre il gruppo circle time non significa assumere una posizione direttiva di dominio, ma al contrario ci si adopera dentro un ruolo di facilitatori, assolvendo cioè la funzione di segnalazione ed aiuto nella rimozione degli ostacoli alla comunicazione, che deve essere sempre salvaguardata come la risorsa per eccellenza. Nel vivo della pratica si è seduti insieme a tutti gli altri, e come gli altri si è soggetti alle medesime regole, per cui non si può giudicare l’opinione altrui o tentare di screditare direttamente qualcuno sul piano personale. Non sono ammesse squalifiche di nessun genere. Piuttosto è contemplato il rispetto per ciò che ciascun singolo esprime e manifesta, purchè egli sia vicendevolmente rispettoso del clima di gruppo e delle regole comuni che ne sostanziano e ne tutelano la coesione.

 

Tale guida deve poter mantenere le condizioni per le quali il gruppo acquisti progressivamente una propria autonomia, per cui limiti gli interventi di richiamo da parte del conduttore. Insomma, esiste una sorta di arbitro neutrale che monitora il regolare svolgimento dell’esperienza, affinchè prosegua essendo avvertita come utile, costruttiva e soprattutto piacevole.

 

A questo proposito, sarebbe anche utile formare opportunamente ciascun allievo ad impreziosire ed arricchire l’esperienza del circle time, imparando a modellarla in favore di in vissuto di agio e di gratificazione. Si tratta cioè di consegnare a ciascuno degli strumenti di relazione utili a promuovere una sana esperienza di condivisione costruttiva, non soltanto indirizzata ed improntata verso il raggiungimento di obiettivi tangibili, ma anche verso il traguardo in merito alla creazione di un clima di positività, benessere e accettazione.

 

Si deve cioè insegnare a ciascuno come offrire in modo autentico dei feedback positivi, tendenti a valorizzare quanto l’altro ha investito nel suo contributo al gruppo, sia in termini di contenuto che di avvaloramento di un buon clima comunicativo.

 

Entrando nel merito della pratica, è bene istruire ciascuno sulle regole fondamentali per inviare feedback come sottolineature rafforzanti e positive. Le indicazioni di cui tenere conto sono le seguenti:

 

_ Focalizzare il feedback sul comportamento e non sulle caratteristiche personali del compagno di classe

_ Essere descrittivi e non critici

_ Essere specifici e non astratti

_ Fornire il feedback in modo immediato (non temporalmente sfasato)

_ Evidenziare soprattutto le azioni positive svolte

 

Rispettando tali indicazioni ed accorgimenti, si renderà probabile raggiungere gli obiettivi che ci si pone mediante il circle time, e che sono sostanzialmente i seguenti:

 

0 Riconoscere e gestire le proprie ed altrui emozioni

0 Contribuire a creare e conservare un clima di serenità e reciproco rispetto

0 Imparare a discutere insieme, esprimere le proprie opinioni, dedicando ascolto e rispetto a quelle altrui

0 Favorire la reciproca conoscenza e la cooperazione fra tutti i membri appartenenti al gruppo che compone il circle time

0 Aumentare la vicinanza emotiva e sviluppare un sentimento di fiducia e coesione reciproci

0 Diventare capaci nell’analisi dei problemi, nella ricerca delle soluzioni e nell’autonomia nel confronto e nel problem-solving

 

È utile sapere che il gruppo interessato dalla tipologia di intervento in oggetto, sostenuto attraverso un percorso di crescita a struttura circolare, affronta di solito 4 fasi che da una situazione iniziale di resistenza e di ricerca di una guida o di leadership, vedrà il gruppo evolvere verso una nuova condizione di maggiore autonomia ed autogestione delle proprie dinamiche.

Tali passaggi sono identificati e distinti nella descrizione seguente:

 

) Dipendenza: si verifica quando il gruppo persiste nel rivolgersi al facilitatore, chiedendo di essere guidato, attendendo indicazioni ed istruzioni da parte del conduttore. È molto importante che in questa fase, il facilitatore eroghi un supporto minimo e necessario, delegando spazi sperimentali e restituendo prove per lo sviluppo dell’autonomia. Si rimarca cioè il fine di giungere insieme alla gestione di uno spazio autonomo e consapevole, dentro cui ciascuno senta la responsabilità di partecipare e di valorizzare l’unione del gruppo stesso, accrescendone le competenze nell’esaminare i problemi, scegliere ed implementare le soluzioni ritenute più idonee.

 

) Conflitto: le competenze da adottare dentro l’esperienza del cerchio sono soggette ad un periodo di rodaggio. È necessario saper attendere che si effettui il passaggio dalle modalità tradizionali, basate sul tentativo di dominare sul prossimo ed ottenere ragione con la prepotenza, a schemi e modelli ispirati alla comunicazione efficace e all’ascolto attivo, dove tutti sono vincitori. Il primo tentativo di dipendenza e affrancamento dalla figura docente verrà dunque condotto in maniera rudimentale, in un sovrapporsi confuso ed irrispettoso di idee e di voci. In questo contesto, la potenziale risorsa sociale della diversità è vissuta come ostacolante, ed opinioni minoritarie possono facilmente subire l’aperto e dichiarato ostracismo dei pareri più comunemente noti ed accettati.

 

È questo il momento in cui, in genere, i detrattori dell’innovazione in campo pedagogico possono approfittare di evidenziare l’aspetto fallace dei metodi “rivoluzionari”, stigmatizzandone le difficoltà e quindi l’atteso, prevedibile e fatale fallimento. Bisogna però stare attenti a non cedere a tali difficoltà, ricorrendo alla consapevolezza che i requisiti da immettere in tale esperienza hanno bisogno di tempi entro cui poter maturare. È necessario cioè procedere in modo continuativo, rinforzando positivamente i comportamenti appropriati che permettono al gruppo stesso di rendersi conto di quali siano i vantaggi di una comunicazione aperta, rispettosa e circolare.

 

) Coesione: superato il fisiologico guado del conflitto, la tappa successiva consisterà certamente in un nuovo sentimento di appartenenza al gruppo. Ciò non significa di per sé la fine dei conflitti, che rimangono necessari ad impostare indagini e proposte solutorie, quanto a maturare nuovi atteggiamenti più costruttivi attraverso cui fronteggiare gli aspetti problemici. Il gruppo che raggiunge e consolida tale fase, in pratica, ha imparato a far emergere le incongruenze senza averne paura, e adotta strategie sorte dalla partecipazione collettiva, verso l’interesse del gruppo stesso.

 

) Interdipendenza: come nei programmi di apprendimento cooperativo, tale principio rappresenta l’apice della qualità del modello proposto. Il gruppo capace di attivare e fare propria tale competenza, dimostra di essere arrivato ad una piena autonomia, e di stabilire costruttivi rapporti di reciprocità all’interno di una rete di relazioni in cui ciascuno riveste e e gli è riconosciuta una propria funzione come elemento che favorisce le istanze di gruppo.

 

 

4. Circle time: tecniche e idee per una scuola rinnovata

 

Un considerevole capitale di letteratura pedagogica ci informa di quanto diversi autori e varie scuole di pensiero abbiano contribuito a riformare le prassi educative e didattiche, svecchiando certi modelli obsoleti e permettendo di far sperimentare nuove impostazioni, nel tentativo di formare una nuova classe docente, maggiormente attenta, consapevole, aperta e strumentalmente equipaggiata e preparata ad affrontare una realtà scolastica sempre più complessa, chiamata al cambiamento dentro un contesto storico, sociale e culturale sempre più spinto e marcato verso il mutevole e l’imprevedibile.

 

Tali tecniche, dunque, non possono essere semplicemente ricondotte ad una mera modalità di un ‘fare didattica’, ma devono invece essere colte ed inquadrate dentro una riflessione più ampia che riscatti il carattere politico di tali scelte.

 

Nonostante le innovazioni introdotte sulla carta e riportate da direttive e ordinanze degli enti e delle istituzioni che gestiscono e programmano la scuola, sembra difficile cogliere all’interno della stessa quei cambiamenti sostanziali che richiederebbero riforme credibili e verificabili mediante risultati osservabili e misurabili.

 

La scuola continua ad essere quel luogo in cui gli apprendimenti avvengono principalmente nella tradizionale modalità frontale, e dove gli studenti sono sempre più specializzati in una frammentazione pluri-disciplinare che richiede unicamente lo sforzo mnemonico, il trattenere dati, ripetere a pappardella i contenuti riportati nei testi, fare finte ricerche copia-incolla. La scuola continua a premiare la modalità convergente dell’apprendimento, ed a mortificare il pensiero laterale e la metacognizione. Esperienze come il circle time e l’apprendimento cooperativo risultano episodi sporadici e spesso guardati con sospetto e diffidenza da una classe docente ostile e resistente ai cambiamenti, trafelata, sfuggente e poco propensa al confronto con altre figure educative o di insegnamento.

 

La scuola persiste a premiare quel modello che il pedagogista brasiliano Paulo Freire (1921 - 1997) chiamava ‘educazione depositaria’, ovvero l’esatto contrario del movimento ex-ducere. L’allievo è ancora quella scatola vuota e inesperta da riempire con i contenuti di una conoscenza impersonale, derivata esclusivamente dal mondo compreso dagli adulti e dai loro paradigmi interpretativi, considerati in modo irrefutabile gli unici veri ed i soli certi e possibili.

 

La scuola non ha compiuto la sua missione, non ha adempiuto a quella funzione di emancipazione e di democratizzazione piena che sarebbe necessaria per coscientizzare ogni essere umano.

 

Subordinata e rigorosamente accentrata a dispositivi più alti e sofisticati di controllo sociale, essa non riesce a favorire e stimolare verso la conquista di una coscienza che riflette su tali restrizioni, ed acquisendone consapevolezza si impegna per liberarsene, nel nome di una democrazia non chiacchierata nei salotti da cui si origina la propaganda, ma una esperienza reale, vissuta ed intrisa nel tessuto sociale di appartenenza. Non c’è democrazia dove infatti vi è un’identità ferita e dispersa, che non gode di quei connotati interiorizzati mediante uno spirito comunitario ed un autentico vissuto partecipativo.

 

Per queste ragioni, ogni metodologia avanzata nei percorsi della formazione scolastica, potrà godere del suo successo soltanto se riconosciuta dentro un orizzonte culturale in grado di coglierne ed apprezzarne la sua carica innovativa. Diversamente, i fattori contingenti esterni le faranno da ostacolo, rafforzando l’idea che tutto sommato è giusto tenersi i metodi obsoleti e smettere di importare le “americanate”.

 

Il problema invece sta nel riconoscere in modo imparziale le opportunità e anche i limiti inevitabili, nello sforzo di rendere più efficace ciò che non può essere mai perfetto.

 

D’altra parte si parla di uno strumento dell’agire educativo, che è come una sorta di automobile che va saputa guidare per farle assolvere la sua giusta funzione.

 

Se il circle time è guardato con sufficienza dallo stesso corpo docente (o da alcuni dei suoi membri), e se gli viene dedicato del tempo piuttosto limitato, oppure viene soggetto a interruzioni, sospensioni e rimandi, senza garantirne la continuità appellandosi alla pochezza di risorse economiche a sostegno, allora i risultati potrebbero essere piuttosto deludenti.

 

Personalmente ricorderò sempre un momento in cui sistemai alcuni componenti di un gruppo interclasse seguendo le indicazioni del circle time, ricevendone la tempestiva disconferma da parte di un insegnante di matematica, il quale apertamente disse di fronte a tutti “non c’è bisogno di metterci così”, e lui si sistemò dietro un banco. In quel momento, oltre a non supportare una tipologia di intervento a favore della creazione di un contesto comunicativo aperto, diede ai ragazzi un esempio di chiusura, rigidità, diffidenza e non accettazione; ovvero il contrario di ciò che un docente dovrebbe fare.

 

Diversi insegnanti chiedono nei fatti ai giovani di mettersi in discussione e sperimentare strade nuove, salvo poi ritrarsi loro stessi, non facendo passare il messaggio per via dell’incongruenza fra ciò che si sostiene a parole e ciò che si pratica e si realizza concretamente. Molto spesso, i ragazzi sono esposti a modelli di insegnamento poco credibili, ad una retriva classe docente ostile per preconcetto a tutto ciò che non conosce e che fuoriesce dalle solite procedure già acquisite. Di parolai e maestri di retorica ne è piena la scuola, ma i ragazzi non hanno bisogno di sentire prediche e pistolotti morali, hanno piuttosto bisogno di sperimentarsi in contesti che li impegnano a mettere in gioco le loro qualità interiori, a maturare ed utilizzare efficacemente il linguaggio emozionale, a realizzare concretamente legami interpersonali volti a favorire la crescita delle proprie potenzialità e risorse, in un clima apertamente partecipativo e di costruttiva collaborazione.

 

Se invece il circle time rimane un’esperienza isolata, una mera interruzione del lavoro svolto in modo classico, sarà percepito dagli stessi studenti come un momento di libertà a sfondo di “cazzeggio”; una pausa che solleva finalmente dal fare scuola. E se da una parte, il circle time tende certamente a creare un clima che alleggerisca anche la pesantezza avvertita nel vissuto scolastico, rimane comunque una proposta seria ed impegnativa, uno stile che propone un modo di fare scuola secondo canoni educativi più efficienti ed aggiornati.

 

Pertanto, il circle time non è un ritaglio temporale astratto dentro il quale “non si fa niente”, ma l’espressione di un agire educativo a forte valenza formativa, sia per i docenti che per gli studenti. Ma ciò può essere colto e valorizzato soltanto all’interno di un modello culturale che sa intercettare le innovazioni e guidare attivamente ad un cambiamento partecipato, rendendo protagonisti gli agenti principali che fruiscono di tale opzione.

 

Il livello di accoglienza e di implementazione nei confronti di tale risorsa progettuale, è praticamente un indicatore affidabile sul grado di democrazia reale raggiunto e sviluppato dalla scuola e dal contesto territoriale dentro il quale la stessa si colloca.

 

In un Paese che fa fatica ad accettare ogni innovazione e ad osservarla con sospeso disincanto, proporre tali metodologie risulta ancora un’impresa da condurre comunque con coraggio ed intraprendenza. Ed è proprio questo aspetto che giustifica con maggiore forza la necessità di una nuova didattica nell’ambito dell’esperienza formativa, e che ciascun istituto scolastico dovrebbe propriamente adottare.

 

 

dott. Nuccio Salis

(Pedagogista clinico, Counselor socioeducativo, Educatore professionale, Formatore analitico-transazionale)

 

Bibliografia:

 

Bruner J., “La cultura dell’educazione”, Milano, Feltrinelli, 1997.

 

Costantini A., “Tra regole e carezze”, Roma, Carocci, 2002.

 

Dewey J., “Il mio credo pedagogico”, Firenze, La Nuova Italia, 1954.

 

Freire P., “La pedagogia degli oppressi”, Torino, Gruppo Abele, 2011.

 

Gordon T., “Insegnanti efficaci”, Firenze, Giunti, 2009.

 

Johnson D.W. et al., “Apprendimento cooperativo in classe”, Trento, Erickson, 1996.

 

Severino E., “La filosofia antica”, Milano, Rizzoli, 1984.

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